Luigi Sudano - responsabile Servizi attività vaccinali Ausl Valle d’Aosta
Esperti, neofiti, interessati: tutti dicono la loro
sulle vaccinazioni, in particolare sul tema dell’abolizione dell’obbligo e
sul tipo di offerta. Ho la netta sensazione, però, che stiamo girando
attorno a un’unica, sostanziale questione: non vorremmo sentirci “cani
sciolti e poveri” su questi argomenti. Infatti ciascuno mette in campo il
proprio bagaglio culturale, la propria scuola di formazione e, perché no,
anche la propria forma mentis. Gli ignavi ne fanno una questione politica,
dimenticando che la politica divide e, ciò che è peggio, obbliga a posizioni
d’intransigenza. Per carità, non è del tutto sbagliato, in quanto la forza
di un’azione deriva dall’insieme delle idee. Ma qui si rischia di
dimenticare il soggetto delle nostre azioni: la salute e la potenzialità
decisionale di far star bene, o male, l’intera popolazione a causa di
malattie che comunque possono essere evitabili, a prescindere se ad
ammalarsi saranno bambini, adolescenti, adulti, anziani, donne o uomini.
Allora, riflettendoci bene, tutto sommato il Piano
vaccini sta sortendo un effetto insperato: mettere in discussione la nostra
cultura vaccinale e il nostro modo forse superato di offrire un servizio. In
altre parole, ha tolto un bel po’ di ombre facendoci vedere ciò che queste
nascondevano. E su questo orizzonte inesplorato sono apparsi quei problemi
che tutti noi ben conosciamo, ma che a volte facciamo finta di ignorare. È
proprio vero che, se vi fossero i soldi, tutti i problemi sarebbero risolti?
Sulla babelica e variegata organizzazione dei Servizi
d’igiene italiani, siamo tutti d’accordo. Sulle diverse combinazioni di
operatori che vaccinano, non troppo. Ricordiamoci, però, che l’importanza
del loro ruolo complementare produce effetti positivi sulle coperture
vaccinali. In altre parole: siamo un po’ disorganizzati, o quantomeno non
omogenei, e non c’è poi tanta chiarezza su come dovremmo essere. Questi sono
gli effetti che si riscontrano lavorando in trincea, sul campo. La scarsa
chiarezza sul tema vaccinazioni, dunque, non è determinata da un Piano
vaccini incompleto, ma dalla cattiva e incoerente organizzazione dei
Servizi.
Ma non è tutto: c’è un aspetto di fondo e sottile che,
pavidamente, nessuno affronta. Ci siamo mai chiesti quali siano i flussi di
denaro che vengono riscossi agli sportelli dei Servizi quando viene
realizzata una vaccinazione a pagamento o in co-payment? (cito solo una, tra
la congerie di prestazioni di un Servizio d’igiene). A me risulta che
vengano incassati dalle Usl e posti poi in un più ampio calderone gestito da
figure che nulla sanno, o non badano, sulla provenienza di questi incassi. È
logico ritenere, allora, che gli uffici amministrativi delle Usl notano solo
l’uscita di fondi dedicati all’acquisto dei vaccini, perché coincidenti con
un preciso capitolo di spesa. Spesa che è in lenta e progressiva crescita
ogni qualvolta viene prodotto e immesso sul mercato un vaccino nuovo. Non ne
vedono però gli incassi, sia diretti che indiretti provenienti dalle stesse
Usl, a fronte del capitale impegnato. Il decisore, allora, pontificherà che
non è giusto che alle vaccinazioni possano accedere solo coloro che se lo
possono permettere economicamente, e decide così di non fornire più i
vaccini “nuovi” perché comprarli costa troppo. Anzi, tentano addirittura di
ottimizzare le spese, riducendole del 30%. Ma così i Servizi non offrono più
il servizio e l’Italia inevitabilmente assume le sembianze, sempre più
disomogenee, della pelle del leopardo. Oppure, sempre per ottimizzare le
spese, gli operatori vaccinali vengono diffidati dal continuare a vaccinare
se la copertura, sui nuovi vaccini, supera il 40%. E poi, non
dimentichiamolo, c’è chi per farsi vaccinare cambia Regione. Ecco spiegato
l’arcano che coinvolge tutti coloro che, da una parte, sono spinti a
risparmiare e, dall’altra, coloro che sono pienamente convinti della
necessità dell’azione vaccinale.
