La febbre emorragica di Marburg non è una malattia
frequente, anche se ha un altissimo tasso di mortalità. Secondo i dati dell’Oms,
questo dato si aggira, nei pochi casi di epidemie che sono state finora
registrate, tra il 25 e l’80%.
Il virus di Marburg è stato descritto per la prima
volta nel 1967, a seguito di una epidemia che si manifestò
contemporaneamente in Germania e nella ex Yugoslavia, tra ricercatori che
lavoravano con scimmie di provenienza dell’Uganda. In quel caso ci furono 25
infezioni primarie, con 7 persone morte, e 6 infezioni secondarie senza
conseguenze fatali. I casi secondari furono tutti identificati come
personale sanitario o famigliari che erano stati a contatto con i malati. Il
virus comparve di nuovo nel 1975 in Sudafrica, su un giovane ventenne di
ritorno da un viaggio nello Zimbabwe, che morì in 4 giorni. In questo caso,
l’isolamento fu rapido ed efficace anche se si verificarono comunque due
infezioni secondarie, che guarirono. Cinque anni dopo, in Kenya, un uomo
morì di febbre emorragica, dopo averla trasmessa al dottore che l’aveva in
cura, che invece sopravvisse. Nel 1987, nuovamente in Kenya, un quindicenne
danese morì dopo 9 giorni di malattia, senza trasmettere il virus ad altri.
Da allora, la febbre emorragica di Marburg è comparsa poche altre volte,
anche se con bilanci ben più pesanti. Nel 1995 un’epidemia nella Repubblica
democratica del Congo coinvolse più di 300 persone, di cui un 80% morirono.
Più del 25% erano operatori sanitari. Nello stesso Paese, nel biennio
1998-2000 furono registrati 154 casi, di cui 128 mortali. Una
ricerca epidemiologica verificò che la maggior parte delle infezioni
erano primarie, da fonte non definita.
Nell’ottobre 2004 il virus è ricomparso in Angola, nella provincia di Uige,
dove a fine marzo 2005 aveva ucciso 150 persone su 163 malati.