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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

febbre emorragica di Marburg

Una ricerca scoraggiante: l’origine dell’epidemia in Angola

Fonte: New York Times, 12 aprile 2005

 

(Traduzione a cura della redazione di EpiCentro)

 

Uige, Angola, 11 aprile – Lo staff del reparto di pediatria dell’ospedale regionale di Uige sospetta che sia stato fatto qualche grosso errore nell’ottobre scorso, quando bambini ricoverati per problemi apparentemente risolvibili iniziarono improvvisamente a morire. Questi decessi sono stati causati dal virus di Marburg? Se sì e se la diagnosi è stata tempestiva, l’attuale epidemia poteva essere evitata? Gli esperti internazionali che sono andati in Angola sostengono che è impossibile stabilire con esattezza quando è esplosa l’epidemia. “Nessuno può dire quando e dove è cominciata. L’ipotesi di ottobre è solo una mera congettura”, afferma Thomas Grein dell’Organizzazione mondiale della sanità.

 

Fonti locali angolane, invece, ritengono che l’epidemia sia scoppiata proprio in quei giorni e che l’epicentro sia stato il reparto pediatrico dell’ospedale di Uige, poi chiuso per motivi di sicurezza. Se questa è la versione corretta e se c’è stato un ritardo effettivo nella diagnosi, allora la spiegazione potrebbe essere che in Africa purtroppo a volte lo straordinario si trasforma in ordinaria amministrazione. I bambini muoiono continuamente, e per una gamma talmente varia di motivi che per gli operatori sanitari ci vuole molto più tempo del normale per ricondurre queste morti a un agente letale come il virus di Marburg. In un Paese come l’Angola, dove un bambino su quattro non supera il primo anno di vita soprattutto a causa di malattie infettive, emergenze come questa nei reparti di pediatria possono tranquillamente non essere riconosciute. “Questa è l’Africa”, spiega Dave Daigle, portavoce dell’Oms. “Lavorare qui è come fare il vigile del fuoco in un intero villaggio in fiamme”.

 

Quando si sono verificati i primi decessi inspiegabili in ottobre, gli operatori sanitari locali hanno inviato negli Stati Uniti campioni di tessuto e di sangue dei bambini colpiti. A novembre i Cdc di Atlanta hanno identificato in questi campioni tre diversi tipi di febbre emorragica, compresa quella di Marburg. Il problema è che, nel tumulto delle malattie mortali che colpiscono il continente africano, è possibile che il virus di Marburg circolasse a Uige già da tempo. Non si sa con precisione quante di queste morti siano effettivamente legate alla febbre emorragica, ma nel giro di due mesi sono morti quasi 100 bambini, un numero molto alto anche per gli standard angolani.

 

Solo all’inizio di marzo le autorità sanitarie locali hanno avvertito l’Oms di 39 casi sospetti di febbre di Marburg. Il 18 marzo 9 casi su 12 sono risultati positivi ai test per il virus di Marburg. Da quel momento in poi un numero sempre più numeroso di epidemiologi, antropologi, esperti di salute pubblica e di situazioni di emergenza hanno raggiunto le località più colpite, con l’obiettivo di identificare e interrompere la catena del contagio. Una cosa è certa: il virus ha colpito un solo individuo e si è poi trasmesso rapidamente da una persona all’altra. I campioni esaminati, infatti, hanno permesso di identificare un solo ceppo virale: questo significa che l’epidemia può essere fermata solo con rigide misure di isolamento per le persone infette. È per questo che l’ospedale di Uige è stato chiuso, ad eccezione di un reparto di isolamento appositamente dedicato all’emergenza-Marburg.

 

Anche gli operatori sono caduti vittime del virus: 14 infermieri e due medici (tra i quali la caporeparto del pediatrico Maria Bonino) sono morti. Tutti i materassi, le lenzuola e i camici vengono eliminati. Tutto il resto dev’essere disinfettato. Lunedì scorso, per esempio, un team misto di militari e personale ospedaliero vestiti di giallo brillante hanno disinfettato l’erba, le panchine e i rifiuti con una soluzione diluita di candeggina. E alla fine hanno bruciato le proprie uniformi.

 

“Verrà certamente il momento in cui qui potrà riprendere la normalità, anche se purtroppo ancora non posso dire quando”, dice il dottor Kissantou, responsabile dell’ospedale di Uige. “Impossibilitati a recarsi in ospedale, i malati si curano da sé con farmaci acquistati al mercato locale, con esiti disastrosi per la salute. Alcuni muoiono proprio perché quelle medicine sono inutili o addirittura dannose per questa malattia”. Ma non è soltanto un problema di disponibilità di farmaci. I problemi sono infatti numerosi: dall’identificazione e l’isolamento sistematico dei pazienti ad alto rischio, all’equipaggiamento del personale medico e sanitario con guanti e mascherine adeguate. E poi c’è anche il problema della fiducia della gente, scoraggiata dopo tutte queste morti. È per questo che il dottor Kissantou continua ad andare al lavoro tutti i giorni, come sempre. “Io sono un medico, non posso scappare. Piuttosto preferisco dare la mia vita per gli altri”.