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Varicella: si, no, come?
L’Italia è il primo Paese europeo ad aver registrato il vaccino contro la varicella in uso negli USA e potrebbe essere anche il primo a raccomandare l’uso della vaccinazione, che negli USA è già stata effettuata con più di 20 milioni di dosi. Dibattito aperto, però, sulle strategie di utilizzo e sulle modalità dell’offerta vaccinale. Un aspetto su cui la comunità scientifica, gli epidemiologi e i responsabili dei servizi di prevenzione, sono chiamati a fornire indicazioni.
Al dibattito, anzi, è stato dedicato un incontro che si è svolto all’Istituto superiore di sanità lo scorso 12 febbraio, promosso dal reparto di malattie infettive del Leb, che ha esordito presentando i risultati di uno studio (Gabutti G., Penna C., Rossi M, Salmaso S., Rota M. C., Bella A., and Crovari P. The Seroepidemiology of Varicella in Italy. Epidemiology and Infection. 2000;126(3):433-440.) di sieroprevalenza della malattia in Italia e di uno studio sulla sottonotifica dei dati routinari di incidenza.
Per analizzare l’impatto di diverse opzioni vaccinali sulla epidemiologia della varicella, si è ricorso a un modello matematico, frutto della collaborazione tra il reparto di malattie infettive e del Dipartimento di Matematica dell’Università di Roma di Tor Vergata. Gli scenari presi in considerazione includono diverse opzioni dell’offerta vaccinale, per esempio che cosa succederebbe alla frequenza dei casi di varicella in Italia con diversi livelli di copertura e diversi target vaccinali: dai limiti più bassi, intorno al 20-30%, fino a quelli più alti dell’80%. Quello che emerge da queste simulazioni è che la vaccinazione dei nuovi nati (ad esempio a 12 mesi di vita), con una copertura bassa porterebbe a una piccola diminuzione dei nuovi casi di malattia, ma la diminuzione non sarebbe omogenea nei diversi gruppi di età: si avrebbe una forte riduzione tra i bambini, ma addirittura un aumento dei casi in età maggiore di 24 anni. D’altra parte, se l’obiettivo fosse da subito il raggiungimento di una copertura vicina all’80%, il numero di nuovi casi verrebbe drasticamente ridotto in tutte le fasce d’età. Ma sarebbe possibile raggiungere questi livelli di copertura?
Tra i limiti dichiarati del modello, alcuni presupposti ancora tutti da verificare. Per esempio, la durata dell’immunità dopo la vaccinazione, che è stata quindi posta come ipotesi di lavoro intorno ai trent’anni. Inoltre non è noto l’impatto che una ridotta circolazione virale potrebbe avere sull’incidenza di zoster, che biologicamente sembra essere correlato ad una perdita dell’immunità specifica.  Il ricorso alle simulazioni offre sicuramente elementi di razionalità per le scelte da farsi. Sulle varie prospettive, partecipanti di diversi gruppi hanno espresso diversi punti di vista: i pediatri di famiglia vogliono utilizzare un vaccino per proteggere i loro bambini, i medici di sanità pubblica e il mondo dei servizi, si pongono il problema della possibilità realistica di raggiungere coperture adeguate in breve tempo senza distogliere risorse da programmi già intensi di vaccinazione, come per esempio quello contro il morbillo. Molti esponenti di diverse Regioni, per esempio, hanno espresso dubbi sull’opportunità di assegnare una priorità alta alla copertura vaccinale contro la varicella, quando sono ancora aperti molti problemi, dalla difficoltà di accesso alle vaccinazioni già disponibili alla disparità di copertura tra varie aree della Penisola. Anche nella popolazione generale potrebbero esserci posizioni diverse: alcune famiglie potrebbero voler evitare una malattia che comunque comporta una lunga permanenza a casa del bambino e di conseguenza lunghe assenze dal lavoro dei genitori, ma altre potrebbero anche essere contrarie ad un aumento del numero di vaccini da far somministrare ai propri bambini. Il dibattito è stato acceso, sottolineando la difficoltà di stabilire delle priorità per chi si trova ad assolvere al difficile compito della programmazione sanitaria.
Anche così, almeno allo stato attuale, l’orientamento della Commissione vaccini del Ministero della Salute sembra essere quello di suggerire il via alla vaccinazione contro la varicella, offrendola ai bambini ancora suscettibili all’età di dodici anni, per evitare i casi di varicella nell’età adulta, che sono i più pericolosi.
Il dibattito è comunque ancora aperto, il prossimo appuntamento sarà per il 22 febbraio all’Università La Sapienza, organizzato dall’Istituto di Igiene del professor Fara.
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Ultimo aggiornamento lunedi 19 settembre 2011
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