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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

alcol

Alcol, consumi e impatto sociale e sanitario: on line la relazione la Parlamento

Emanuele Scafato - Direttore Osservatorio nazionale alcol, Cnesps-Iss

 

1 marzo 2012 - L’Italia è una nazione a vocazione prevalentemente mediterranea per stili di vita e di consumo. La parte prevalente (75%) dei consumatori di bevande alcoliche ispira il proprio modello di consumo a un uso moderato, collegato ai pasti, prevalentemente sostenuto dalle popolazioni meno giovani che si discostano, sia per cultura del bere che per scelta della bevanda alcolica di riferimento, dal target più giovanile. È infatti tra i 18 e i 44 anni che si registrano le prevalenze massime (superiori tra i maschi) di consumatori fuori pasto. In questa classe di età, insieme a quella degli 11-17enni si registra il trend temporale all’aumento più costante con una quota di giovanissime consumatrici che nel corso degli ultimi quindici anni si è praticamente triplicata. Questo aspetto indica un avvio al consumo alcolico di un numero di teenager sempre più consistente in una fase precoce della vita, sicuramente più esposta al rischio presente e futuro di problemi e patologie alcolcorrelate.

 

La situazione italiana in tema di alcol è descritta  nell'ottava “Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati da Ministero e Regioni in attuazione della legge-quadro 125/2001 in materia di alcol e problemi correlati al consumo di alcol” (pdf 3 Mb) che il ministero della Salute ha pubblicato a febbraio 2012.

 

L’impatto estremo dello spettro delle patologie alcoliche, l’alcoldipendenza è lungi dal mostrare pause di arresto. Gli alcoldipendenti in trattamento nei servizi pubblici sono in costante crescita dal 1996 e nel 2009 e hanno superato le 65 mila unità. Le ospedalizzazioni, attraverso il riscontro di un maggior ricorso ai ricoveri per cause alcol correlate presentano andamenti coerenti con il trend in aumento di consumi a rischio registrato negli anni precedenti a dimostrazione del fatto che a un incremento delle abitudini a rischio segue nel breve e medio termine l’impatto sanitario e sociale. Impatto che si verifica anche per la maggiore connotazione giovanile di nuovi utenti in carico ai servizi.

 

Prevenzione age oriented

Nonostante la diminuzione del consumo pro-capite di alcol, la forte riduzione di quello di vino (più che dimezzato dal 1995 al 2005), l’incremento sostanziale della birra e la drastica riduzione del consumo pro-capite di superalcolici, la distribuzione reale del consumo di bevande alcoliche nella popolazione presenta alcuni aspetti che consolidano gli andamenti preoccupanti di fasce estremamente vulnerabili della popolazione come i giovanissimi al di sotto dell’età minima legale e gli anziani, spesso meno considerati. Ovviamente non è possibile generalizzare sul tipo di rischio di questi due gruppi così culturalmente disomogenei, anche in funzione dei pattern di consumo di bevande alcoliche da un lato sempre al passo con le proposte del mercato attento alle tendenze del momento, dall’altro focalizzato in maniera monolitica sulla bevanda della tradizione: il vino. I giovani, pur non evitando un consumo dannoso giornaliero di alcol, rischiano prevalentemente in maniera occasionale anche se ripetuta; gli anziani, invece, si espongono per lo più in maniera regolare e quotidiana.

 

I giovani sono i testimonial del binge drinking, degli episodi di intossicazione periodica occasionale, come più recentemente sono stati definiti a livello scientifico. Sono loro i soggetti più esposti agli effetti acuti diretti, alle intossicazioni alcoliche sino ai coma etilici, alla steatosi epatica e alle lesioni al seno, agli incidenti stradali alcolcorrelato, prima causa di morte tra i nostri giovani in Italia. Tutte le bevande, nessuna esclusa, contribuiscono allo “sballo” di un ragazzo su quattro e del 7% delle ragazze che prediligono il rituale di consumo incrementale di breezer, alcopops, aperitivi di tendenza, birra, vino e superalcolici, prevalentemente “white spirits” come rum, gin e vodka.

