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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

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Uragano Katrina, cinque anni dopo: che cosa abbiamo imparato?

Anna Pellizzone - redazione EpiCentro

 

 

27 maggio 2010 - Con oltre 1200 morti, un milione di sfollati e 200 miliardi di dollari di danni, l’uragano Katrina è tristemente entrato a far parte della storia come uno dei più devastanti disastri naturali che abbia mai colpito gli Stati Uniti. Non solo per la forza distruttiva con cui si è abbattuto sulla Louisiana, ma anche per lo stato d’impreparazione generale in cui ha colto il Paese più potente del mondo. Ma secondo molti osservatori, in realtà, la tragedia era largamente annunciata.

 

Ora, a quasi cinque anni dall’anniversario della sciagura, Katrina non ha ancora smesso di far parlare di sé. E l’inchiesta di Sheri Fink, realizzata per ProPublica, vincitrice del premio Pulitzer 2010, ha definitivamente riportato alla ribalta l’incompetenza del Governo federale di fronte all’emergenza.

 

L’era Bush

Siamo nel pieno della presidenza di Gorge W. Bush e, dopo l’11 settembre 2001, i cittadini americani si sentono minacciati. La loro attenzione è tutta proiettata oltreoceano, nella guerra in Afghanistan. Intanto però entro i confini nazionali la mortalità infantile è tornata a crescere per la prima volta dopo il 1958, la percentuale di bambini senza un’assicurazione sanitaria arriva a sfiorare il 30% e il tasso di americani che vive al di sotto della soglia di povertà sale al 17%. È il prezzo da pagare per lo smantellamento di una struttura sociale già traballante, in cui il taglio delle tasse, la mancanza di un impegno forte del Governo a risolvere il problema di quei 40 milioni di americani che non hanno un’assicurazione e il generale disinteresse per una povertà sempre più dilagante indeboliscono da anni l’intero Paese.

 

Katrina si abbatte così su un Paese già vulnerabile e quella dell’uragano è secondo i più una tragedia in realtà largamente annunciata. Già nel 2002 l’Institute of Medicine aveva lanciato l’allarme: “le istituzioni della sanità pubblica americana sono gravemente sottofinanziate e politicamente neglette”, si legge in un rapporto dell’istituto. E, quindi, certamente incapaci di far fronte a un’emergenza sanitaria come quella provocata da un uragano.

 

Dello stesso avviso sono anche i più autorevoli quotidiani e periodici specializzati, sia nel settore della sanità che in quello dell’economia. “A New Orleans – così scrive il New York Times in un articolo dell’8 settembre 2005 – il disastro di Katrina era in corso da molto prima che l’uragano prendesse forma”. “Katrina – così apre invece l’editoriale del 10 settembre 2005 di The Lancet – rivela la debolezza fatale della sanità pubblica in Usa”. E ancora: “dall’uragano Katrina – così si legge il 10 settembre 2005 sull’Economist – la visione dell’America è cambiata. Il disastro ha messo a nudo alcune agghiaccianti verità riguardo al Paese: l’amarezza di una netta divisione razziale, il totale abbandono dei poveri e la debolezza delle infrastrutture critiche. Ma la più stupefacente e la più vergognosa rivelazione è stata il fallimento del Governo nel portare soccorso al suo popolo nel momento del bisogno”.

 

Louisiana: una tragedia nella tragedia

Gli esperti di sanità pubblica non hanno dubbi: povertà, analfabetismo e criminalità sono stati gli ambasciatori, per anni inascoltati, di una tragedia che si preparava da tempo. In una zona, come lo Stato della Louisiana, che è una delle regioni più vulnerabili del Paese. Lo dicono i numeri. Il sistema scolastico di New Orleans è uno dei peggiori della nazione: nel 2004, su 60 mila studenti, circa 10 mila sono stati sospesi, quasi mille sono stati espulsi e 30 mila (la metà) non hanno finito le scuole superiori nei quattro anni previsti. La criminalità ha raggiunto livelli preoccupanti: nel 2005 gli omicidi, che già l’anno prima erano stati 264 (circa la metà rispetto a New York, che però ha 16 volte gli abitanti di New Orleans), hanno registrato un aumento del 7%.

