Aldo Grasselli - Segretario nazionale Sindacato
italiano veterinari di medicina pubblica (SIVeMP)
L'epidemia di influenza aviaria partita dal Sud-est
asiatico ha scatenato una vera e propria ondata di angoscia mondiale,
sostenuta anche da dati di morbilità e mortalità umana potenziale di
dimensioni apocalittiche. Gli organi di informazione di massa non hanno
fatto altro che trasmettere e amplificare i messaggi provenienti dalle
istituzioni e dagli apparati tecnico scientifici delle organizzazioni
sanitarie planetarie. Ne consegue che l'unico dato accertato con sicurezza,
il livello di confusione e allarmismo, è che il sistema di comunicazione del
rischio è un rischio esso stesso. Una comunicazione istituzionale e
scientifica che non si astiene e oppone a un processo di enfatizzazione (o
di sottovalutazione) dei rischi e trascuri la stabilità sociale contribuisce
ad alterare la serenità di giudizio e la lucidità nelle decisioni che
orientano le politiche di sanità pubblica.
Nel nostro Paese il Governo e le Regioni hanno assunto
iniziative sull'influenza aviaria che sul piano strettamente tecnico sono
basate sulla grande esperienza maturata in questi anni dai servizi
veterinari nella gestione delle precedenti epidemie di influenza aviaria
determinata da sierotipi ad alta e bassa patogenicità non trasmissibili
all'uomo. La lotta alle malattie animali, in considerazione delle
implicazioni per la salute pubblica e di quelle di ordine socioeconomico,
richiede sicuramente indirizzi strategici e obiettivi condivisi e supportati
da sistemi operativi coordinati a livello regionale, nazionale e
internazionale. È condivisibile, pertanto, l'istituzione di una struttura
“centrale”, che risulta ancor più decisiva nel contesto di un sistema
istituzionale di tipo “federale” o, comunque, con competenze in materia di
sanità pubblica veterinaria diffuse e articolate a livello locale. Una
struttura che appare sempre più urgente quando si evidenziano discrasie,
carenze e inefficienze nell'azione di previsione, lotta e controllo delle
malattie, a causa di differenti “impegni” e modalità operative tra le
diverse realtà istituzionali territoriali competenti.
Il federalismo sanitario, in questo caso, non può che
essere un elemento politico che andrà a esaltare i problemi di uniformità e
coerenza del sistema di prevenzione. Del resto è notorio che i conflitti di
competenza e i differenti livelli di consapevolezza e condivisione tra i
diversi livelli istituzionali (tra Stato e Regioni, tra Regioni, all'interno
della stessa amministrazione ecc) hanno condizionato negativamente
l'efficienza e l'efficacia degli interventi contro le malattie animali.
Altrettanto dimostrano le verifiche ispettive europee e
internazionali, che rilevano costantemente come in Italia la carenza di
coordinamento nazionale sia causa di significative differenze territoriali
nell'efficienza della lotta alle malattie animali e quindi nei livelli di
garanzia sanitaria complessiva.
A questo proposito va ricordato che, proprio per far
fronte a queste difficoltà istituzionali, sono stati istituiti, di volta in
volta e a seconda delle problematiche, “tavoli”, “cabine di regia”,
“comitati” ecc.
L'istituzione di un Centro nazionale per la lotta
contro le malattie degli animali risponde alle sollecitazioni che più volte
sono state avanzate dalle organizzazioni veterinarie volte a ottenere un
coordinamento delle competenze presenti sul territorio nazionale e un
concreta sinergia delle azioni sanitarie tra i settori del sistema
veterinario nazionale. Tutto ciò, però, a oggi si riassume solo in un nome e
in un'intenzione.
Tenuto conto delle considerazioni sin qui esposte e
dell'esigenza di superare le attuali debolezze e carenze, occorre una chiara
volontà politica che ritenga prioritaria la costruzione di un sistema
istituzionale che, rispettando i principi del “federalismo”, garantisca
organizzazione, strutture e strumenti affinché l'espletamento delle
competenze ai diversi livelli, la definizione delle strategie necessarie e
l'azione operativa siano assicurati ordinariamente in modo preventivo,
coordinato e condiviso, evitando di dover istituire strutture specifiche
ex novo in situazione di crisi o emergenza. Significativa è anche la
previsione di una nuova strutturazione del ministero della Salute con
l'istituzione del Dipartimento per la sanità pubblica veterinaria, la
nutrizione e la sicurezza degli alimenti, articolato in tre direzioni
generali che ci auguriamo non si limiti alla superfetazione di competenze
burocratiche in capo alle stesse strutture e alle stesse capacità di
gestione delle problematiche in questione.
