Raffaele Arigliani e Angelica Bonvino,
pediatri di famiglia della
FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri)
L’ influenza interessa in un anno attorno al 20% dei bambini. Al momento in
Italia vengono considerati a rischio, con conseguente raccomandazione di
vaccinazione antinfluenzale, esclusivamente bambini con malattie croniche.
L’epidemia influenzale ha un andamento variabile di anno in anno e
sostanzialmente non è prevedibile in gravità ed in estensione. Nel 2002 vi è
stato il picco influenzale nella V settimana dell’anno con 30,5 casi per
1000 assistiti nella fascia 0-14 anni, nettamente superiore al tasso della
fascia 15-64 anni (7,7 casi per 1000 assistiti) e della fascia di età
superiore ai 64 anni (3,3 casi ogni 1000 assistiti).
L’epidemia dello scorso inverno è stata classificata intermedia come entità,
ma l’interessamento della fascia 0-14 anni è stato maggiore rispetto agli
anni precedenti. I dati disponibili grazie al sistema di sorveglianza dell’
influenza
FLU-ISS, basato su medici di famiglia e pediatri di libera scelta, non
fornisce però dati per fascia di età, ne’ informazioni dirette sulle
complicanze e sulla gestione dell’influenza in età pediatrica. Ricaviamo
quindi dalla letteratura i dati che ci interessano.
Su 1000 bambini di età inferiore a 5 anni, l’influenza è responsabile di 95
visite mediche, 46 episodi di otite acuta media e di 8 infezioni alla basse
vie aree, con percentuali più alte per il bambini con meno di 2 anni, che
presentano inoltre un tasso di ospedalizzazione di 3-4 ogni 1000 (Neuzil
K.M. JID 2002;185: 147-152).
L’otite acuta è complicanza che si osserva nel 36% dei bambini sotto i 3 anni
con influenza, nel 16,7% tra 3 e 6 anni, nel 3,6% tra 7 e 12 anni.
(Heikkinenen T. Congresso ESPID, Vilnius Maggio 2002 ): la vaccinazione
antinfluenzale si è dimostrata efficace nel prevenire l’otite nella fascia
di età sotto i 36 mesi in una percentuale analoga (Clements ML, J Infect Dis
1996;173 :44-51). Inoltre l’influenza A è responsabile del 35-44% dei
ricoveri per convulsioni febbrili (Chiu S, Pediatrics vol 108, October
2001:1-7).
Nell’intervento della scorsa settimana, il prof.
Bartolozzi e il dott.
Tozzi hanno citato il lavoro di
Reichert sul N Engl J Med del 2001, che pone in relazione la
vaccinazioni nei bambini e la ridotta circolazione del virus con una
drammatica riduzione di mortalità nell’anziano. Questi due interventi hanno,
inoltre, tracciato esaurientemente il bilancio dei pro e contro di
un’estensione dell’utilizzo del vaccino come strumento di sanità pubblica e
ad essi rimandiamo per l’approfondimento di questi aspetti.
Da parte nostra vorrei rilevare che in Italia lo scorso anno l’epidemia
influenzale si è sommata con la “solita” epidemia di varicella
(sostanzialmente presente con incidenza invariata durante tutto l’anno
scolastico di circa 60-70 casi ogni 100.000), con la “solita” epidemia
invernale di gastroenterite di rotavirus (che interessa il 30% dei bambini
sotto i 3 anni di età) e, in
Campania con il morbillo, che nel periodo febbraio–marzo aveva
un’incidenza tra il 400 e il 600 per 100.000.
L’epidemia influenzale, che evidentemente richiede di per se’ un
significativo sforzo di assistenza, fa parte di questo impegnativo contesto
epidemiologico stagionale che mette a seria prova (ed il più delle volte
manda in crisi!) il sistema di organizzazione delle cure primarie in Italia.
I mesi dell’epidemia influenzale sono vissuti dai pediatri con grande stress
e fatica, direttamente proporzionali non solo al reale numero di bambini
seguiti e all’incidenza delle patologie, quanto alla capacità/possibilità di
organizzare efficacemente il setting lavorativo e complessivamente
instaurare con l’utenza rapporti di relazione efficace.
Per il pediatra di famiglia entrano in gioco in effetti vari fattori, sui
quali si gioca la capacità di affrontare con maggiore o minore soddisfazione
l’emergenza: aver sviluppato iniziative di educazione sanitaria (ad esempio
sul significato della febbre, sull’influenza, sull’otite, sulla
gastroenterite, ecc.. ), una più o meno efficiente organizzazione del lavoro
(con un supporto segretariale o infermieristico), l’avere complessivamente
attivato canali e dinamiche di dialogo con i genitori e il
bambino.
Tutto ciò riguarda la scelta di consigliare o sconsigliare il vaccino
antinfluenzale. Nell’ottica di una salute intesa come valore biologico ma
anche psico-sociale, secondo i dettami della carta di Ottawa dell’OMS
(1986), in cui è valorizzata la possibilità dell’individuo di
autodeterminare i fattori che portano alla salute sua e dei suoi familiari,
il pediatra è tenuto a informare il singolo genitore delle opportunità che
il vaccino offre. Le cose che oggi conosciamo sono sufficienti a garantirci
elementi di sicurezza e adeguata efficacia nel somministrarlo al bambino
sopra i 6 mesi, ed abbiamo studi (come quelli sopra citati) che ci indicano
con pochi dubbi che un significativo numero di bambini (soprattutto sotto i
3-6 anni) ne avrà giovamento, mentre la vaccinazione al bambino sano avrà
riflessi positivi sulla salute complessiva della società con riduzione di
costi e di mortalità, non solo infantile.
Il pediatra si inquadra sempre più come un “medico della salute”, che ad
integrazione delle classiche funzioni di diagnosi e cura tipiche del medico,
svolge azioni coordinate fondamentali per il benessere sociale: promozione
dell’allattamento al seno, educazione per la profilassi della SIDS e degli
incidenti, informazione delle tappe di sviluppo psichico e relazionale del
bambino e del ruolo dei genitori per garantire il suo armonico sviluppo,
eccetera…
L’informazione vaccinale si inserisce in questa logica, avendo chiaro che
prioritariamente vi sono le vaccinazioni raccomandate, e solo
successivamente (diremo di concerto!) è tenuto ad essere informativo
sia sul vaccino antinfluenzale che sulle altre nuove opportunità vaccinali
(come il vaccino per la varicella e lo pneumococco).
In definitiva l’obiettivo deve essere di dare a genitori elementi di
conoscenza utili e sufficienti per una scelta, che dovrà essere sempre più
realmente libera e consapevole.