Donato Greco, Laboratorio di epidemiologia e biostatistica, Istituto superiore di sanità
Il
dibattito avviato sul nuovo vaccino contro la varicella, riportato da
Epicentro la scorsa settimana, mi sembra un segnale positivo
dell’attenzione e della passione con cui gli operatori dei servizi si
occupano della proposta vaccinale.
Mi fa piacere, quindi, aggiungere qualche elemento nuovo alla discussione
già avviata e che proseguirà nell’incontro di venerdì 22 febbraio.
Le mie considerazioni partono dall’articolo
pubblicato su Jama del 6 febbraio scorso, dedicato per l’appunto al
bilancio di quattro anni (1995-98) di offerta vaccinale con il nuovo
vaccino. Le conclusioni dicono testualmente: “Nelle aree sottoposte a
verifica, la varicella si è significativamente ridotta anche con una
copertura vaccinale moderata. Proseguendo nell’implementazione
delle attuali politiche vaccinali dovrebbe essere possibile ottenere una
ulteriore riduzione della malattia in queste comunità e in tutti gli
Stati Uniti”.
Cadono, dunque, le perplessità sull’opportunità di mettere in piedi una
strategia vaccinale con obiettivi limitati di copertura. Anche una
copertura bassa riduce significativamente i nuovi casi e non sembra
spostare in là nel tempo le classi di età a rischio. Né sembra
realistico il pericolo che si creino categorie suscettibili in modo
imprevedibile e a macchia di leopardo. I dati sono dunque interessanti e
attendibili: si parla di cinque contee, di 12 milioni di dosi, di un
periodo di tempo di cinque anni, abbastanza congruo per le prime
deduzioni.
Calando nella realtà del nostro Paese l’esperienza positiva degli Stati
Uniti, tuttavia, qualche considerazione aggiuntiva si pone. Oggi come
oggi, raggiungere una copertura vaccinale elevata contro la
varicella non può realisticamente essere un obiettivo prioritario.
Molto resta ancora da fare per completare gli obbiettivi del Piano
Nazionale Vaccini verso le malattie prevenibili da vaccinazioni. La
priorità, dunque, deve essere accordata e restare all’obiettivo di
coprire il gap nel diritto alla prevenzione vaccinale che attualmente
non è completamente garantito in maniera adeguata ed uniforme nel
nostro Paese.
Detto questo, non si può mancare di riconoscere che finalmente disponiamo
di un buon vaccino contro la varicella, una malattia che colpisce in
Italia almeno 3-400.000 persone ogni anno : un vaccino registrato per
primo proprio in Italia . E’ giusto, allora, che la Commissione vaccini
cominci a ragionare in prospettiva, avviando un percorso che possa
portare al controllo della malattia nei prossimi anni ed arginando il
rischio che ogni Regione, o ogni Azienda Sanitaria o ogni pediatra
agiscano in proprio.
Da qui discende la proposta di raccomandare la vaccinazione contro la
varicella ai dodicenni che non hanno avuto la varicella. Si tratta di
cominciare così, per vari, ragionevoli, motivi. Vediamoli:
nell’adolescenza e negli adulti la malattia è più pericolosa, è utile quindi, cercare di raggiungere i ragazzi suscettibili in quelle classi d’età . Per ora non occorrono sforzi particolari o aggiuntivi, perché i dodicenni vengono già convocati per la vaccinazione contro l’epatite B, pratica che, tuttavia, terminerà nel vicino futuro.
La vaccinazione degli adolescenti suscettibili creerà un “muro” di popolazione adulta non suscettibile al virus che impedirà lo spostamento della popolazione bersaglio quando si avvierà la vaccinazione di massa.
E’ vero che per decidere se praticare o meno la vaccinazione sarà
necessario basarsi sulla memoria, sul ricordo della malattia da parte
dei familiari. Questo, tuttavia, non è un problema perché molti
studi ci dicono che la memoria della varicella è predittiva, il quadro
della malattia è tale (le vesciche, le croste, le cicatrici) che si
dimentica difficilmente.
Al contrario, quando saranno finalmente disponibili vaccini
tetravalenti (morbillo, rosolia, parotite e varicella) e diventerà
ragionevole un’offerta vaccinale a tutti i nati, allora si dimostrerà
sicuramente utile aver già vaccinato gli adolescenti suscettibili.
E’ un discorso di prospettiva, ma una prospettiva non lontana,
probabilmente, più di quattro o cinque anni. La buona sanità pubblica si
fa anche lavorando per il prossimo futuro.