Eva Buiatti,
Agenzia regionale di sanità della Toscana
Donato Greco, Istituto Superiore di Sanità
Massimo Valsecchi, Gruppo Nazionale Evidence Based
Prevention.
Con il Dipartimento di Prevenzione (502/92 e sue modiche), nasce una
nuova creatura nel servizio sanitario. Questo nuovo soggetto, fortemente
legittimato ed esteso sul territorio nazionale entra, però, presto in crisi
al suo interno e nei rapporti con il resto del servizio sanitario e con la
comunità.
Il Dipartimento nelle Aziende sanitarie territoriali prende forma, in
genere, dalla confluenza di servizi preesistenti: igiene pubblica,
veterinaria, medicina del lavoro, tecnica ingegneristica per la prevenzione
degli infortuni. Si aggregano sotto un unico "cappello" professionisti
abituati a lavorare in modo diverso: dall'azione finalizzata a garantire il
rispetto di procedure stabilite per forza di legge (vigilanza, sanzione),
all'autorizzazione e certificazione relative alla salute in quasi ogni atto
della vita civile, dalla visita medica preventiva (medicina scolastica,
medicina dello sport, medicina del lavoro) all'educazione alla salute, dalle
vaccinazioni ai controlli degli alimenti. Questi interventi sono spesso
condotti come una serie di singoli atti, eseguiti in forza di legge, ed è
spesso difficile darne una lettura integrata all'interno
di strategie o programmi rivolti a migliorare la salute della popolazione.
D'altro canto quando il Piano sanitario nazionale 1998-2000 individua gli
obiettivi di salute, e quindi elenca le tematiche più importanti in termini
di prevenzione, queste si identificano in aspetti che i dipartimenti
non affrontano o affrontano solo in modo sporadico: comportamenti a rischio
come il fumo e la vita sedentaria, condizioni quali l'ipertensione,
tematiche di prevenzione come l'infortunistica stradale. Non si tratta
solo del fatto che viene scritta un'agenda differente, ma di qualcosa di più
grave: nei confronti di questi problemi gli approcci tradizionali sono
inappropriati e la sanità pubblica (che non ha ancora sviluppato cultura e
strumenti tecnici adeguati) non sa come affrontarli.
Peraltro, la coscienza che questi ambiti di intervento fossero molto
rilevanti era già presente nella comunità scientifica e in quella degli
operatori, e mentre i servizi di igiene pubblica o di sanità veterinaria
si chiudevano a difesa del proprio "spazio vitale", altre strutture nel
servizio sanitario avevano cominciato ad affrontarli.
Il fatto che molte risorse umane ed economiche dedicate alla prevenzione
siano spese per tematiche irrilevanti, o utilizzando metodiche
inefficaci ( solo a titolo di esempio la febbre tifoide, le idoneità
sanitarie per gli alimentaristi, le certificazioni per patenti ecc. ) fa sì
che gli operatori si sentano distanti dai settori più dinamici e vitali
dell’attività e che si diffonda un senso di inutilità rispetto ad azioni
prive di impatto sulla salute. In positivo, proprio da queste
considerazioni, è nata dall'interno degli operatori stessi un'esigenza
di rinnovamento degli obiettivi e dei metodi di lavoro.
Il dibattito sulla
Evidence based prevention (EBP) è nato e si è
sviluppato, fortunatamente non solo in Italia, negli anni in cui, in
medicina clinica, cresceva il dibattito sull'efficacia degli interventi e il
movimento che va sotto il nome di
evidence based medicine: idealmente ogni intervento medico dovrebbe
essere giustificato da dimostrazioni di efficacia, sotto forma di
esperimenti clinici randomizzati.
Nel 1999 su iniziativa dell'Agenzia regionale di sanità della Toscana viene
avviata una discussione di livello nazionale (via posta elettronica) che
improvvisamente diviene affollata e creativa, a dimostrazione del fatto che
l'esigenza di trattare questo tema era matura nel mondo degli operatori:
gente della sanità pubblica metteva fortemente in discussione il proprio
operato (dall'idoneità sanitarie per gli alimentaristi alle certificazioni)
e proponeva di affrontare con nuovi metodi problemi di salute attuali, con
l'intento di trasferire forze e risorse su programmi di intervento efficaci.
Si affermava l’importanza di lavorare per programmi con obiettivi di salute,
superando l'atteggiamento anche psicologico e culturale dell'"obbligo di
legge", ed emergeva come tema ricorrente la necessita di fare crescere la
valutazione degli effetti dei nostri programmi di intervento al fine
di migliorarli. Da allora si sono succeduti due convegni a Firenze in cui si
è discusso della necessita di approcci freschi per valutare i
programmi rivolti alla comunità: valutare che cosa abbiamo fatto, quanto
abbiamo fatto, quanto lo abbiamo fatto bene e soprattutto quale è stato
l'effetto sulla salute che abbiamo ottenuto.
Nell'ultimo anno, altre iniziative sono state avviate: un progetto di
valutazione pratica di un intervento normalmente effettuato in medicina del
lavoro (le visite per l'avviamento al lavoro di apprendisti e minori), corsi
di formazione su EBP, e questo volume che presentiamo.
La
Guide to Community Preventive Services, o
Community Guide
è un progetto a lungo termine a cura di un vasto gruppo di lavoro
statunitense, coordinato dal CDC di Atlanta, che raccoglie e valuta le
dimostrazioni di efficacia sul campo per vari programmi di salute rivolti
alla comunità. E' la testimonianza del fatto che il dibattito nato in
Italia sulla prevenzione non rappresenta un episodio isolato e provinciale,
ma anzi si colloca in un vasto movimento internazionale, che si sta
sviluppando con forte impegno della comunità scientifica e della Sanità
pubblica negli Stati Uniti, in Australia, in Canada ed in alcuni Paesi
europei.
Ci è parso che mettere a disposizione dei lettori in lingua italiana le
esperienze più strutturate realizzate altrove possa rappresentare un
contributo alla crescita ed alla evoluzione del dibattito su questo tema nel
nostro Paese. Il Laboratorio di Epidemiologia dell'Istituto superiore di
Sanità e l'Agenzia regionale di sanità della Toscana, con alcuni dei
promotori del gruppo nazionale di discussione sulla EBP, insieme alla
rivista Epidemiologia e Prevenzione hanno quindi deciso di rendere
disponibili in italiano i materiali prodotti fino ad ora dalla
Community
Guide, e di offrire il loro aggiornamento via via che la documentazione
prodotta diventerà disponibile.
La disponibilità della rivista "Epidemiologia e Prevenzione", organo
scientifico della Associazione Italiana di Epidemiologia, dimostra l'impegno
in questo ambito ed è preziosa per assicurare l'accessibilità del volume ad
un vasto pubblico di operatori.
Questi documenti sono peraltro accessibili anche attraverso Internet,
all'indirizzo
www.epicentro.iss.it e saranno via via aggiornati ed adattati alla
situazione italiana, in modo da farne una risorsa della sanità pubblica.
Questa iniziativa si colloca all'interno delle attività di un progetto
complessivo di rinnovamento della prevenzione in Italia, per sostituire
interventi a scarsa o nulla efficacia con programmi a maggiore impatto
sulla salute, diffondere la pratica della valutazione nei Dipartimenti di
prevenzione, incidere per modificare la legislazione laddove obbliga a
interventi inutili o non favorisce programmi efficaci.