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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

bypass

Studio sugli esiti degli interventi di bypass: due quesiti

Raffaele Bernardini - giornalista, responsabile per la comunicazione dell’Associazione italiana cardiopatici Onlus.

Lo studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sui dati della mortalità a 30 giorni dagli interventi di by-pass aortocoronarici isolati pone l’esigenza di due quesiti. Il primo riguarda una richiesta di chiarezza all’Iss stesso, e cioè se la mortalità postospedaliera riscontrata costituisca un dato essenziale nella valutazione dell’efficienza “globale” della struttura cardiochirurgica. Con il secondo bisogna chiedere se i dati rilevati avessero, o meno, bisogno di essere diffusi pubblicamente dal momento che diversi giornali, enfatizzando oltre misura tali dati, si sono indotti a fare classifiche e pagelle sui Centri cardiochirurgici “migliori e peggiori.” Ci pare che su entrambi i quesiti occorra fare una certa chiarezza.

Dall’esame dello studio, si rileva che per ogni struttura è stato selezionato “con procedura casuale” un “campione” di schede e i dati in esse riportati sono stati confrontati con quelli risultanti dalle cartelle cliniche dei pazienti. E’ stato designato un Monitor (controllore) che, sulla base delle informazioni raccolte, ha definito “la qualità dei dati trasmessi come eccellente, buona, sufficiente o scarsa.” Dunque la valutazione si riferisce alla “qualità dei dati trasmessi”. La documentazione prodotta dall’Iss sullo studio precisa poi che “per motivi organizzativi (sic!), le visite del Monitor sono potute avvenire una sola volta in ciascun Centro e non è stato possibile verificare direttamente l’impatto.” Una frase questa di “oscuro” o, quanto meno, incerto significato. Sembra di capire che i controlli eseguiti abbiano avuto un significato formale. Lo si rileva dalla precisazione dell’Iss che la valutazione dei dati è stata fatta attraverso “un controllo delle schede amministrative di dimissione ospedaliera, trasmesse dai Centri di coordinamento regionali.” Non vi sono quindi dubbi sulle procedure metodologiche seguite, che risultano chiaramente dalla documentazione fornita dall’Iss. In sostanza, risulta che la mortalità rilevata costituisce un elemento essenziale di valutazione dell’efficienza dei Centri cardiochirurgici osservati e “rappresenta in modo valido - afferma l’Iss - la qualità delle cure connesse alla procedura chirurgica di by-pass aortocoronarico.”

Non ci pare che tale affermazione, tout court, corrisponda alla realtà delle cose. Al di là di schede e cartelle, si può fondatamente ritenere che ogni caso di decesso rappresenti comunque una “storia clinica” a sé, che implica una serie di valutazioni e che può coinvolgere anche fasi e procedure assistenziali intra e postospedaliere.

Le opzioni da considerare sono le seguenti: o che il decesso sia imputabile a complicazioni patologiche del paziente, magari imprevedibili e inattese, non terapeuticamente controllabili, oppure che l’exitus sia ascrivibile a carenze qualitative del cardiochirurgo e dell’équipe operatoria. Nel caso peggiore, addirittura a imperizie o negligenze nel corso dell’intervento o nella successiva fase (a 30 giorni) di cura del paziente.

Insomma si tratta di considerare se i decessi siano direttamente o indirettamente imputabili a cause patologiche oppure a carenze qualitative e organizzative della struttura cardiochirurgica durante e immediatamente dopo la degenza dei pazienti operati. Non si può quindi dire che la mortalità, seppure come dato importante, possa di per se stessa essere considerata causa di inefficienza e di criticità della struttura sanitaria e del suo personale. Ben diverso, invece, il discorso qualora si fosse rilevato che la mortalità sia stata causa diretta o indiretta di negligenze, imperizie o disfunzioni nell’attività della struttura e delle équipe operatorie e assistenziali.

E’ assolutamente giusto che si identifichino, a tutti i livelli, criticità, inefficienze, carenze di qualsivoglia tipo nel delicatissimo settore della cardiochirurgia, ma ci sembra inderogabile che siano le Regioni, responsabili primarie dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria, e le stesse direzioni delle strutture in questione a individuarle e a risolverle positivamente in tempi brevi. Non ci è però è sembrato opportuno che in uno studio, che ha esaminato il solo aspetto della mortalità a breve termine (30 giorni), come risulta dagli atti forniti dall’Iss, dopo interventi di by-pass isolati, sia stata formalizzata una valutazione “appioppando” a ciascun Centro rilevato talune “palline”, che poi hanno indotto i media a stilare, superficialmente e difendendosi proprio con tali “palline”, pagelle e classifiche sostanzialmente fuorvianti e che, magari, non era nelle intenzioni dell’Iss di propiziare.

Siamo stati e rimaniamo del tutto contrari alla diffusione pubblica di dati estremamente delicati, che possono anche ingenerare ingiusti e irrazionali “sospetti” sulla qualità e sull’efficienza di certi Centri e sulle loro équipe cardiochirurgiche e assistenziali. Al tempo stesso siamo fermamente convinti che le cosiddette “autorità competenti”, a livello soprattutto regionale, debbano porre ogni impegno per eliminare nella cardiochirurgia e nell’assistenza cardiologica possibili criticità e disfunzioni al fine di garantire ai pazienti una ottimale qualità per la diagnosi e cura delle loro patologie cardiovascolari in ogni fase del trattamento delle patologie stesse.

Ed è proprio per le considerazioni esposte nelle presenti note, che riteniamo importante e urgente una indagine conoscitiva a tutto campo ad opera della XII Commissione affari sociali della Camera dei deputati su tutti i complessi aspetti delle  malattie cardiovascolari nel nostro Paese, prima causa di morbilità e mortalità nella popolazione e quindi “problema medico-sociale” di vasta importanza nell’ambito della tutela della salute dei cittadini.

 

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