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I parti cesarei in Italia: andamenti e variabilità regionale

 

Angela Spinelli, Laboratorio di epidemiologia e biostatistica, Istituto Superiore di Sanità

 

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La percentuale di parti che si verificano con taglio cesareo è uno degli indicatori sulla Salute Riproduttiva adoperati a livello internazionale ed è inserita tra gli indicatori di efficacia ed appropriatezza selezionati dalla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute italiano.

Negli ultimi venti anni la frequenza del parto cesareo è molto aumentata in Italia: si è passati da 11,2% nel 1980 a 33,2% nel 2000. Questo valore risulta molto più elevato rispetto ai valori degli altri paesi europei (per esempio 21,5% in Inghilterra e Galles, 17,8% in Spagna, 15,9% in Francia) e del 10-15% rispetto a quanto raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Esiste, inoltre, una notevole variabilità regionale, con un minimo di 18,7% nella Provincia di Bolzano e un massimo di 53,4% in Campania nel 2000. Anche all’interno delle regioni si riscontra un’ampia variabilità tra strutture.

I maggiori aumenti si sono osservati nell’Italia del Sud (da 8,5% del 1980 a 53,4% nel 2000 in Campania e da 7,1% a 37,6% in Calabria). Valori più elevati di ricorso al taglio cesarei e incrementi maggiori negli anni si sono riscontrati nelle cliniche private.

Una serie di studi condotti negli ultimi anni dall’ISS, dall’Istat e da altre istituzioni ha permesso di valutare più nel dettaglio l’effetto di alcuni fattori sul rischio di partorire mediante taglio cesareo. Da analisi attraverso l’uso di modelli di regressione logistica, questo rischio è risultato maggiore al crescere dell’età materna, per le donne che partoriscono in struttura privata, per quelle che non hanno frequentato un corso di preparazione alla nascita, per le residenti al Sud e, naturalmente, per quelle con disturbi in gravidanza. Inoltre, quando è stata raccolta questa informazione, si è osservato un rischio elevatissimo di taglio cesareo quando la donna aveva già avuto un figlio con questa procedura. In uno studio condotto in 3 ospedali si è anche osservata un’ampia variabilità di rischio legata all’operatore che assisteva al parto.

I dati presentati confermano, per quanto riguarda il taglio cesareo e, in generale l’assistenza in gravidanza e al parto, l’aumento in Italia del ricorso a una serie di procedure la cui utilità non è basata su evidenze scientifiche e non è sostenuta da un reale aumento delle condizioni di rischio. Il loro utilizzo è spesso totalmente indipendente dalle caratteristiche socio-demografiche delle donne e dalle loro condizioni fisiche ed è invece associato principalmente alla disponibilità delle strutture coinvolte e alla loro organizzazione. Tutto ciò deve portarci a riflettere sui motivi che hanno determinato questo fenomeno e a cercare di individuare interventi per invertire questa tendenza.

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