Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

clamidia

Aspetti epidemiologici

In Italia

In Italia la malattia non è soggetta a notifica. Secondo i dati dell’Oms ricavati da un’indagine su donne asintomatiche, l’Italia è tra le nazioni europee con bassa prevalenza dell’infezione (2,7% negli anni ’90).

 

In Europa

Secondo un’indagine condotta dall’Ecdc nel corso di 10 anni (1995-2005), a cui hanno partecipato attivamente 17 nazioni europee, peraltro con metodi e regolamenti di notifica molti diversi, l’incidenza dell’infezione da clamidia ha mostrato una diminuzione nell’Europa centrale e occidentale e un aumento nell’Europa orientale, configurando per il continente un trend complessivo in crescita e un’incidenza di 99,39 casi per 100 mila abitanti.

Ancora una volta nella fascia di età più giovane (15-24 anni) si verificavano circa i 2 terzi dei casi di infezione con un’incidenza pari a 510 casi per 100 mila soggetti. Il rapporto donne-uomini infettati risulta pari a 1,5:1 con una probabile sottostima dei casi nel sesso maschile per una minore diffusione dello screening e un decorso più spesso asintomatico.

 

In Europa occidentale, secondo l’Oms, nel 1999 erano 5 milioni i nuovi casi di infezione nel 1999, e 6 quelli in Europa orientale e Asia centrale. La prevalenza variava dall’8% dell’Islanda, al 6,7 della Danimarca, al 5 dell’Olanda, 4 della Francia.

 

L’infezione da clamidia è oggi l’infezione sessualmente trasmissibile più comune in Gran Bretagna, con una prevalenza compresa tra il 2 e il 12% tra le donne che frequentano il servizio di salute pubblica.

L’agenzia di protezione della salute britannica riporta nel 2006 circa 110 mila casi, la maggior parte nei reparti specialistici di malattia genito-urinarie, dove rappresentano circa un terzo dei casi di malattia sessualmente trasmessa. Nel 2002 i casi diagnosticati erano circa 52 mila tra le donne di età compresa tra i 16 e i 24 anni di età ricoverate nelle cliniche di trattamento delle infezioni sessualmente trasmissibili. Ma già allora si stimava che nello stesso gruppo di età vi fossero altri 100-200 mila casi non diagnosticati.

 

Dall’indagine del 2006 emerge che l’incidenza stimata nella popolazione generale era di 190 casi ogni 100 mila maschi e 187 casi ogni 100 mila femmine. Il picco di incidenza si osservava in età giovane adulta (intorno ai 25 anni), con una differenza tra i sessi (picco nelle femmine nella fascia di età 16-19 anni, 1.337 ogni 100 mila casi; picco nei maschi nella fascia 20-24 anni, 1.144 ogni 100 mila casi). In base ai dati raccolti tramite il programma di screening nazionale, avviato in seguito agli interessanti risultati (prevalenze comprese tra il 10 e il 18%) del progetto pilota condotto tra il 1999 e il 2000 dal Department of Health inglese tra le donne in età compresa tra i 16 e i 24 anni nelle regioni di Portsmouth e Wirral, nel biennio 2006-2007, un soggetto su 10 sotto i 25 anni è positivo al test per la clamidia.

 

Nel mondo

L’infezione genitale da clamidia è la malattia sessualmente trasmessa più frequente nelle nazioni industrializzate e quasi dovunque in aumento.

 

Secondo una stima dell’Organizzazione mondiale della sanità, la prevalenza dell’infezione da clamidia nelle giovani donne di età compresa tra i 16 e i 24 anni è del 24-27%. Nel 1999, sempre secondo l’Oms, ci sono stati 92 milioni di nuovi casi di adulti infettati dal batterio in tutto il mondo.

 

Nei Paesi asiatici, la prevalenza varia notevolmente, dal 5,7% in Thailandia, al 17% in India, fino al 26% della Papua Nuova Guinea. Anche in America del Sud e nei Caraibi, i dati sono molto variabili, dall’1,9% tra gli adolescenti cileni, al 2,1% delle donne in gravidanza nel Brasile, fino al 12,2% nelle donne che frequentano le cliniche familiari in Giamaica.

 

In Africa, i dati sono relativi soprattutto a studi effettuati sulle donne in gravidanza, con prevalenze che vanno dal 6% in Tanzania al 13% a Capo Verde. La variabilità dei dati però può dipendere anche dalla diversa capacità di rilevare la presenza dell’infezione nella popolazione, data l’assenza prevalente di sintomi e quindi di cure.

 

Secondo i Cdc americani, la clamidia è l’infezione batterica sessualmente trasmessa più comunemente identificata negli Stati Uniti. Nel 2006, il Sexually Transmitted Disease Surveillance, il sistema di sorveglianza statunitense delle malattie sessualmente trasmesse ha riportato oltre 1 milione di casi di infezione nei 50 Stati della Confederazione. Si tratta certamente di un numero sottostimato, dato che molte persone infette non si rivolgono ai servizi sanitari perché non riconoscono i sintomi dell’infezione. I Cdc stimano, infatti, in 3 milioni gli americani infettati ogni anno dal batterio.

 

In media, il 5,6% delle donne tra i 15 e i 24 anni di età inserite in programmi di screening nei diversi Stati Usa, è risultato positivo ai test. Per quanto molti soggetti infetti si sottraggano ancora all’esecuzione del test e i dati sulle forme clinicamente manifeste sottostimino la reale incidenza della malattia, secondo i Cdc, l’attuazione dei programmi di screening per numerosi anni consecutivi si è dimostrata efficace nel ridurre la prevalenza dell’infezione e, di conseguenza, l’occorrenza di serie ricadute sulla popolazione femminile. Infatti, nonostante la “silenziosità” dei sintomi, i Cdc affermano che delle donne colpite da PID, il 20% diventa sterile, il 18% manifesta dolore cronico debilitante e il 9% avrà una gravidanza extrauterina che può metterla in pericolo di vita. Sempre secondo i Cdc, il costo di diagnosi e trattamento della clamidia è di oltre 2,4 miliardi di dollari all’anno, senza calcolare i costi derivanti da infertilità e gravidanze extrauterine.

 

Health Canada, l’agenzia canadese che si occupa della tutela della salute pubblica, segnala che a partire dalla fine degli anni ’90, dopo una costante discesa per molti anni, a partire dal 1997 la prevalenza dell’infezione da clamidia ha ripreso a crescere, probabilmente a causa di una scarsa attenzione alle misure preventive.