Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

rischio pandemia

La scienza e le opinioni

Paolo D’Argenio, Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm)

 

Secondo Vittorio Demicheli, le decisioni che riguardano la salute della popolazione, vaccinazioni comprese, comportano gravi responsabilità e non possono certo essere basate su ipotesi, opinioni o pressioni interessate. Eppure, contrariamente a quanto si augurerebbe Demicheli, capita che decisioni che comportano grandi responsabilità debbano essere prese in condizioni di incertezza. Nel campo delle politiche dei governi, questo avviene spesso per quanto riguarda le riforme, che possono essere valutate solo a posteriori (e raramente vengono effettivamente valutate). C’erano prove davvero stringenti sull’efficacia di una generalizzata politica dell’autocontrollo per la sicurezza alimentare? Ci sono prove per la legge sulla sicurezza sui luoghi di lavoro?

 

È possibile avere prove sull’efficacia di singoli interventi, ma è molto difficile avere prove sull’efficacia delle politiche. Capiamo se abbiamo sbagliato solo in seguito. Decidiamo sul terreno un po’ franoso delle ipotesi, delle opinioni, delle simulazioni, dei modelli. E anche su quello delle pressioni interessate, tra cui possiamo annoverare anche quelle della Cochrane Collaboration: è il terreno della vita reale, la realtà pratica.

 

Che cosa può succedere, quando poi ci troviamo a dover decidere su un evento inesistente? Come Bush con l’uragano Katrina, come gli abitanti di Pompei che abitano sotto il Vesuvio? Dobbiamo sviluppare una politica, un insieme di provvedimenti e azioni che possano ridurre gli effetti dell’evento imprevedibile. Potendo anche decidere di non far nulla, come appunto ha fatto l’amministrazione americana in Mississippi.

 

Un’idea può guidare la nostra coscienza di operatori di sanità pubblica: una buona preparazione può avere un valore in sé. Indipendentemente dal fatto che l’eruzione del Vesuvio ci sia o meno.

 

Una politica è fatta da numerosi singoli atti e provvedimenti: bisogna guardare l’insieme di questi atti che si chiamano “piano pandemico” e non i singoli provvedimenti. Avremmo potuto optare per un piano molto meticolosamente redatto, ma questo mal si adatta alla realtà federale della nostra sanità, per cui abbiamo preferito disporre di una bozza avanzata da discutere, per giungere in un lasso di tempo ragionevole a un piano in cui siano ben individuate le responsabilità.

 

Il documento punta sugli sforzi internazionali nel campo della sorveglianza e sullo sviluppo di un vaccino pandemico, nell’eventualità di una pandemia. Sulla disponibilità poi di una rete ben oliata capace di vaccinare un gran numero di suscettibili in breve tempo.

 

Ci sono molti cittadini e anche alcuni ricercatori che ritengono la vaccinazione antinfluenzale scarsamente efficace. Durante l’epidemia influenzale ci sono anche altri virus circolanti, come il respiratorio sinciziale, la cui espressione clinica è sovrapponibile a quella della sindrome influenzale. La maggior parte degli autori spiega così perché la vaccinazione antinfluenzale offra una protezione rispetto alla sindrome influenzale minore di quella che offre contro l’influenza.

 

Ma se la protezione contro l’influenza vera è del 70%, nell’eventuale pandemia influenzale, il vaccino pandemico potrebbe essere impiegato per contenere la circolazione virale. Bisogna fare diverse assunzioni o scommesse: pronta identificazione della pandemia e isolamento del virus, rapida produzione del vaccino ecc. Ma sono scommesse che si possono fare. Un vaccino dotato di efficacia del 70% contro un virus può contenere la circolazione, se somministrato rapidamente a una gran parte della popolazione.

 

Ma siamo in grado di fare questo? In Italia il servizio sanitario fa un’esercitazione sulla vaccinazione antinfluenzale ogni anno. Da sempre la campagna vaccinale non mira a contenere la circolazione dei virus, ma a fornire protezione a gruppi identificati di persone vulnerabili.

Attualmente, il servizio sanitario è in grado di coprire solo i gruppi vulnerabili e neanche tanto bene, anche se abbiamo fatto molti progressi. L’organizzazione attuale non può fare molto di più. Una strada è quella di moltiplicare i punti vaccinali. In tal senso, utilizzare i medici competenti per vaccinare i lavoratori potrebbe essere una modalità organizzativa da esplorare.

 

C’è poi un secondo punto che è stato criticato da Demicheli: la decisione di dotarsi di una scorta di antivirali. Nel mondo reale, o decidiamo adesso di dotarci di antivirali o potremmo non averne. Che cosa facciamo? Gli antivirali sono scarsamente efficaci, ma nel corso di una eventuale pandemia, ammettendo (cosa su cui non abbiamo uno straccio di prova) che la sintomatologia sia grave, chi non vorrebbe assumere un farmaco, seppur di efficacia molto limitata? Indipendentemente dai giudizi della Cochrane Collaboration ci sarebbe una domanda difficilmente controllabile. Fare scorte è indispensabile, il problema è togliersi dalla testa che gli antivirali possano essere utilizzati per limitare la circolazione del virus con una chemioprofilassi generalizzata e decidere la quantità di farmaci da acquistare, dove metterli, e tutte le problematiche organizzative del caso.

 

C’è stato a questo proposito un parere molto interessante del Comitato Scientifico del Ccm che non si è espresso in termini di efficacia, bensì in termini di utilità all’interno di uno scenario pandemico, di cui l’efficacia è solo un prerequisito.

 

Arriviamo così al punto più importante della politica che il sistema sanitario deve attuare: preparare bene l’organizzazione, individuando le responsabilità, formando bene il personale, non solo quello sanitario, informando bene i cittadini. Questa è probabilmente l’arma principale che abbiamo. In questo il piano deve essere condiviso e molto migliorato. Ma non lo si migliora solo a tavolino, facendo bensì esperienza della collaborazione. In questo campo il Ccm che, per disegno organizzativo, è un organismo di coordinamento, può essere lo strumento giusto. Basta voler vedere che in una realtà di regionalizzazione del sistema sanitario c’è bisogno di una forte volontà di partecipazione e integrazione tra sistemi regionali e di questi con altri settori dell’amministrazione pubblica.


 

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