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a cura del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute
discussioni
vaccinazioni obbligatorie
Obbligo o qualità?

Alberto Tozzi - Ospedale Bambin Gesù, Roma

 

 

Da quanto tempo discutiamo dell’abolizione dell’obbligo vaccinale? Ormai troppo. E mentre discutiamo vengono resi disponibili nuovi vaccini che rischiano di essere utilizzati senza alcuna base razionale. Ancora, da una parte, vaccini “obbligatori”, “vecchi” e, dall’altra, vaccini “nuovi”, “facoltativi”. Se i genitori hanno capito che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è importante per i propri figli, anche se non è “obbligatorio”, è perché è aumentata la conoscenza sulla malattia e su questo vaccino da parte dei pediatri e delle altre figure professionali mediche coinvolte nelle vaccinazioni. E la conoscenza ha subito un’accelerazione dopo la triste epidemia di morbillo del 2002.

 

Senza la conoscenza comunicare è impossibile. Ce lo diciamo da sempre, di vaccini non si parla mai, eppure ben poco è ancora contenuto nei programmi formativi dei corsi di laurea e specializzazione. Ed è triste constatare che in molte aree del nostro territorio la vaccinazione è considerata ancora un impegno medico di serie B, e che molto spesso i medici assegnati alle vaccinazioni lo sono per brevi periodi. Risultato: poca esperienza, poca motivazione, suggerimenti clinici non adeguati, comunicazione inefficiente. Non sarà allora il caso di immaginare un modello nuovo per le vaccinazioni? Potremmo alleggerire la presenza medica negli ambulatori vaccinali e dare più spazio al personale infermieristico? Ma soprattutto, possiamo consolidare la formazione sui vaccini?

 

E poi le questioni pratiche. Io immagino un sistema per l’offerta delle vaccinazioni nel quale, definita una strategia vaccinale, anche a livello regionale, non ci sia più alcuna distinzione operativa tra vaccini obbligatori e vaccini raccomandati. Un’offerta vaccinale sul territorio omogenea ed effettuata con lo stesso calendario. Immagino vaccinazioni senza copayment e spese per l’acquisto dei prodotti vaccinali a totale carico del sistema sanitario nazionale, largo uso dei vaccini combinati e della somministrazione simultanea di più vaccini nella stessa seduta. Un sistema semplice e chiaro, nel quale i professionisti lavorino applicando i principi della prevenzione basata sulle evidenze, e nel quale la famiglia non si perda. Questi presupposti sono indispensabili per una comunicazione efficace, che in modo coerente con la qualità dei servizi, può fornire alle famiglie gli elementi sufficienti per far decidere loro che vaccinare conviene.

 

Per fare tutto questo, inevitabilmente, ci vogliono risorse. E ci vuole tempo. L’idea di un appuntamento per una seduta vaccinale che dura pochi minuti stona con un modello centrato sulla comunicazione, dove i genitori abbiano lo spazio e la possibilità di comunicare davvero. Possiamo farlo su tutto il territorio? Possiamo aumentare la qualità dei servizi vaccinali? Forse è questo che fa paura, investire in un settore ancora considerato poco remunerativo, solo un servizio. Eppure, una struttura che offre strumenti di prevenzione e sia capace di utilizzare risorse e comunicazione e che sperimenta elevate coperture vaccinali rappresenta un modello per altre iniziative preventive che non si fermano certo alle vaccinazioni. E, se la vogliamo mettere su questo piano, prevenire bene significa guadagnare salute e, in fondo, risparmiare consumo di risorse sanitarie.

 

Detto questo, bisogna pensare alla tecnica della comunicazione, che è centrale per il raggiungimento degli obiettivi. Anche per questo aspetto bisogna acquisire competenze specifiche che non abbiamo ancora. Basti pensare a come certe volte si vede comunicare una diagnosi impegnativa nei corridoi dei reparti ospedalieri. Certo, saper comunicare non è una dote naturale, si impara. Ma la formazione in tema di comunicazione deve essere seminata presto e all’inizio dei programmi formativi delle figure professionali che lavorano nel settore medico. Ben vengano i corsi Ecm, i seminari e i corsi speciali, ma questo è un argomento che deve entrare nella formazione di base. Inoltre, la comunicazione efficace è coerente con l’applicazione dei principi della medicina basata sulle evidenze, e quindi con la prevenzione basata sulle evidenze. Già, perché anche l’Ebm non è certo fatta di diktat o di raccomandazioni incontestabili, ma è centrata sul paziente: l’evidenza e la propria esperienza clinica entrano nel processo decisionale della terapia o dell’intervento preventivo insieme alle aspettative e ai desideri del paziente. Quindi, se vogliamo fare bene la evidence based prevention, dobbiamo ascoltare il pubblico. Oltre a saper ascoltare, possiamo offrire informazioni sulla frequenza e la gravità delle malattie prevenibili con le vaccinazioni, sull’efficacia e la tollerabilità dei vaccini, e sui dati epidemiologici e di copertura vaccinale sul territorio. Se questo processo è efficace, il risultato non può che essere un aumento della fiducia tra i cittadini ed il Servizio sanitario. In due parole: sapere accogliere le richieste informative, personalizzarle al contesto, avere le informazioni da fornire alle famiglie, saperle comunicare, essere coerenti con le altre sorgenti informative, fornire dati supplementari a supporto, monitorare l’efficacia delle informazioni fornite. Difficile? Sicuramente, ma non impossibile.

 

Non sarei molto preoccupato dell’abolizione dell’obbligo vaccinale ora, sarò molto preoccupato se non cambierà rapidamente il modo di gestire le vaccinazioni e se non verranno fatti grandi investimenti sulle competenze, sul tempo da dedicare ai pazienti e sulla formazione dei professionisti in tema di comunicazione. Ma sono ottimista. C’è un impegno internazionale sulla prevenzione delle malattie infettive, si tratta di un’iniziativa aggregante. E ormai è chiaro a tutti che conoscere le modalità elementari della comunicazione efficace è come utilizzare lo sfigmomanometro per la misura della pressione arteriosa o il fonendoscopio. Se questo strumento manca nella dotazione del professionista, il paziente se ne accorge. E i pazienti e le famiglie dei piccoli pazienti sono esigenti, leggono, si documentano e fanno domande precise e alle quali talvolta è difficile rispondere. Ciò non vuol dire che il professionista della medicina deve essere onnisciente, anzi, nella comunicazione efficace deve esserci spazio per l’incertezza, per il consulto, e infine per la modestia.

Insomma, l’obbligo vaccinale è nella nostra testa. Proviamo a ragionare sui vaccini che servono e su quelli che non servono. Se servono, non possiamo accontentarci di coperture vaccinali mediocri. Bisogna semplicemente mettere a disposizione del pubblico servizi vaccinali di qualità. E, come dimostrato dalle esperienze regionali, i servizi di elevata qualità sono perfettamente in grado di garantire il mantenimento delle coperture necessarie.

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Ultimo aggiornamento martedi 20 settembre 2011
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