Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

influenza aviaria

Notiziario - 1 marzo 2007

Preparazione alla pandemia: la situazione in Europa

Negli ultimi anni, nell’Unione europea ci sono stati importanti progressi nella preparazione alla pandemia. C’è però ancora molto da fare, stando a un rapporto pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). Il documento sottolinea in particolare l’importanza della preparazione e organizzazione a livello locale, oltre al fatto che una pandemia potrebbe avere conseguenze su tutti i settori della società, non solo sui servizi sanitari.

Leggi l’articolo di Eurosurveillance (in italiano).

 

Primo caso umano di influenza aviaria in Laos

Il ministero della Salute del Laos ha confermato il primo caso umano di influenza aviaria, provocato dal virus A/H5N1. Si tratta di una ragazza di 15 anni proveniente da Vientiane. La ragazza ha sviluppato sintomi similinfluenzali il 10 febbraio ed è stata ricoverata a Vientiane il 15 febbraio con febbre e problemi respiratori. Ha poi richiesto assistenza medica nella vicina Tailandia il 17 febbraio e ora si trova nell’ospedale di Nongkhai, in condizioni stabili. Campioni prelevati da epidemiologi nel Laos e da medici tailandesi sono stati testati presso l’Istituto nazionale della salute (National Institute of Health) in Tailandia e sono risultati positivi per il virus A/H5N1. Il governo del Laos sta inviando i campioni anche a un centro di collaborazione dell’Oms per ulteriori analisi. Il 24 e 25 febbraio scorsi, un team composto da funzionari dell’Oms e dei ministeri della salute della Tailandia e del Laos hanno effettuato un sopralluogo nel villaggio della ragazza e in quei quartieri dove si erano già verificati decessi nel pollame. Sono state identificate e vengono tenute ogni giorno sotto osservazione le persone che sono venute più a stretto contatto con la ragazza. Queste persone hanno effettuato un trattamento profilattico con oseltamivir e, finora, sono tutte in buona salute.

 

Rotte migratorie vs. rotte commerciali: chi è il colpevole?

Nell’aprile del 2006, un editoriale della rivista medica Lancet Infectious Diseases ha messo in dubbio le responsabilità della diffusione del virus A/H5N1 ad alta patogenicità a carico degli uccelli migratori, ritenuti i veicoli più probabili della diffusione del contagio. Sin dalla metà del 2005, la Food and Agriculture Organisation (Fao) e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), infatti, hanno dato molto spazio all’ipotesi secondo cui la diffusione del virus sia da attribuire soprattutto agli uccelli migratori, che avrebbero contagiato gli allevamenti di pollame incontrati lungo le vie migratorie. L’articolo di Lancet, invece, sottolineava come le località colpite dai focolai non siano legate esclusivamente alle vie aeree seguite dagli uccelli, quanto piuttosto alle reti stradali e ferroviarie. All’indice, dunque, sarebbero le rotte commerciali, non quelle migratorie.

“Mi sembra un’idea che dà troppo peso al ruolo degli allevamenti avicoli, a livello intercontinentale, nella trasmissione dell’influenza aviaria”, spiega Stefano Marangon, dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Centro di referenza nazionale per l'influenza aviaria. “Non c’è dubbio che il virus, sulle piccole distanze, si possa trasmettere attraverso il commercio. Ma da un continente all’altro ci sono evidenze che questa spiegazione non può essere sufficiente. In Europa infatti, l’anno scorso, il virus si è diffuso attraverso i migratori selvatici”. Secondo l’articolo, quello che rende perpetua la diffusione della malattia è il movimento di pollame, dei prodotti avicoli oppure di materiale infetto proveniente dagli allevamenti, come mangimi e concimi. Anche perché finora non sono stati trovati uccelli vivi, portatori della forma ad alta patogenicità del virus. “È vero che non vi sono stati molti casi di virus isolati da volatili migratori sani, ma l’anno scorso sono stati trovati 589 uccelli migratori morti in Europa, portatori del virus”, continua il ricercatore italiano. In Nigeria, si legge nell’articolo, il virus sarebbe entrato attraverso l’importazione di pulcini infetti. Ma anche su questo dato, la discussione è ancora aperta. “Il ruolo dei pulcini è tutto da dimostrare perché, prima che in Nigeria, la malattia si è sviluppata anche in altri Paesi africani circostanti. Le tesi pubblicate da Lancet mi sembrano quindi convinzioni unilaterali, che non riescono a spiegare tutti gli eventi che sono stati osservati nel corso del 2006”. Quale posizione dunque prendere in questo dibattito così attuale, visti i recenti focolai che hanno di nuovo colpito l’Europa (prima in Ungheria e poi in Gran Bretagna) e il loro possibile legame diretto, al momento al vaglio degli esperti? “Da un lato non vi è certo motivo di colpevolizzare in maniera eccessiva i migratori selvatici, dall’altro c’è la necessità di aumentare i livelli di biosicurezza negli allevamenti avicoli e di controllare le movimentazioni a livello internazionale degli animali vivi e dei loro prodotti”, conclude Marangon.

 

 

(revisione a cura di Caterina Rizzo – reparto malattie infettive, Cnesps – Iss)


 

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