 

Per gli anziani il rischio è rappresentato quasi integralmente dal vino, con una quota di consumatori a rischio tra gli ultra 65enni che riguarda un anziano su due con un impatto registrabile nel ricorso a servizi e a prestazioni sanitarie che riguarda sia gli effetti acuti (a causa della inconsapevolezza che la vulnerabilità fisiologica al consumo di alcol seppur moderato nuoce in ugual misura adolescenti e anziani) sia per gli effetti cronici (testimoniati dai tassi di ospedalizzazione per cirrosi epatica sempre in crescita). Tassi destinati ad aumentare ancora nel prossimo futuro a causa dell’approdo alla terza età delle generazioni che hanno già avuto nel corso della propria maturità l’opportunità di adottare il rischio episodico di tipico stampo giovanile.

 

Affrontare questi due fenomeni in maniera omogenea è impossibile e non è pensabile se non nell’ottica di una strategia di prevenzione gender oriented ma soprattutto age oriented. Le differenze di genere con le connesse distinzioni (la Fas, la sindrome feto alcolica, i maltrattamenti familiari e gli episodi di violenza sulle donne ma anche sui minori, la prevenzione del cancro del seno, ecc) ma anche le differenze di età (le patologie alcolcorrelate dell’anziano, l’impatto alcol e guida nei giovani, ecc) in relazione al rapporto persona-alcol rappresentano ovviamente una sfida, anzi una duplice sfida in funzione delle azioni e delle strategie da implementare che riguardano fenomeni completamente diversi e fronteggiare situazioni a rischio che coinvolgono i diversi modelli legati alle differenti bevande.

 

Strategia europea e nazionale

La riduzione della disponibilità delle bevande alcoliche per minori e adolescenti è la misura cardine identificata dalla strategia mondiale dell’Oms e dal rinnovato Piano di azione europeo sull’alcol (pdf 61 kb). Una riduzione da raggiungere attraverso una rigorosa valutazione di tutti i fattori di mercato che favoriscono l’accesso all’alcol anche da parte dei più piccoli che, è noto, ricevono e consumano bevande alcoliche sia nell’ambito del nucleo familiare, sia e soprattutto nei luoghi di aggregazione.

 

Queste problematiche richiedono il recupero del ruolo di vigilanza da parte della famiglia ma anche l’applicazione rigorosa delle norme che tutelano la salute e la sicurezza dei minori, come auspicato dalle stesse strategie delineate da Guadagnare salute e dal Piano nazionale alcol e salute. Ci sono poi le ottime misure esistenti ma segnalate come inapplicate o inadeguate in Commissione Europea da parte del Rand Institute, dello studio Ecas e di Eurocare e che dovrebbero essere riconsiderate e rafforzate, anche secondo lo spirito della Legge 125/2001, attraverso la revisione delle modalità con cui si costruisce e si attua la diffusione dei messaggi pubblicitari che forniscono una immagine sempre positiva di chi beve, sostenendone qualità performanti e di successo che non hanno possibilità di essere interpretati in maniera critica da un pubblico inesperto come quello giovanile.

 

Intercettare è l’azione chiave. Identificare precocemente il rischio, il consumo dannoso, è un imperativo categorico della prevenzione evidence based. Formare all’identificazione precoce del consumo a rischio e all’intervento breve, motivazionale, secondo quelli che sono i canoni europei implementati dai corsi Ipib dell’Istituto superiore di sanità è un obiettivo primario. Per realizzare una rete in grado di ridurre l’impatto delle conseguenze del rischio alcolcorrelato e incrementare i livelli di consapevolezza sui comportamenti a rischio, i corsi sono una risorsa da allargare oltre che ai medici di medicina generale e agli operatori attivi nei setting di assistenza primaria anche ai pediatri e ai geriatri, ai medici competenti e del lavoro, ai ginecologi e ostetrici. I piccoli segnali di attenuazione dei comportamenti a rischio che si intravedono nell’analisi dei dati devono incoraggiare e  sostenere l’approccio strategico di popolazione e di prevenzione. Più che una sfida, un investimento per la collettività non dimenticando l’importanza dell’investimento nella ricerca di settore i cui risultati rendono possibile identificare le azioni e le strategie efficaci ed efficienti la cui implementazione rappresenta un vantaggio per la società e non un costo.