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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Influenza

In Italia nessun ceppo resistente, ma il campione analizzato deve essere esteso

Simona Puzelli, Isabella Donatelli - National Influenza Centre, Istituto superiore di sanità

 

 

Sebbene le indagini (pdf 35 kb) condotte di recente in Europa abbiano rivelato che alcuni virus di tipo A, sottotipo H1N1, in circolazione questo inverno, siano resistenti al farmaco antivirale oseltamivir, nel nostro Paese tutti i 25 campioni di virus influenzale del sottotipo H1 esaminati fino ad ora sono risultati sensibili.

 

Una differenza rispetto al passato però c’è, ed è evidente. Se nelle precedenti stagioni invernali 2004/2005, 2005/2006 e 2006/2007, la resistenza all’oseltamivir è stata rilevata in percentuale inferiore all’1%, quest’anno la media calcolata sui dati dei 9 Paesi europei (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito) è molto più elevata, e si attesta attorno al 14%.

 

I motivi del fenomeno

Il grande balzo percentuale rispetto agli anni scorsi non deve tuttavia trarre in inganno. Le ragioni che spiegano un tasso di resistenza così elevato sono infatti almeno due. In primo luogo, il sistema di sorveglianza della sensibilità agli antivirali dei virus influenzali circolanti in Europa, attivato a partire dal 2004 attraverso la Rete europea di sorveglianza per la vigilanza della resistenza virale (Virgil), in collaborazione con il Sistema di sorveglianza dell’influenza (Eiss), l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e i Centri di riferimento nazionali (Nics) per l’influenza, è senza dubbio molto migliorata, sia in termini di estensione (numero di laboratori coinvolti) sia nella distribuzione geografica. In secondo luogo, l’alta percentuale (vicina al 70%) registrata in Norvegia, poiché rientra nel calcolo della media degli Stati membri, alza la media complessiva al 14%. A questo proposito è bene sottolineare che, senza l’influsso del dato norvegese, la media europea scenderebbe attorno al 5%.

 

Il caso della Norvegia

La particolare situazione norvegese ha fatto ipotizzare che il picco di resistenze fosse imputabile all’uso indiscriminato degli antivirali. Ma i dati disponibili non sembrano avvalorare questa possibilità e indicano, piuttosto, che nessuno dei pazienti norvegesi è stato esposto al farmaco prima dell’infezione. Cade dunque l’ipotesi che la resistenza all’oseltamivir si sia originata in seguito alla pressione selettiva esercitata sul virus influenzale dal farmaco, che in effetti, risulta essere ancora poco impiegato nella comune pratica clinica dell’influenza stagionale. È probabile, pertanto, che i ceppi resistenti siano emersi spontaneamente, sulla base della caratteristica variabilità genetica dei virus influenzali. Va sottolineato, inoltre, che i virus H1N1 resistenti al farmaco, finora isolati, non erano in alcun caso associati ad una atipica o più severa sintomatologia influenzale.

 

La distribuzione geografica dei ceppi resistenti non è al momento molto chiara. Se da una parte vi sono Paesi (come la Norvegia) in cui la percentuale di resistenza riscontrata è vicina al 70%, dall’altra vi sono Paesi (come il Regno Unito) che invece notificano percentuali esigue, anche a fronte di un gran numero di campioni analizzati.

 

La situazione italiana

Il numero di campioni analizzati in Italia e in tutta Europa è ancora piuttosto limitato: è importante quindi che, in questa fase di massima circolazione di virus influenzali, l’attività di monitoraggio della farmaco-resistenza sia continua e costante. Il quadro completo della situazione italiana si avrà solo alla fine della stagione influenzale, a fine aprile.

 

Per quanto riguarda infine i timori sui possibili effetti della resistenza dei virus del sottotipo H1 sull’efficacia della copertura del vaccino antinfluenzale, è utile ribadire che la resistenza manifestata nei confronti dell’oseltamivir non pregiudica in alcun modo l’esito della vaccinazione (anche nei confronti di eventuali ceppi virali resistenti). La vaccinazione antinfluenzale rimane pertanto un mezzo efficace e sicuro per prevenire la malattia.

 

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