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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

La sorveglianza Passi

Il modulo Passi sul rischio dei lavoratori: dalla sorveglianza all’equità

Davide Ferrari - direttore Servizio Prevenzione e sicurezza ambienti di lavoro - area centro, Ausl Modena

 

25 luglio 2013 - Il modulo opzionale Passi “La percezione del rischio, l’informazione e la formazione in ambito lavorativo” ha ottenuto per il biennio 2010-2011 l’adesione di 17 Regioni (oltre 46.000 interviste raccolte). A queste nel 2012 si sono aggiunte circa 12.200 interviste in 14 Regioni. La proposta dell’Emilia-Romagna di mettere a punto e comprendere nella sorveglianza Passi uno strumento di valutazione del rischio sul lavoro si è dunque rivelata vincente. L’accoglienza favorevole si spiega in buona parte per la carenza di analoghi strumenti e iniziative di indagine, fatta eccezione per alcuni legati a situazioni e progetti molto specifici (come quello sviluppato dalla Regione Veneto o il progetto europeo della Fondazione di Dublino).

 

Nella sua versione di esordio il modulo esplora tre aspetti: la percezione del rischio di infortuni e/o di malattie legati al lavoro, la capacità di autotutela dei lavoratori con l’uso dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) e l’informazione e formazione ricevute sui rischi lavorativi e la loro prevenzione.

 

La percezione del rischio è senza dubbio un fattore difficile da quantificare, né esistono valori di riferimento. Tali indiscutibili limiti dell’indicatore sono in parte superabili, o utilizzandolo per confronti nell’ambito del campione intervistato ovvero incrociandolo con altri dati.

 

Dal confronto tra tutti i lavoratori e quelli impiegati nei settori a maggior rischio (definiti nel modulo “settori di interesse” in quanto prioritari nella programmazione di interventi di prevenzione e vigilanza: edilizia, metalmeccanica, lavorazione del legno, agricoltura, sanità e trasporti) emerge una percezione del rischio – sia infortunistico sia di malattie legate al lavoro – significativamente maggiore nel sottogruppo “di interesse”. In particolare, le sottoanalisi per comparti e per mansioni individuano i livelli più alti di percezione del rischio tra le forze dell’ordine e gli operatori sanitari, verosimilmente per il fatto che questi lavoratori hanno più di altri ricevuto una formazione specifica. Infatti, la percezione del rischio è risultata più elevata in chi ha ricevuto un’adeguata informazione e/o formazione, come anche in chi ha subito un infortunio o una malattia.

 

Un altro aspetto interessante è che la percezione del rischio è più marcata per gli infortuni che per le malattie correlate al lavoro, nonostante queste ultime – come indicano chiaramente le statistiche Inail – siano in aumento. Di questo bisogna tenere conto ai fini della programmazione degli interventi di prevenzione.

 

Peraltro, l’utilizzo regolare dei dispositivi di protezione individuale non mostra una correlazione con la percezione del rischio, ma piuttosto con la formazione ricevuta: come dire che prevale sull’elemento soggettivo di “preoccupazione” la consapevolezza razionalizzata dalle conoscenze.

 

Ad ogni modo, 9 lavoratori su 10 dichiarano di utilizzare i dispositivi di protezione individuale con una frequenza elevata (“sempre” o “quasi sempre”). Una quota soddisfacente, ma comunque migliorabile, con qualche flessione su base geografica (è evidente un gradiente Nord-Sud). A ciò si aggiunge il dato confortante sulla minima quota di lavoratori (2%) che imputano il non utilizzo alla mancata fornitura dei dispositivi di protezione.

 

I dati che richiedono un’attenta riflessione e interventi mirati emergono dalle domande del modulo focalizzate sull’informazione/formazione. Il 43% dei lavoratori dichiara di non aver ricevuto alcuna informazione negli 12 ultimi mesi su come prevenire infortuni e malattie legate al lavoro. Disaggregando le risposte si evidenzia, anche per questo aspetto, una maggiore attenzione agli infortuni che alle malattie correlate al lavoro e una maggiore diffusione dell’informazione tra i lavoratori dei settori “di interesse”.

 

Merita attenzione il fatto che, del restante 57% dei lavoratori che hanno riferito di aver ricevuto un intervento informativo/formativo, solo il 64% dichiara di aver partecipato a corsi, quindi di aver ricevuto una formazione vera e propria, secondo quanto stabilito dal decreto legislativo 81-2008, meglio noto come “Testo unico in materia di salute e sicurezza e sul lavoro”. Il che significa che poco più del 35% dei lavoratori nel biennio considerato è stato oggetto di un’adeguata formazione, peraltro obbligatoria per legge.

 

Incrociando le risposte sulla formazione con i dati socio-demografici forniti da Passi emerge un problema di equità, dal momento che hanno un accesso privilegiato alla formazione i lavoratori italiani rispetto a quelli stranieri e gli uomini rispetto alle donne.

 

I dati del modulo Passi sulla sicurezza sul lavoro costituiscono un quadro di riferimento utile per il monitoraggio nel tempo degli aspetti indagati. In particolare sarebbe interessante continuare a monitorare le risposte relative alla formazione, che potrebbero costituire un indicatore indiretto su vasta scala del livello di applicazione degli Accordi Stato-Regioni pubblicati l’11 gennaio 2012, che hanno definito le modalità di effettuazione della formazione dei lavoratori prevista dal decreto 81.

 

Il modulo Passi può essere uno strumento utile anche per valutare su larga scala l’efficacia di interventi di prevenzione e promozione della salute e sicurezza sul lavoro e, auspicabilmente, i progressi ottenuti.

Può essere inoltre utilizzato per analizzare determinanti di salute quali le condizioni socio-economiche e gli stili di vita, al fine di individuare differenze e situazioni di disuguaglianza su cui intervenire per migliorare l’equità delle attività di prevenzione.