Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

rischio pandemia

Organizzazione e solidarietà contro il rischio pandemia

Pietro Ragni - Azienda Usl, Reggio Emilia

Bianca Maria Borrini - medico igienista, Parma

Gianni Gallo – Ulss 12, Venezia

 

L’influenza aviaria ha scatenato in tutta Europa la paura di una pandemia simile alla Spagnola.

La gestione dell’informazione mediatica e pseudoscientifica avviata in tutto il mondo ha avuto sicuramente un ruolo nella genesi di queste paure. Per esempio, l’aver messo completamente in chiaro la discussione e le ipotesi di scenari di mortalità di una futura pandemia non è servito ad approfondire il dibattito scientifico, ma in compenso ha fatto aumentare le ansie nella popolazione, e con queste le spese per farmaci antivirali. Forse sarebbe stato più opportuno diffondere i dati nell’ambito di una rete tecnica di allarme internazionale, che non presentarli alla stampa alla conferenza internazionale di Malta. Purtroppo, però, sull’informazione rassicurante e oggettiva spesso ha prevalso il desiderio di mettersi in mostra e di dichiarare al mondo l’importanza della propria istituzione (ai diversi livelli), per trarne vantaggio in termini di immagine o di acquisizione di fondi.

 

Ancora, è stata creata una grande confusione alla gente in merito alle modalità di trasmissione all’uomo del virus dell’influenza aviaria H5N1 nei casi finora segnalati (a proposito, prendiamo la buona abitudine, quando colpisce l’uomo, di metterci l’aggettivo “umana”, in sostituzione o in aggiunta al termine “aviaria”). Invece di cercare di riferirci alle categorie scolastiche, cioè trasmissione per contatto, per droplets e per via aerea, avremmo forse dovuto cercare di capire e di raccontare che cosa davvero è successo. Nel Sud-est asiatico l’infezione umana da H5N1 si è sviluppata in circostanze radicalmente differenti da quelle esistenti nei Paesi occidentali: quelle aree presentano infatti un’alta densità abitativa umana e animale, assenza di precauzioni igieniche, promiscuità di vita tra uomo e animale, consumo alimentare abituale di animali morti per malattia e del loro sangue crudo. Con un rapporto di casi umani pari a circa 1 su 1 milione rispetto a quelli registrati negli animali e a fronte di un contagio avvenuto in simili estreme circostanze, è stata davvero la scelta migliore, in Occidente, quella di creare angoscia per il timore della trasmissione respiratoria (addirittura aerea)?

 

A nostro modo di vedere, il limite più importante nella gestione del rischio pandemico a livello europeo è comunque un altro. È quello di aver promosso una serie di interventi e di dichiarazioni con un messaggio subliminale comune: l’idea che solo chi ha le risorse materiali (i soldi, i farmaci, i vaccini), ce la potrà fare. È l’idea della risposta individuale, contrapposta a quella dell’organizzazione e della solidarietà. Tutti devono chiedersi come potranno salvare se stessi (o i loro figli, naturalmente), e non è importante che qualcuno si chieda come potrà aiutare l’altro. Tutti a comprare il farmaco, allora, fino a suscitare l’implorazione del produttore a non acquistarne più, mentre per tutta l’Asia, la grande esposta, ci sono solo le dosi che il produttore stesso ha donato all’Oms. La risposta più importante alla pandemia, però, non passa per l’acquisto individuale di un farmaco o per la prenotazione di un vaccino pandemico che, almeno al momento, non c’è. Se ci fosse una pandemia domani, non potremmo contare con certezza sui farmaci né sui vaccini, per i quali vi sono seri problemi di disponibilità materiale, di efficacia e di conoscenza delle caratteristiche di sicurezza.

 

L’illusione della gestione individualistica della pandemia è anche alla base del rischio, consistente, di assistere - in occasione dei primi casi di influenza pandemica - alla fuga dei medici e degli infermieri dai loro posti di lavoro. Oltretutto, almeno finora, questi sono stati bersagliati da messaggi discordanti e patofobici, anziché essere coinvolti in piani organizzativi dettagliati e informativi volti a rafforzare il proprio posto nell’organizzazione sanitaria e nella società.

 

Ma allora su che cosa potremmo e dovremmo contare? Pensiamo che sarebbe necessario lavorare sulle misure organizzative e sulla tenuta sociale, aspetti per i quali non sono richieste grandi quantità di denaro. Occorre infatti produrre linee guida, esercitazioni, indirizzi organizzativi e messaggi coerenti, inequivocabili e dai quali traspaiano scientificità, equità e solidarietà. Crediamo che il lavoro delle prossime settimane, in Italia e in Europa, dovrebbe essere orientato a queste finalità. Rammentiamo la situazione di partenza, dalla quale un piano pandemico con mire di efficacia non potrà prescindere: attualmente, senza virus aviari, soltanto un operatore sanitario su quattro (con percentuali simili in tutti i Paesi occidentali) si vaccina contro la “normale” influenza di stagione, nonostante il grande beneficio che la vaccinazione degli operatori comporta ai pazienti e ai Servizi sanitari. È da qui che, appunto, si dovrebbe partire.


 

trova dati