Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

livelli essenziali di assistenza (Lea)

I nuovi Lea: il ruolo dei servizi e degli operatori della prevenzione pubblica

Luigi Salizzato - Asl di Cesena, Ufficio di presidenza Snop

 

 

I nuovi Livelli essenziali di assistenza per la “prevenzione collettiva e sanità pubblica” sono la fonte legislativa di cui il Sistema sanitario nazionale aveva bisogno per adeguare i servizi di prevenzione alle strategie dell’Oms per la promozione della salute.

 

Il documento si caratterizza per l’inserimento, rispetto ai vecchi Lea, di nuove aree di intervento coerenti con la programmazione nazionale e regionale più aggiornata, e per l’articolazione in programmi di cui vengono descritte, con la necessaria sinteticità, le componenti principali, cioè i fattori di garanzia per il raggiungimento degli obiettivi.

 

In questa parte innovativa dei nuovi Lea sono state trasferite le esperienze sviluppate negli ultimi anni in alcuni dipartimenti di Prevenzione e Sanità pubblica: ne deriva un manifesto programmatico corredato da esempi di azioni possibili, perché da qualche parte queste cose si stanno già facendo. Il carattere non vincolante delle componenti dei programmi consente poi una partecipazione attiva e l’adattabilità alle specificità locali.

 

Per un vero cambiamento è prioritario mettere a punto un sistema di valutazione in grado di descrivere e misurare quello che succede nei servizi pubblici di prevenzione; come si è fatto per i nuovi Lea, il sistema va definito tenendo conto delle esperienze reali dei servizi e degli operatori.

 

Il conservatorismo dei servizi di prevenzione

Dall’esperienza della Società nazionale degli operatori della prevenzione (Snop) si osserva che il lavoro nei servizi non è sempre coerente con la programmazione più aggiornata, come il Piano di prevenzione 2005-2008 e il programma “Guadagnare salute” del 2006 per la prevenzione delle malattie croniche. Se infatti le vaccinazioni e la sicurezza sui luoghi di lavoro si sono sempre fatte, e quindi necessitano eventualmente di un riorientamento per adeguarsi ai nuovi programmi, la prevenzione cardiovascolare o delle complicanze del diabete, la promozione dell’attività fisica, gli screening oncologici, la sicurezza stradale e domestica sono considerate estranee al lavoro di tutti i giorni, anche se con alcune significative eccezioni.

 

Il conservatorismo non dipende da un’incapacità di innovazione, ma da diverse criticità: cronica carenza di organico, mancato ricambio generazionale, clima sociale che favorisce chi non rispetta le regole, condizionamenti posti da interessi e poteri forti (comprese le organizzazioni criminali), complessità e inadeguatezza delle fonti normative, insieme degli obblighi e delle responsabilità individuali, peso irrilevante della prevenzione nelle strategie politiche per i servizi sanitari.

 

L’inserimento nei nuovi Lea della prevenzione di programmi coerenti con i nuovi bisogni di salute rappresenta un’indicazione di cui le Direzioni generali delle Asl dovranno tener conto, garantendo ai servizi le risorse necessarie per avviare le nuove attività. In questo senso andranno valorizzate anche le risorse liberate dall’eliminazione di pratiche inutili a livello regionale e nazionale.

 

D’altra parte l’esperienza del progetto Passi e la sua evoluzione verso un sistema di sorveglianza nazionale, che in pochissimo tempo si è sviluppato raccogliendo adesioni in tutte le Regioni, conferma la disponibilità dei servizi e degli operatori a impegnarsi su progetti alla propria portata.

 

Qualche incoerenza di contenuto

Alcuni problemi per l’implementazione dei nuovi Lea della prevenzione e del relativo sistema di valutazione dipendono da qualche incoerenza di contenuto. Sono stati infatti inseriti anche programmi su attività di non dimostrata efficacia, come le visite fiscali o quelle per l’attività sportiva non agonistica, mentre non sono stati inseriti programmi come la valutazione dei nuovi insediamenti produttivi, con una logica di semplificazione che sembra attenta più alle esigenze del mercato che alle tutele.

 

Le modalità con cui sono descritti i programmi nelle aree della medicina legale, della veterinaria e della sicurezza alimentare sembrano richiamarsi solo formalmente all’impostazione delle altre aree; in sostanza si ripete l’elenco di prestazioni e di richiami normativi dei vecchi Lea, senza tenere conto di quanto maturato nei servizi applicando gli strumenti della sorveglianza, dell’Ebp, del lavoro integrato e della comunicazione.

 

Le esperienze di buone pratiche

Le esperienze di buone pratiche sono state maggiormente valorizzate nelle altre aree, che introducono nuovi ambiti di intervento, come la prevenzione delle malattie croniche e la sicurezza stradale. Molti programmi valorizzano l’integrazione professionale, prevedendo interventi interdisciplinari: un esempio è la valutazione sugli aspetti sia di salubrità sia di sicurezza nell’esame degli strumenti urbanistici, nella sorveglianza sulle abitazioni, sulle scuole, sulle strutture sanitarie, sul rischio amianto e altri rischi ambientali.

 

Per la prevenzione delle malattie croniche e nutrizionale e per la sicurezza stradale si prevedono interventi che coinvolgono i diversi livelli dell’assistenza sanitaria e la promozione di reti sociali o comunque il supporto agli altri attori istituzionali, sociali e professionali competenti su particolari problemi di salute.

 

La necessaria sinteticità delle descrizioni dei programmi andrà completata con la documentazione sulle esperienze già avviate nelle diverse Regioni, che dovranno diventare linee guida di buone pratiche a cui tutti potranno fare riferimento per fare le proprie esperienze. Per esempio il programma della sicurezza stradale è di sicura rilevanza epidemiologica, mentre gli interventi dei servizi di prevenzione si sono finora limitati per lo più ad attività educative o informative di non documentata efficacia. Un conto è dire genericamente che per migliorare l’intervento va dato un contributo allo sviluppo di sistemi informativi integrati per l’analisi dei determinanti o va promosso l’inserimento della sicurezza stradale tra i criteri per la pianificazione urbanistica e la progettazione edilizia; una cosa ben diversa è poter disporre del modello di sistema informativo integrato messo a punto e utilizzato nella Provincia di Trento o delle linee guida elaborate nella Regione Emilia Romagna per la valutazione della sicurezza stradale nell’urbanistica e negli insediamenti produttivi.

 

Il lavoro da fare come sempre non manca; è bene che tutti riflettano sul fatto che senza il contributo informato degli operatori dei servizi di prevenzione non si attuano cambiamenti: c’è bisogno anche di chi pensa alle strategie, ma senza spirito di squadra la partita è persa in partenza.