 

L’uragano e il premio Pulitzer

La fragilità del sistema Usa di fronte all’emergenza trasforma Katrina in un uragano mediatico e una parte dell’attenzione dei mezzi di comunicazione si sposta dal fronte afgano a quello sanitario. E anche ora, a quasi cinque anni dal disastro, Katrina continua ad avere una grande risonanza mediatica. Tanto che nell’aprile del 2010 l’inchiesta realizzata da ProPublica vince il premio Pulitzer: è la prima volta che questo riconoscimento viene assegnato a una testata on line.

 

È il 29 agosto 2005. Nelle prime ore della giornata l’uragano Katrina si scaglia sulla città di New Orleans spazzando via in pochissimo tempo la vita e le case di migliaia di persone. Al Memorial Medical Center le pareti tremano, le finestre si frantumano, l’erogazione di corrente elettrica si interrompe, l’aria condizionata si blocca. In poche ore l’ospedale si trasforma in un inferno: 180 pazienti devono essere evacuati con gli elicotteri, ma i malati più gravi non sono in grado di sopravvivere ad alcun tipo di trasferimento. La situazione sfugge a ogni controllo e nel luglio 2006, quasi un anno dopo Katrina, un medico e alcune infermiere vengono arrestati con l’accusa di essere responsabili della morte di quattro pazienti.

 

Scoppia lo scandalo: le indagini rivelano che almeno 17 pazienti del Memorial sono morti per iniezione di morfina e midazolam in dosi letali. Le priorità assegnate durante i soccorsi nell’evacuazione dei pazienti e nella distribuzione delle poche risorse disponibili vengono contestate. Gli operatori sanitari sono accusati di omicidio.

 

L’articolo di ProPublica pone così questioni di particolare importanza e delicatezza. Chi deve avere la priorità nelle cure e nell’evacuazione? A quali pazienti vanno somministrati i medicinali in caso di limitatezza delle risorse? Qual è il confine tra alleviamento del dolore ed eutanasia per quei pazienti che a causa del disastro sono privati dei trattamenti e ridotti in fin di vita? Chi deve tenere le redini per gestire l’emergenza?

 

Eventi estremi e cambiamenti climatici

Molto probabilmente in futuro i governi e le amministrazioni locali si troveranno sempre più spesso davanti a domande di questo genere. Gli scienziati, infatti, sono ormai (quasi) tutti d’accordo: i cambiamenti climatici e gli eventi estremi sono una realtà già in atto che incide direttamente (come nel caso di uragani, ondate di calore e alluvioni) e indirettamente (come nel caso di disponibilità di acqua, diffusione degli organismi patogeni, cambiamenti negli ecosistemi) sulla salute dell’uomo. E le situazioni di emergenza come quella provocata da Katrina rischiano di entrare sempre più spesso nella cronaca di tutti i giorni, non tanto per la frequenza degli eventi estremi, quanto per un aumento della loro intensità.

 

Piani di azione

Ma che cosa si può fare per contenerne gli effetti? “Prima di tutto – spiega Bettina Menne, responsabile della divisione Cambiamenti climatici e salute dell’Oms Europa – per la prevenzione degli eventi estremi si applicano una serie di modelli che sono in grado di prevedere i fenomeni a qualche giorno dalla loro manifestazione. Ma qualunque sistema di allarme, anche il migliore del mondo, non funziona se non è stato messo a punto un piano di azione, i cui contenuti variano a seconda del tipo di evento che si deve affrontare. Una cosa, però, è importante tenere sempre presente: per affrontare un evento estremo bisogna stabilire chi deve prendere le decisioni nel momento dell’emergenza”.

 

Gli eventi a cui l’Italia e l’Europa mediterranea sono più esposti sono senza dubbio le ondate di calore, anch’esse strettamente collegate ai cambiamenti climatici. Nel caso di un aumento estremo delle temperature è necessario prima di tutto individuare le persone più a rischio, nello specifico gli anziani, i bambini e i malati cronici, attraverso l’aiuto dei medici di base e del personale sociosanitario e informare la popolazione generale sulle precauzioni da prendere, tra cui l’integrazione continua dei liquidi e l’isolamento delle case. Potrebbe sembrare banale, ma queste semplici strategie hanno un impatto enorme sulla salute dei cittadini: “In caso di emergenza – commenta l’esperta dell’Oms – l’applicazione delle dovute misure di prevenzione, preparazione e pianificazione è effettivamente in grado di ridurre significativamente il rischio di morte o malattia”.

