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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

malattie cardiovascolari

Salute cardiovascolare degli italiani: i dati dell’indagine Oec/Hes 2008-12

Chiara Donfrancesco, Luigi Palmieri, Serena Vannucchi, Cinzia Lo Noce, Francesco Dima, Diego Vanuzzo e Simona Giampaoli - reparto di Epidemiologia delle malattie cerebro e cardiovascolari, Cnesps-Iss

 

26 settembre 2013 - I risultati dell’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare (Oec)/Health Examination Survey (Hes) 2008-2012 mostrano un quadro preoccupante dell’attuale stato di salute cardiovascolare nella popolazione adulta italiana (35-79 anni) (vedi Tabella 1). I valori di colesterolo totale e LDL e l’indice di massa corporea (Imc) nei due sessi, nonché la glicemia negli uomini sono al di sopra di quelli raccomandati dalle Linee guida europee. Alta è anche la prevalenza di condizioni a rischio elevato quali l’ipercolesterolemia, il diabete, l’ipertensione e l’obesità. L’aumento di questi fattori e condizioni è strettamente legato ad alcune abitudini di vita: fumo, alimentazione troppo ricca con eccessivo consumo di grassi saturi, sale e zuccheri e povera di fibre, eccessivo consumo di alcool e vita sedentaria.

 

Tabella 1. Distribuzione dei fattori di rischio e prevalenza delle condizioni a rischio per uomini e donne, 35-79 anni. Osservatorio epidemiologico cardiovascolare/Health Examination Survey 2008-2012

 

 

L’indagine del 2008-2012 ha rilevato inoltre un eccessivo consumo di sale: 11 grammi al giorno negli uomini e 8 nelle donne, molto più alto dei 5 grammi raccomandati come soglia massima dall’Oms. Considerando la relazione esistente tra sale e ipertensione, è probabile che l’elevata prevalenza dell’ipertensione sia da attribuirsi almeno in parte a questa abitudine alimentare.

 

Tra le possibili cause degli elevati livelli dei fattori di rischio (pressione arteriosa, glicemia e colesterolemia) il sovrappeso (25 ≤ Imc < 30 kg/m2) e l’obesità (Imc ≥ 30 kg/m2) giocano un ruolo rilevante: l’obesità è più diffusa al Sud e nelle Isole e va di pari passo con la distribuzione della prevalenza di inattività fisica. L’abitudine al fumo di sigaretta (uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare) è tuttora molto diffusa, con percentuali intorno al 20% sia negli uomini che nelle donne, e rappresenta in Italia, insieme a ipertensione, ipercolesterolemia e diabete, una condizione di rischio “di massa”, questo significa che per ridurne la diffusione non è sufficiente un trattamento individuale, ma è fondamentale una adeguata strategia di popolazione.

 

Il rischio cardiovascolare globale assoluto a 10 anni, stimato con il calcolo del punteggio individuale, è diversamente distribuito tra i due sessi, con ben il 27% degli uomini e il 3,4% delle donne a rischio intermedio-alto.

 

Un confronto temporale a 10 anni di distanza con la precedente indagine dell’Oec del 1998-2002 mostra come certi cambiamenti nelle condizioni a rischio cardiovascolare della popolazione siano ancora influenzati dal livello d’istruzione, utilizzato come identificativo del livello socio-economico: tra il 1998 e il 2008 migliora di qualche millimetro di mercurio la pressione arteriosa media nella popolazione, si riduce sensibilmente l’abitudine al fumo di sigaretta negli uomini, e aumenta l’attività fisica, ma ciò avviene soprattutto nelle persone più istruite.

 

Prevenzione primordiale

Nel 1978 Toma Strasser affermò che la prevenzione delle malattie cardiovascolari doveva superare il concetto di prevenzione primaria e coniò il termine di “prevenzione primordiale” indicando con esso le attività che prevengono la diffusione e l'aumento dei fattori di rischio nella popolazione. La terza conferenza internazionale sulla salute del cuore che si è tenuta a Singapore nel 1998 ha focalizzato l’attenzione sul fatto che per la salute cardiovascolare la prevenzione va fatta “dal concepimento alla tomba” intendendo così che la prevenzione deve essere incoraggiata e sostenuta per tutta la durata della vita.

 

La prevenzione primordiale ha importanti implicazioni nella relazione fra livello socio-economico e fattori di rischio cardiovascolare nell’adulto: l’approccio verso la prevenzione primordiale significa assicurare la disponibilità di cibo sano a basso costo, la disponibilità di cibo sano nelle scuole, la presenza di strutture adeguate e diversificate per l’attività fisica accessibili a tutti, in modo da favorire nei bambini e nei ragazzi una alimentazione varia e bilanciata e un’adeguata attività fisica che assicurino il profilo di rischio favorevole nei giovani adulti.

 

Migliorare le strutture e i programmi di educazione fisica e di attività sportiva nella scuole è quindi oggi una priorità imprescindibile per contrastare l’abitudine alla sedentarietà anche in età più avanzata e l’attitudine verso l’obesità. Allo stesso tempo è necessario incentivare programmi di educazione alla salute improntati all’adozione di un corretto stile di vita che rendano bambini e adolescenti consapevoli dei rischi legati al fumo di sigaretta e alla cattiva alimentazione. I bambini che crescono in un ambiente con meno opportunità verso l’abitudine al fumo e maggior consapevolezza, sono meno propensi ad adottare questo comportamento in età adulta.

 

Le azioni di politica sanitaria che influenzano le caratteristiche strutturali dell’ambiente come la disponibilità di cibo, l’attività fisica, l’abolizione del fumo e il controllo dell’alcol possono avere conseguenze importanti nel futuro. Perciò prevenzione primaria e primordiale hanno target differenti per l’intervento. La prevenzione primordiale previene l’instaurarsi di quegli stili di vita non salutari che sono responsabili dello sviluppo dei fattori di rischio, intervenendo sugli aspetti sociali e modificando le condizioni che generano l’esposizione a fonti che danneggiano la salute. La prevenzione primaria altera il livello dei fattori di rischio dopo che appaiono nella popolazione, focalizzando l’intervento sulla comunità, sugli individui o gruppi di individui ed ha l’obiettivo di modificare i comportamenti, i mediatori psicosociali e i fattori biologici che portano all’incremento del rischio cardiovascolare.