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vaccinazioni obbligatorie
L’abbandono dell’obbligo vaccinale: il difficile passaggio dalla teoria alla pratica

Ignazio Marino - chirurgo, presidente Commissione sanità del Senato

 

 

Quando si dice tempismo: a poche settimane dall’emergenza sanitaria scoppiata in Veneto per i casi di meningite, questa stessa Regione ha sospeso, dal 1 gennaio 2008, l’obbligo delle vaccinazioni per i bambini. La decisione era in realtà già presa da mesi per affidarsi alla libera scelta delle famiglie che, su consiglio del pediatra, valuteranno se somministrare i vaccini ai propri figli e per quali malattie. Un percorso forse inevitabile, dato che dal 2010 l’obbligo vaccinale dovrebbe essere sospeso in tutt’Italia per uniformarsi alle indicazioni dell’Unione europea. Il progetto punta sulla responsabilizzazione dei genitori, sul confronto delle famiglie con il medico, sulla consapevolezza degli individui rispetto alle scelte di salute. In altre parole, un passo ulteriore verso l’autodeterminazione nelle decisioni terapeutiche e l’abbandono della medicina paternalistica. Tutto positivo, in teoria, ma non nella pratica.

 

Un Paese, tante realtà

Anche supponendo che il Veneto sia una Regione matura e consapevole, non possiamo ignorare che l’Italia purtroppo soffre di grandi disparità e una decisione tanto delicata, come sospendere l’obbligo delle vaccinazioni pediatriche, presa da una singola Regione in totale indipendenza dal resto del Paese, non mi pare né saggia né ragionevole. I motivi sono semplici: in primo luogo i virus e gli altri microrganismi circolano liberamente e non si fermano alle frontiere né tanto meno ai confini regionali. In secondo luogo, non si può non tenere conto della diversificazione della popolazione che abita sul nostro territorio. In Italia vivono milioni di persone nate e cresciute in Paesi molto differenti non solo dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria, spesso carente se non inesistente, ma anche dal punto di vista culturale. Chi potrà assicurare che individui di Paesi e tradizioni disomogenee si rivolgano spontaneamente all’Asl o al pediatra per richiedere le vaccinazioni se non c’è una verifica e se non è obbligatorio?

 

A questo proposito è utile ricordare che l'obbligatorietà di alcune vaccinazioni, in un particolare momento storico di ricostruzione socioeconomica del nostro Paese, ha permesso di assicurare l’omogeneità nell’azione di prevenzione di alcune malattie, garantendo l’equità a livello nazionale. Si è trattato di un’operazione epocale, pari soltanto, in termini di ricadute positive sulla salute per la collettività, all'accesso universale all'acqua potabile. L'obbligatorietà delle vaccinazioni ha permesso la scomparsa del vaiolo nel 1978 e della poliomielite nel 2002. E se i nostri ragazzi oggi non hanno la cicatrice dell’antivaiolosa sulla spalla, e nessuno è invalidato dalla poliomielite, lo si deve alle politiche sanitarie del dopoguerra.

 

Altre malattie molto gravi, come per esempio l’epatite B per cui la vaccinazione è obbligatoria dal 1991, sono in diminuzione e potrebbero scomparire del tutto nel giro di due o tre generazioni. Sarebbe un risultato eccezionale se pensiamo che oggi nel mondo sono circa 400 milioni le persone ammalate di epatite B e un milione i decessi a causa di questo virus o delle sue conseguenze croniche come la cirrosi o il cancro al fegato. Ma se si abbassa la guardia, tra qualche anno un ragazzo di Rovigo o di Vicenza potrebbe contrarre la malattia perché i virus viaggiano liberi e si fermano solo se incontrano la barriera di persone vaccinate. Mentre il contagio non potrebbe accadere per un ragazzo di Bologna o di Napoli. Ciò significa, in termini di salute pubblica, vanificare anni di lavoro e buttare a mare enormi investimenti statali, finalizzati a debellare alcune malattie.

 

Proteggere la collettività, prima di tutto

Dal 1999 le Regioni hanno acquisito piena autonomia e oggi ogni Asl ha diverse modalità di organizzazione e differenti calendari vaccinali. Inoltre, da quello stesso anno, è permessa anche l’ammissione a scuola dei bambini non vaccinati. Ovviamente molte cose sono cambiate da quando l’ufficiale sanitario entrava a scuola e metteva tutti i bambini in fila indiana con il braccio scoperto per la puntura. Oggi esiste una diffusa consapevolezza e si pone maggiore accento sulla tutela dei diritti individuali, ma questo non dovrebbe condurre a decisioni prese senza tenere conto del contesto nazionale.

 

Il federalismo sanitario è una grande risorsa per alcune Regioni virtuose che, grazie all’ampia autonomia e alle capacità degli amministratori, hanno raggiunto livelli di vera eccellenza. Purtroppo questo strumento è stato invece infausto per altre Regioni che, gravate da uno svantaggio amministrativo, strutturale e tecnologico, faticano a garantire servizi sanitari adeguati e non riescono a rispettare i vincoli di bilancio.

 

Di fronte a questo dato di fatto, credo che su questioni che riguardano davvero tutti, come la prevenzione delle malattie infettive attraverso le vaccinazioni, debba sempre prevalere il punto di vista generale, e quindi dell’amministrazione centrale dello Stato, sui particolarismi locali. L’affermazione dell’indipendenza regionale non dovrebbe mai contrastare con le esigenze della salute pubblica nazionale. E, forse, il Veneto potrebbe riconsiderare le proprie decisioni privilegiando la strada dell’educazione sanitaria delle famiglie e del rifiuto informato delle vaccinazioni piuttosto che quella della sospensione dell’obbligo vaccinale. La differenza può sembrare minima ma permette di proteggere la collettività.
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Ultimo aggiornamento martedi 20 settembre 2011
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