Ma i programmi di vaccinazione devono continuare
Pietro Crovari - Università degli studi di Genova
Che l’influenza, per la sua grande diffusione, possa essere causa di morte, specie nelle persone fragili, è dato suffragato da validi supporti scientifici. Negli Usa per esempio, nel periodo intorno al 1990, si sono avuti in media 30 mila morti per stagione associati all’influenza (Mmwr 56 - 29 luglio 2007). In Italia, da un recente studio dell’Iss risulta che nel periodo 1969-2001 si sono avuti in media 9.963 morti per stagione associati all’influenza. Un eccesso di mortalità si è verificato in 27 su 32 stagioni invernali considerate (Rizzo et al. Emerg. Inf. Dis. - 13 maggio 2007).
Di fronte a questa situazione, che rappresenta solo la punta dell’iceberg dei danni alla salute prodotti dalle epidemie stagionali di influenza, gli esperti in sanità pubblica, a partire da quelli dell’Oms, si sono orientati a una politica di contenimento basata su quella che si presentava come il più valido intervento preventivo disponibile: la vaccinazione dei soggetti a rischio, tra cui appunto gli anziani (>65 anni). Sia le prove condotte in modelli animali (scimmia e furetto), sia gli studi clinici controllati effettuati nell’uomo hanno infatti dimostrato che i vaccini influenzali attualmente disponibili sono immunogeni e altamente efficaci a proteggere dalla malattia causata da virus antigenicamente corrispondenti a quelli presenti nel vaccino.
Quale protezione per gli anziani?
Si è innescata così una doppia esigenza. Da una parte quella di implementare l’adesione alla vaccinazione per raggiungere elevati tassi di copertura vaccinale, dall’altra quella di attivare studi per valutare i risultati, in termini di riduzione di complicanze e morti, forniti dalla strategia vaccinale messa in atto. In particolare, è sembrato importante valutare la ricaduta della vaccinazione in soggetti di età >65 anni, sia perché costituiscono il gruppo nel quale le complicanze e le morti sono più frequenti, sia perché è noto che l’anziano soffre spesso di “senescenza immunologica”, ossia risponde poco agli antigeni esogeni.
Si tratta di studi non facili da condurre in modo metodologicamente corretto: è quindi su questo punto che si è acceso il dibattito nella comunità scientifica internazionale. Quasi tutti concordano sul fatto che la vaccinazione riduce il rischio di morte negli anziani, ma sulla percentuale di riduzione i pareri sono discordi. Il lavoro di Simonsen et al. (Lancet Infect. Dis., vol 7 – 7 ottobre 2007: leggi la traduzione dell’abstract a cura della redazione di EpiCentro o vai direttamente all’articolo) fornisce un apprezzabile contributo al dibattito, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti metodologici. Anche il lavoro di Kristine Nichol (N. Engl. J. Med – 4 ottobre 2007: leggi la traduzione dell’abstract a cura della newsletter del Niv o vai direttamente all’articolo), apporta dati consistenti in favore dell’utilità della vaccinazione.
Tra evidence ed esperienza sul campo
Il dibattito a livello scientifico non deve ricadere in modo negativo sui programmi di prevenzione vaccinale che, anzi, devono il più possibile essere implementati. Mi è molto piaciuto a questo riguardo il recente intervento di un operatore di sanità pubblica, secondo il quale a volte si agisce anche senza il supporto di una completa evidenza scientifica proprio perché quest’ultima spesso diventa tale in conseguenza dell’esperienza condotta! Dello stesso parere sono gli autori dell’articolo che ha innescato questo dibattito, i quali scrivono in conclusione del lavoro: “mentre sollecitiamo di implementare l’evidenza scientifica dell’efficacia della vaccinazione negli anziani, noi suggeriamo che questa categoria di soggetti debba continuare ad essere vaccinata. L’influenza causa molti morti ogni anno: anche una parziale efficacia del vaccino è sempre meglio rispetto a non vaccinarsi”.
A proposito di vaccinazione degli anziani, vorrei aggiungere che negli ultimi anni sono stati messi a punto vaccini “adiuvati”, e altri adiuvanti sono in sperimentazione. Come è noto, gli adiuvanti potenziano la risposta immunitaria e possono quindi contribuire a superare il fenomeno della senescenza immunitaria dell’anziano. Gli studi condotti con il vaccino A/H5N1 hanno anche dimostrato che i vaccini adiuvati forniscono una “cross-protection” verso ceppi simili ma non identici a quelli presenti nel vaccino. Questo potrebbe forse mitigare il fenomeno del “miss-match” che purtroppo si è talvolta verificato. Anche questa opportunità merita quindi di essere ulteriormente approfondita.