 

Proprio per l’efficacia accertata di alcune misure di prevenzione e pianificazione, l’Oms sta investendo molto sulla messa a punto di linee guide e sistemi di allarme. “Con l’Italia siamo arrivati alla stesura di un piano contro le ondate di calore – continua Bettina Menne – e stiamo lavorando a un piano equivalente anche per le inondazioni e i venti forti. Si tratta di strategie molto dettagliate sulla base delle quali, su richiesta dei singoli Paesi, lavoriamo per la messa a punto di veri e proprio piani d’azione”.

 

La preparazione delle strutture sanitarie

Un’attenzione particolare nella prevenzione e pianificazione delle emergenze deve essere ovviamente riservata alle strutture sanitarie. Considerando ancora il caso delle ondate di calore, è per esempio fondamentale che le pareti siano isolate, in modo da garantire la regolazione termica delle strutture senza dipendere necessariamente dai sistemi di climatizzazione. Sistemi che peraltro, in caso di calamità naturali, potrebbero essere messi fuori uso, proprio come è avvenuto al Memorial Medical Center di New Orleans, su cui l’uragano Katrina si abbattuto nel mezzo di un’estate molto calda.

 

Nelle zone a rischio inondazione è inoltre importante garantire la sicurezza degli impianti elettrici, posizionare i macchinari più costosi ed essenziali in piani dove il rischio di danneggiamento per via dell’acqua sia minore (superiori quindi al piano terra) e avere un piano di evacuazione. “E poi – continua Bettina Menne – ci sono una serie di regole e di aggiustamenti infrastrutturali un po’ più costosi, di alta pianificazione, che spesso però è difficile applicare a edifici già esistenti”.

 

Per gestire al meglio l’impatto degli eventi estremi nelle strutture sanitarie è molto importante che anche il personale sanitario sia preparato ad affrontare le emergenze. “I corsi di medicina di base, interna e di urgenza – commenta l’esperta dell’Oms – devono preparare il personale sanitario alla gestione dell’emergenza”.

 

Il post-emergenza

Per un’efficace gestione degli eventi estremi è fondamentale non trascurarne gli effetti anche a medio e a lungo termine. Considerando il caso delle inondazioni, per esempio, è molto facile che, anche dopo l’emergenza vera e propria, si verifichi un aumento delle malattie respiratorie, delle gastroenteriti, delle intossicazioni alimentari, delle ustioni causate da corrente elettrica, degli incidenti da lavori di riparazione e delle allergie. “In caso di alluvione potrebbe essere necessario intervenire con la distribuzione di acqua potabile e cibo, o potrebbero sorgere problemi in seguito all’inondazione di siti contaminati da scorie industriali”, sottolinea ancora Bettina Menne.

 

Le zone più a rischio in Europa

Ma quali sono, in Europa, le zone più a rischio? “L’area del Mediterraneo per quanto riguarda l’aumento dell’intensità delle ondate di calore, le coste del Mare del Nord per quanto riguarda le inondazioni dal mare. E poi una serie di aree per lo straripamento dei fiumi – risponde ancora l’esperta dell’Oms Europa – ma con una differenza fondamentale rispetto agli Stati Uniti: in America c’è una forte correlazione tra il reddito dei cittadini e la tipologia di case in cui abitano e per questo lì la povertà è un fattore cruciale nella determinazione del rischio”. Non è un caso, infatti, se il New York Times il 6 settembre 2005, scriveva, per mano di Nicholas D. Kristof, che “il miglior monumento alla catastrofe di New Orleans potrebbe essere uno sforzo nazionale per contrastare la povertà che affligge l’intero Paese: è la povertà il più grande uragano che mortifica la nostra Terra”.

 

La lezione che possiamo trarre da un evento catastrofico come Katrina è dunque riassumibile in un unico messaggio fondamentale: molti degli effetti degli eventi estremi sono in gran parte prevenibili e sconfiggere la povertà è una delle strategie più efficaci per gestire e fronteggiare le emergenze.

 

Leggi l’inchiesta di Sheri Fink, realizzata per ProPublica, vincitrice del premio Pulitzer 2010.

 


 

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