C’è anche un’altra cosa che sfugge ai più: la nostra
storia. Cinquant’anni fa la priorità era solo vaccinare. Oggi invece le cose
sono diverse: sono stati eseguiti studi approfonditi, verifiche, ricerche e
quant’altro, ma non si è proceduto alla modifica della cultura
“vaccino-servizio”. È chiaro che le vaccinazioni - dopo lustri di sopore,
anni di monotonia, il ruolo del vaccinatore all’ultimo posto rispetto
all’ospedaliero, lunghi periodi di assenza di novità - hanno mantenuto una
scarsa “forza contrattuale” nell’ambito della prevenzione, rispetto ai
servizi ospedalieri. E quindi fa scalpore se qualcuno paventa un aumento
della spesa da impegnare sui vaccini, considerati solo sotto l’aspetto
finanziario, quasi come un fastidioso impegno economico. I soldi è meglio
utilizzarli per l’ecografo o per fare una miriade di emocromi, prescritti
come fossero grani di sale grosso. E così il capitolo vaccini viene messo da
parte.
Tutti sanno che c’è una battaglia perenne che coinvolge
potere politico e operatori sanitari: quante volte abbiamo assistito a
questa battaglia nelle sedi sindacali o nelle contrattazioni di budget, tra
ospedale e territorio (nonostante a quest’ultimo recentemente venga
riconosciuto sempre più peso)? Abbiamo dovuto attendere l’ingolfamento degli
ospedali o dei Pronto soccorso per comprendere quanto sia importante il
filtro del territorio e della prevenzione. Questa differenza contrattuale si
nota peraltro anche sulle buste paga delle figure professionali coinvolte.
Cosa fare, quindi? Un ufficio amministrativo di una
qualsiasi Usl ha impiegato quattro anni a capire cosa fossero e da chi
provenissero i bollettini di conto corrente pagati che riportavano sempre la
stessa cifra (solo perché un medico di sanità pubblica era andato a chiedere
come mai la voce “acconto incentivazione” riportava la cifra 64.000£, mentre
quella di un collega ospedaliero riportava 800.000£). Occorre allora fare
chiarezza tra ciò che si investe e ciò che si incassa in ogni Usl. In altre
parole, occorre chiarire e ottimizzare ogni flusso di denaro stabilendo, nel
calderone generale degli incassi delle Usl, la puntuale e precisa
provenienza e appartenenza di ogni fondo. La stessa cosa dovrebbe essere
fatta per i fondi ministeriali erogati alle Regioni.
I fondi stanziati dal ministero della Salute per i
Piani di prevenzione attiva, per esempio, vanno alle Regioni nella misura in
cui vengono verificati gli avanzamenti dei singoli progetti (attraverso la
certificazione dei cronoprogrammi da parte del Ccm) e, da queste, ai
Dipartimenti di prevenzione che li utilizzano per la realizzazione dei
programmi per la prevenzione attiva. Ho la netta sensazione, però, che
questo flusso si perda nei meandri di qualche ufficio amministrativo. Non ho
timore di affermare che nella mia realtà, come del resto in molte altre,
nessuno ci ha mai incoraggiato o fatto sapere o appena intuire che quei
fondi appartengono al Dipartimento di prevenzione. E così l’unica forma di
prevenzione che facciamo è quella vaccinale: di altro, ancora non si parla.
Non credo che al ministero importi il dato relativo al
risultato sulla prevenzione, che viene realizzata dai Dipartimenti di
prevenzione a cui spettano di diritto sia la fase organizzativa che la fase
d’impegno di spesa per la loro realizzazione, in condivisione con gli
specialisti che devono avere un ruolo tecnico. Dove troviamo, allora, la
forza e le risorse per la realizzazione di quanto saggiamente stabilito dal
ministero della Salute? Attraverso il nostro credo, con la nostra buona
volontà, con i nostri ideali e con la nostra coesione. Ma questo non può
bastare: se non verrà fatto un atto di fede da parte dei nostri superiori,
se i Servizi - laddove carenti - non si riappropriano di quanto
(probabilmente per la consuetudine o la necessità di far fronte alle
richieste dell’utente) ha negato loro per anni, nulla si muoverà nella
giusta direzione. In questo il ministero ha voluto dare un input non da
poco, proprio grazie al quale si sta iniziando a fare chiarezza e ad
affrontare i problemi su questo “capitolo amministrativo” della prevenzione.
Mi viene in mente la voce di qualcuno che ha sempre
affermato lo scarso utilizzo dei fondi nazionali disponibili per la
prevenzione. Le Regioni non utilizzano in pieno, come concordato, quel 5%:
ma allora dove va a finire la differenza tra l’usato e il non utilizzato,
visto che il controllo amministrativo non è poi così accurato? Non si può
più eludere questa domanda. E ricordiamoci sempre che lo Stato spende molto
di più magari solo per “rimborsare” un antipertensivo piuttosto costoso,
rispetto alla spesa per l’acquisto di tutti i vaccini per l’intero Paese.
Serve pari chiarezza e una sincera professionalità amministrativa, anche in
periferia. La spesa per i vaccini rappresenta realmente una minima quantità
dei fondi disponibili e dedicati alla prevenzione. Forse è ora di credere a
coloro che hanno sempre affermato che “i soldi ci sono”, anche per i
vaccini: basterebbe soltanto imparare a vederli.