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Il caso Wakefield: ecco com’è andata a finire

Anna Pellizzone - redazione EpiCentro

 

 

11 febbraio 2010 - Sono passati dodici anni da quando Andrew Jeremy Wakefield pubblicò sulla rivista scientifica britannica The Lancet un articolo in cui si ipotizzava un legame tra la vaccinazione contro il morbillo e l’autismo. Dodici anni di paura e di sfiducia, non privi di ripercussioni sulla sanità pubblica. Proprio nel momento in cui l’Organizzazione mondiale della sanità aveva posto come obiettivo per il 2007 l’eradicazione del morbillo da tutta Europa, la pubblicazione di Wakefield provocò un drastico calo nell’accettazione della vaccinazione antimorbillosa e la copertura vaccinale andò via via diminuendo. Ancora oggi, nel 2010, l’eliminazione della malattia dalla regione europea è ancora un obiettivo difficile da raggiungere.

 

Alcuni precedenti

La diffusione di notizie allarmanti e scientificamente azzardate non sono, purtroppo, una novità. Basti pensare a quando, verso la fine degli anni Novanta, il Governo francese modificò il programma di vaccinazione contro l’epatite B per il sospetto di un legame, mai provato, tra la vaccinazione e la sclerosi multipla. O quando in Nigeria nel biennio 2003-2004 la campagna di vaccinazione contro la polio fu boicottata e la malattia fu rapidamente reintrodotta in 26 Paesi africani che l’avevano già eliminata.

 

«Il caso Wakefield è esemplare – commenta Stefania Salmaso, direttore del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità (Iss) – perché, a partire da un dubbio non scientificamente sostanziato sollevato da un ricercatore, il timore di una presunta pericolosità del vaccino si è insinuato nella popolazione generale. Oggi le informazioni sono molto amplificate e per i cittadini (e non solo) è sempre più difficile riconoscere la credibilità e la veridicità di una notizia. Quello che ciascuno di noi tende a fare su temi non familiari è una sorta di “personale valutazione statistica” che tiene conto del clamore sollevato da una parte o dall’altra. Ma questo spesso ci porta a valutazioni e conclusioni sbagliate, perché non sempre chi fa più rumore ha gli argomenti migliori. Inoltre dopo il clamore di un certo periodo subentra, soprattutto per i non addetti ai lavori, una sorta di saturazione, di disinteresse, che non facilita la comunicazione di eventuali chiarimenti conclusivi».

 

Crisi di fiducia

Quello che di insolito c’è nella vicenda Wakefield è che una valutazione finale volta a stabilire se l’operato del ricercatore fosse basato su buona fede o meno, sebbene un po’ in ritardo, sia alla fine arrivata. Se, da una parte, è facilmente identificabile chi offre la vaccinazione - considerato così responsabile anche di eventuali effetti indesiderati - dall’altro, invece, non viene mai identificato precisamente il responsabile dei danni determinati dal calo di fiducia in strumenti di prevenzione come i vaccini. Insomma, chi nuoce a un programma di vaccinazione e causa malattia da mancata prevenzione non viene mai (o quasi mai) ritenuto responsabile delle perdite di salute, dei danni economici ecc. È come se il sacrosanto principio dell’“accountability” (il dover rendere conto) funzionasse solo in una direzione e non nell’altra.

 

In questo senso, la vicenda sul legame tra la vaccinazione contro il morbillo e l’autismo va decisamente contro corrente: il 28 gennaio 2010, infatti, il General Medical Council britannico ha stabilito che quella ricerca non era attendibile e qualche giorno dopo la rivista The Lancet ha addirittura ritirato l’articolo. Un segnale positivo, ma insufficiente a ripristinare la fiducia dei cittadini, per lo meno nel breve periodo. «Una volta che viene insinuato il dubbio – continua il direttore del Cnesps – poi è difficile spazzarlo via, anche se gli si contrappongono argomenti razionali e fondati su evidenze. Il dubbio si basa su elementi di tipo emotivo e in genere basta che siano presenti voci in disaccordo per provocare una crisi di fiducia. L’eco della smentita magari non arriverà mai, ma certamente rimarrà la sensazione di una mancanza di consenso e quindi di una potenziale pericolosità della vaccinazione offerta».

 

Gli spunti di riflessione che arrivano dal caso Wakefield toccano anche il sistema dell’editoria scientifica. Il valore di una rivista viene calcolato sulla base dell’impact factor e cioè sul numero di citazioni che i suoi articoli ricevono in altri articoli. «È chiaro che sollevare polveroni o mettere in dubbio conoscenze già acquisite – spiega Stefania Salmaso – darà il via a un acceso e dibattito e consentirà a una rivista di essere citata ancora più spesso». Il risultato? Quello che conta non è più la qualità di una pubblicazione, ma la sua capacità di innescare discussioni. In questo le vaccinazioni sono un’occasione di grande presa, perché tutti noi abbiamo avuto almeno un’offerta di vaccinazione. Offerta che viene ripetuta anche per i nostri bambini. A questo proposito è bene ricordare che quando una vaccinazione viene inclusa nei programmi di sanità pubblica è già stata effettuata una stima del rapporto rischi/benefici, calcolata in modo scientifico che certamente il cittadino comune non è in grado di fare. «Si calcola da una parte la probabilità di contrarre la malattia – conclude Stefania Salmaso – e di subirne gravi conseguenze (si pensi a tetano, poliomielite o difterite)e poi, dall’altra, il rischio di eventi avversi attribuibili alla vaccinazione. Per tutte le vaccinazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale questo rapporto di rischio è estremamente favorevole per la vaccinazione. Per questo la sanità pubblica investe risorse, mezzi, uomini, idee nelle vaccinazioni: perché sicuramente, in termini di salute pubblica, queste azioni sono quelle che pagano di più».

 

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Ultimo aggiornamento lunedi 11 maggio 2015

 

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