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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

approfondimenti

Vaccinazione anti-epatite B e cancro del fegato

A cura del reparto di Epidemiologia clinica e linee guida, Cnesps-Iss

 

31 gennaio 2013 - Il virus dell’epatite B (Hbv) è altamente oncogeno: è questo un dato ormai assodato e confermato dalla letteratura scientifica internazionale. Uno dei primi studi sull’argomento è stato condotto tra gli anni Settanta e Ottanta, a Taiwan. L’indagine (uno studio di coorte) ha stimato che i portatori di questo virus hanno una probabilità 200 volte maggiore di sviluppare un tumore al fegato rispetto ai soggetti non affetti dal Hbv (per approfondire, leggi l’articolo “Hepatocellular carcinoma and hepatitis B virus: a Prospective Study of 22 707 Men in Taiwan” pubblicato su The Lancet nel 1981). Questo rischio è molto elevato soprattutto per i soggetti che contraggono l’infezione in età infantile o giovanile.

 

Il vaccino contro l’epatite B, il primo messo a punto contro il cancro, previene l’infezione e la sua cronicizzazione con il conseguente sviluppo di cirrosi ed epatocarcinoma. Le evidenze scientifiche riferiscono infatti che le persone vaccinate hanno una riduzione del 70% del rischio di cancro al fegato rispetto a quelle non vaccinate. Per questo motivo, la vaccinazione dei gruppi a rischio lanciata a livello globale negli anni Ottanta e l’introduzione negli anni Novanta della vaccinazione universale per i neonati e gli adolescenti rappresentano un vero spartiacque nel panorama della sanità pubblica. In particolare, in Paesi come il Sud Est asiatico o alcune zone dell’Africa (con un elevata incidenza di Hbv, malattie croniche del fegato e epatocarcinoma) è diventata evidente l’importanza di promuovere vere e proprie campagne di vaccinazione di massa per i nuovi nati.

 

Una di queste iniziative è stata condotta in Gambia, negli anni Ottanta, dall’Agenzia internazionale per lo studio dei tumori (Iarc) di Lione con il contributo economico dello Stato italiano e la consulenza scientifica dell’Istituto superiore di sanità.

 

La vaccinazione anti-epatite B in Italia

Nel nostro Paese, la vaccinazione contro il virus dell’epatite B ha visto due tappe fondamentali:

  • 1983: vaccinazione di gruppi ad alto rischio (tossicodipendenti, omosessuali, persone con più partner sessuali, operatori sanitari, conviventi di portatori del virus, figli di madri positive al virus, emodializzati, politrasfusi)
  • 1991: vaccinazione di neonati e adolescenti (gli adolescenti hanno ricevuto l’offerta di vaccinazione fino al 2003).

L’incidenza delle epatiti virali B è diminuita progressivamente dai circa 2200 casi annuali della fine degli anni ’90 ai 778 del 2009. Sulla base dei dati del Seieva (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta), è possibile fare una stima di quante infezioni da Hbv ci sarebbero state in più, tra il 1991 e il 2010, se non si fosse introdotta la vaccinazione universale. Quello che emerge è che sono almeno 20 mila i casi di epatite B evitati in questi venti anni grazie all’immunizzazione. Di questi, 1400 sarebbero andati incontro a una epatite cronica che nel 25% dei casi avrebbe dato origine a epatocarcinoma: è dunque di alcune centinaia la stima dei casi di epatocarcinoma che sono già stati “risparmiati” grazie alla vaccinazione anti-epatite B.

 

Leggendo questi numeri, non bisogna però dimenticare che sono dati di minima, con un follow up a 20 anni. I reali vantaggi dell’introduzione della vaccinazione anti-epatite B in Italia come forma di misura preventiva nei confronti del cancro al fegato saranno visibili nei prossimi anni.