Non è positivo, invece, il giudizio in ordine alle
possibilità di assunzione di personale necessario a far fronte alle
problematiche sanitarie laddove si privilegiano quantitativamente le
assunzioni di Carabinieri del Nas (96 unità) che sono arruolati in
soprannumero in deroga alla legge, mentre si limita il reclutamento di
veterinari (appena 60 unità) e si inquadrano a tempo determinato per un
anno: l'effettivo incremento della dotazione organica veterinaria del
Ministero della salute, delle Asl e degli Istituti zooprofilattici è quindi
insignificante e nulla è previsto per ridefinire un approccio e
un'organizzazione più efficace sul versante delle importazioni di animali,
materie prime e alimenti da Paesi extracomunitari.
C'è da obiettare, inoltre, che alla copertura degli
oneri derivanti dall'influenza aviaria si provveda mediante corrispondente
riduzione dell'autorizzazione di spesa nelle misure per il potenziamento
della sorveglianza epidemiologica della encefalopatia spongiforme bovina (Bse),
riducendo quindi la portata di interventi veterinari preventivi sul versante
delle encefalopatie animali come la “mucca pazza”, quando si prevede una
spesa di svariati milioni di euro per sostenere il mercato delle carni
avicole. Se la Banca mondiale prevede in caso di pandemia il crollo del 2%
del prodotto mondiale, allora siamo davanti a una storica occasione di
risparmiare un disastro umanitario ed economico investendo in prevenzione
veterinaria nel monitoraggio e nell'estinzione immediata degli eventuali
focolai aviari.
Resta infine tutto da razionalizzare l'intervento di
prevenzione in ambito umano. Sono condivisibili le preoccupazioni del
ministero della Salute, ma non si comprende quale siano le prove di
efficacia sanitaria di una vaccinazione a tappeto con vaccini ancora di là
da venire. L'emotività del momento agisce inevitabilmente anche sulle scelte
politiche e mette a repentaglio ogni razionalizzazione che non corrisponda
alla volontà popolare e al sentimento di panico che serpeggia in questo
periodo, ma che sta scemando rapidamente. Come abbiamo già sperimentato con
la Bse, l'applicazione del principio di precauzione dà una eccezionale
opportunità a chi vuole enfatizzare per motivi ideologici certi indirizzi
politici, oppure trova nell'autoritarismo intrinseco della “precauzione per
forza maggiore” una straordinaria occasione di realizzare obiettivi
commerciali altrimenti impossibili. Resta evidente che l'unica arma efficace
in termini di concreta prevenzione della salute umana, e che può essere
realizzata senza spreco di risorse, è mantenere rarefatta la diffusione del
virus in ambito animale.
Siamo davanti a un problema con due incognite: la
patologia animale e quella umana. La prima può essere trattata e deve essere
affrontata nei Paesi che incubano l'infezione nei volatili. L'altra, quando
da zoonosi occasionale quale è oggi dovesse diventare una epidemia umana,
rappresenterebbe un grave problema di mancata prevenzione primaria e la
pandemia sarebbe realmente preoccupante per le difficili possibilità di
gestione. Tutto dipenderà dalla severità della forma che si adatterà
all'uomo e dalla organizzazione delle attività di sanità pubblica per il
reperimento dei vaccini e degli antivirali, per la loro distribuzione
capillare e per il trattamento dei pazienti a rischio. Una volta che ciò
dovesse accadere tutte le riunioni internazionali e tutti i summit politici
e scientifici che si susseguono da settembre potrebbero solo registrare la
loro storica inutilità. Vaccinare tutti in caso di pandemia potrà forse
significare che si vaccineranno milioni di persone nel cosiddetto primo
mondo, quello che può pagare. Agli altri, ancora una volta, chi ci penserà?
Per una volta il G8 potrebbe dichiarare una guerra preventiva a un virus.