Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

rischio pandemia

Il punto di vista di chi lavora sul campo

Giuliana Moda – medico veterinario, responsabile del Settore sanità animale - Assessorato tutela salute e sanità, Regione Piemonte

 

C’è una certa difficoltà ad abbracciare gli argomenti con un approccio francamente interdisciplinare, fra medici e veterinari. Mentre le autorità mediche internazionali sono intrappolate a discutere su produzione e accaparramento di vaccini ancora inesistenti, passa in secondo piano l’argomento fondamentale della prevenzione. Si tratta della possibilità concreta di ridurre la probabilità di una mutazione sfavorevole del virus ad alta patogenicità per il pollame.

 

È essenziale diminuire i passaggi virali nei volatili allevati, soprattutto dove c’è forte promiscuità tra gli uccelli acquatici, portatori e serbatoi, e il pollame, vero amplificatore del contagio. Abbiamo la possibilità, se solo si stanziassero risorse adeguate, di fermare la malattia negli animali. Servono decisioni immediate e ben sostenute finanziariamente perché anche nel Sud-est asiatico, cuore dell’epizoozia, dove la malattia si stima abbia interessato 200 milioni di contadini poveri, ci siano fondi per Servizi veterinari efficienti e risarcimenti agli allevatori.

 

La prevenzione dell’influenza aviaria rientra nel quadro dei programmi veterinari di eradicazione delle malattie degli animali allevati. Si tratta di interventi prioritari che hanno l’obiettivo sia di monitorare con adeguati supporti diagnostici e di epidemiosorveglianza attiva e passiva l’eventuale presenza di alcune patologie animali a elevata pericolosità per la salute pubblica o per l’economia zootecnica, sia di intervenire con specifici programmi di emergenza, altrettanto precisamente codificati, per eliminare ogni fonte animale del contagio.

 

L’influenza aviaria fa parte di una lista positiva redatta sulla base delle indicazioni di organismi internazionali (in particolare l’Oie, l’ufficio internazionale per le epizoozie, con sede a Parigi) e l’Unione europea dispone da tempo di una propria regolamentazione (Direttiva 92/40/CEE). Le misure previste prendono avvio dalla segnalazione di malattia. Molta dell’efficacia contenitiva dei provvedimenti successivi dipende dalla tempestività dell’identificazione del caso sospetto. Sono fondamentali i meccanismi per la partecipazione attiva al sistema degli allevatori, favorita dalla pronta corresponsione di indennizzi per la perdita degli animali colpiti, soprattutto se affiancata da un sistema di controlli veterinari, capace di individuare eventuali trasgressori dell’obbligo di denuncia del sospetto.

 

L’influenza aviaria ad alta patogenicità è una malattia che non pone generalmente problemi di riconoscimento, poiché causa netti cali di produttività ed è accompagnata da mortalità che insorge precocemente e si estende presto nell’allevamento. Rilevante l’intervento immediato del laboratorio specializzato (in Italia esistono laboratori di primo livello ben distribuiti sul territorio, gli Istituti zooprofilattici, uno dei quali, quello di Padova fa le funzioni di Centro di referenza nazionale) per verificare il ceppo in causa, differenziare i ceppi ad alta e bassa patogenicità, e anche per la diagnosi differenziale rispetto ad altre patologie aviarie che possono causare quadri simili ma richiedere misure diverse.

 

Accertata la diagnosi, gli interventi procedono in due direzioni. Squadre specializzate sono addette alla soppressione di tutti gli animali delle specie sensibili presenti nell’allevamento infetto, alla rimozione delle carcasse e alla successiva disinfezione dell’area interessata. Le stesse operazioni possono essere estese agli allevamenti sospetti di infezione o di contaminazione, vicini al focolaio o epidemiologicamente collegati. Per il rischio legato alla manipolazione delle carcasse, gli operatori addetti al focolaio devono indossare dispositivi di protezione e le loro condizioni di salute vanno monitorate ex ante (esclusione di persone portatrici di patologie cardiorespiratorie o soggetti immunodepressi) e nel corso delle operazioni.

 

Nel contempo è necessario istituire, con procedure legali di assoluta urgenza, due zone di restrizione al movimento degli animali delle specie sensibili allevate. La prima si estende per un raggio di tre chilometri intorno al focolaio (zona di protezione) e comporta il blocco e il controllo di tutti gli allevamenti. La seconda, per un raggio di almeno 10 chilometri, è detta zona di sorveglianza e serve a creare, con misure analoghe, una fascia di sicurezza in cui va assicurata l’assenza della malattia. Ulteriori interventi di monitoraggio e controllo devono interessare anche gli animali selvatici, anche se va precisato che, nelle condizioni di allevamento italiane e con un sistema rapido di estinzione dei focolai e contenimento della diffusione del contagio, il ruolo degli uccelli selvatici è sempre stato assai limitato o nullo.

 

Le misure di restrizione causano notevoli danni al settore zootecnico interessato e possono essere revocate solo dopo un mese, sempre se tutti i controlli hanno dato esito favorevole. In queste condizioni è indispensabile che campagne informative raggiungano con chiarezza ed efficacia la popolazione interessata e interventi di polizia assicurino il rispetto delle prescrizioni.

Questo articolato sistema di intervento può garantire la circoscrizione dell’epizoozia, a condizione di assicurare una buona predisposizione di tutti gli strumenti necessari e risorse umane e materiali per l’emergenza.

 

Anche adattando le prescrizioni al contesto e alle possibilità locali, sono intuibili le grandi difficoltà a operare che possono incontrare Paesi a basse risorse, se non viene posta una priorità internazionale di sostegno in tal senso. È dal 1996 che l’epizoozia di influenza aviaria sta devastando molti Stati dell’Asia, dove sono già stati sacrificati, senza la necessaria efficacia, 150 milioni di volatili. Nel Sud est asiatico l’allevamento del pollame è una risorsa importante e l’influenza, oltre ad aver sensibilmente ridotto il prodotto interno lordo del 1,5%, è arrivata a coinvolgere 200 milioni di contadini poveri e poverissimi che allevavano pollame per la sussistenza personale, privandoli di una delle poche fonti alimentari proteiche.

 

Gli interventi veterinari nella maggior parte dei Paesi del mondo sono effettuati nell’ambito delle politiche agricole, che sicuramente non risentono della stessa priorità sociale e dei canali di preferenza nello stanziamento di risorse, che sono invece destinati alla sanità. È quindi da condividere l’appello della Fao: il virus non è ancora mutato né riassortito. Bisogna allora agire ora, senza perdere tempo.

 

Va colta anche l’occasione per rafforzare la collaborazione interdisciplinare tra medici e veterinari di sanità pubblica. Rafforzare il modello in Italia può essere favorito dalla comune collocazione nei Dipartimenti di prevenzione delle Asl e sotto il dicastero della Salute. E la stessa priorità dev’essere salvaguardata a livello internazionale, affinché non si trascuri la prevenzione primaria.


 

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