Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Gennaio 2001

Gli antibiotici in Italia: focus sul consumo regionale

Giuseppe Traversa - Primo ricercatore del Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica

 

Il principale risultato dell’uso inappropriato dei farmaci è quello di sottoporre i cittadini a un rischio inutile: a fronte di un beneficio atteso nullo vi è infatti una probabilità, più o meno grande, di andare incontro a una reazione avversa. Nel caso dell’uso degli antibiotici c’è una ragione aggiuntiva di preoccupazione, in quanto l’uso di questi farmaci è un determinante del fenomeno dell’antibioticoresistenza. Il recente “1° Rapporto nazionale sull’uso dei farmaci in Italia” curato dall’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali del Ministero della sanità (www.sanita.it/osmed) ha evidenziato, non solo che gli antibiotici rappresentano una delle categorie maggiormente prescritte nella popolazione, ma anche importanti differenze di prescrizione per area geografica.


Nel 1999 il 16% circa della spesa farmaceutica complessiva era composta da antibiotici, e in media sono state prescritte 219 confezioni ogni 100 abitanti. In termini di dosi standard (DDD – dosi definite die – che rappresentano per ciascuna sostanza la dose necessaria a coprire una giornata di terapia nell’adulto), l’utilizzo è pari a 22 DDD per 1000 abitanti die. Questa misura può essere interpretata come numero di abitanti che assume antibiotici in un giorno qualsiasi. All’uso di antibiotici che si verifica in medicina generale bisogna poi aggiungere la quota consumata in ospedale, dove si stima un consumo pari a circa 2 DDD per 1000 abitanti die.
Dai dati di monitoraggio regionale è possibile ricavare informazioni anche sugli utilizzatori di antibiotici. Per esempio, in Umbria, Regione che presenta un livello di consumi simile alla media nazionale, il 44% della popolazione generale (43% degli uomini e 46% delle donne) ha ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici nel 1999. I livelli di uso più elevati si verificano nei bambini fino a 5 anni di età (circa il 70% ha ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici) e nei cittadini ultrasessantacinquenni (con il 50% di utilizzatori).


Nel primo semestre del 2000, a fronte di oltre 100 principi attivi utilizzati in complesso in Italia, su 6 (claritromicina, cefonicid, amoxicillina + acido clavulanico, ceftriaxone, azitromicina, ciprofloxacina) si concentra il 50,5% della spesa per antibiotici.


In Italia, oltre a un elevato livello medio di consumi di antibiotici nella popolazione, si osserva una elevata variabilità regionale e un consistente trend geografico (Figura 1). Sempre nel primo semestre del 2000, l’uso di antibiotici è pari a 13 DDD per 1000 abitanti die in Friuli-Venezia Giulia e 34 DDD per 1000 abitanti die in Campania. Le differenze regionali si accrescono ulteriormente quando l’analisi si concentra sugli antibiotici con nota, cioè su sostanze a maggior rischio di uso improprio o allargato, per i quali si passa da 0,1 DDD per 1000 abitanti die in Friuli-Venezia Giulia e in Veneto, a 0,9 DDD per 1000 abitanti die in Campania. Un livello simile di variabilità si osserva anche per gli antibiotici che si somministrano per via iniettiva. Nonostante le indicazioni all’uso di questa via di somministrazione siano estremamente limitate, le forme iniettive sono ampiamente utilizzate in Italia e rappresentano il 6% delle DDD e 34% della spesa degli antibiotici.


Differenze regionali quali quelle osservate in Italia non possono essere ragionevolmente attribuite a differenze della morbosità sottostante. La spiegazione più plausibile della variabilità è da ricercarsi piuttosto nelle diverse abitudini prescrittive dei medici delle diverse Regioni.


Un’altra fonte di variabilità è rappresentata dal diverso grado di funzionamento dei sistemi di monitoraggio delle prescrizioni. Le Regioni con i livelli più contenuti di uso di antibiotici sono anche quelle dove da più tempo questi sistemi sono attivi.


Tenuto conto dei rischi connessi all’uso, innanzitutto l’induzione di resistenze batteriche e l’insorgenza di un ampio spettro di reazioni avverse, modifiche anche limitate dei comportamenti prescrittivi possono condurre a importanti risultati in termini di salute (oltre che di riduzione della spesa farmaceutica).
Un contributo di rilievo può derivare dalla condivisione con i medici prescrittori dei risultati di indagini conoscitive sull’uso di antibiotici e dall’adozione di interventi mirati a ridurre il livello di prescrizioni improprie.