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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

interruzione volontaria di gravidanza

Interruzione volontaria di gravidanza: la relazione al Parlamento 2014

Angela Spinelli - reparto di salute della donna e dell'età evolutiva, Cnesps-Iss

Michele Grandolfo - ex Dirigente di Ricerca, Iss

 

30 ottobre 2014 - I dati dell’ultima relazione del Ministro della Salute al Parlamento confermano l’andamento in diminuzione dell’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) in Italia. Infatti, nel 2013 sono state notificate dalle Regioni al Sistema di sorveglianza dell’Ivg, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss), 102.644 Ivg (dato provvisorio), con un decremento del 4,2% rispetto al dato definitivo del 2012 (107.192 casi) e un decremento del 56,3% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (234.801 casi). Il tasso di abortività (numero delle Ivg per 1000 donne tra 15-49 anni), che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’Ivg, nel 2013 è risultato pari a 7,6 per 1000, con un decremento del 3,7% rispetto al 2012 (7,9 per 1000) e un decremento del 55,8% rispetto al 1982 (17,2 per 1000). Si tratta probabilmente di uno dei più grandi successi in sanità pubblica, con 100.000 casi in meno l’anno di Ivg rispetto alla metà degli anni Ottanta.

 

Inoltre negli ultimi anni si è osservato un decremento del fenomeno anche nella popolazione che è a maggior rischio di ricorrere all’Ivg in Italia: le donne straniere. Infatti anche in questo caso è diminuito il numero di Ivg (35.388 interventi) e la percentuale del loro contributo al fenomeno (34,0%), che comunque rappresenta sempre un terzo di tutte le Ivg effettuate annualmente. Aspetto più importante è la riduzione del tasso di abortività tra queste donne: se nel 2003 era stimato dall’Istat pari a circa 40 per 1000, nel 2011 il valore si è dimezzato con una stima del 19,7 per 1000.

 

I dati raccolti in questi anni evidenziano come l’Ivg sia nella maggioranza dei casi una estrema ratio, in seguito al fallimento dei metodi impiegati per evitare la gravidanza. In generale nel corso degli anni le più rapide riduzioni del ricorso all’aborto sono state osservate tra le donne più istruite, tra le occupate e tra le coniugate, per le quali, anche grazie a una maggiore competenza di partenza, sono risultati più efficaci i programmi e le attività di promozione della procreazione responsabile, principalmente svolti dai consultori familiari, come osservato anche in recenti indagini dell’Iss (vedi Rapporto Istisan 12/39).

 

In questa relazione sono anche presentate le ultime stime effettuate dall’Iss sull’aborto clandestino: per il 2012, utilizzando lo stesso modello matematico applicato nel passato, pur tenendo conto dei suoi limiti legati principalmente alla mancanza di dati sulla diffusione di metodi contraccettivi e alle modifiche avvenute nel nostro Paese per quanto riguarda la popolazione (diminuzione delle donne in età fertile e aumento della popolazione straniera) e la riproduzione (desiderio di un numero inferiore di figli, spostamento dei concepimenti ad età più avanzate) si arriva a valori di circa 15.000 casi. Queste stime indicano una stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni e una notevole diminuzione rispetto agli anni ’80-’90 (100.000 erano i casi stimati per il 1983, 72.000 nel 1990 e 43.500 nel 1995).

 

Il Ministro alla Salute ha inoltre presentato i risultati del monitoraggio sulle attività di Ivg e sull’obiezione di coscienza a livello di singola struttura di ricovero e nei consultori familiari, per individuare eventuali criticità nell’applicazione della legge. A questo proposito il Ministro afferma che i dati sono in sintonia con quelli raccolti negli anni passati dal Sistema di sorveglianza e «il numero di non obiettori è congruo rispetto alle Ivg effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le Ivg. Gli eventuali problemi nell’accesso al percorso Ivg sono dovuti eventualmente ad una inadeguata organizzazione territoriale, che attualmente, dopo questo monitoraggio, sarà più facile individuare. A fronte di ciò, nell’ultima riunione tenutasi il 3 luglio 2014 presso la sede del Ministero della Salute con i rappresentanti delle Regioni, le stesse Regioni sono state invitate a procedere a un dettagliato approfondimento dei dati del monitoraggio per individuare, ciascuna per il proprio ambito, i bisogni del territorio, utilizzando possibilmente gli stessi parametri descritti nel monitoraggio al fine di avere dati comparabili fra le diverse aree territoriali prese in considerazione, fra le regioni e all’interno delle regioni stesse, e per distinguere meglio le cause di eventuali criticità». Dai dati presentati emerge, infatti, che le Ivg vengono effettuate nel 64% delle strutture disponibili, con una copertura soddisfacente, tranne che in due Regioni molto piccole. Ipotizzando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale le Ivg settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore risultano essere 1,4 (parametro 3 utilizzato dal Ministero per la valutazione), , un valore medio fra un minimo di 0,4 a settimana (Valle d’Aosta) e 4,2 (Lazio). Nei consultori familiari il numero degli obiettori di coscienza, valutato con dati non sempre completi, è sensibilmente inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere.

 

È quindi necessario, come d’altronde ben indicato nell’articolo 9, che le Regioni controllino e garantiscano l’applicazione della Legge 194. Oltre ai parametri suggeriti dal Ministero, si suggerisce che le Regioni diano mandato esplicito ai Direttori Generali delle Asl e AO di implementare un piano operativo che garantisca i servizi Ivg in maniera adeguata e su tutto il territorio. A questo riguardo si fa presente che, ad esempio, in un distretto di 100.000 abitanti e un tasso di abortività di 10 per 1000 donne (valore leggermente superiore a quello osservato attualmente a livello nazionale), sono da attendersi 250 Ivg in un anno, cioè poco più di 5 Ivg a settimana. Basandosi sulle stime quindi del bisogno a livello territoriale, i servizi dovrebbero essere organizzati tenendo conto di due esigenze: la dislocazione adeguata per la popolazione e la concentrazione che favorisca la qualità. Inoltre va considerato che l’intervento può essere effettuato con diverse metodiche (raschiamento, isterosuzione in anestesia generale, isterosuzione in anestesia locale e aborto medico) ognuna delle quali richiede un diverso carico di lavoro (ad esempio presenza dell’anestesista) e di impegno strutturale (ad esempio necessità di sala operatoria). Anche i costi relativi sono collegati a tutti questi aspetti. Importanti, infine, sono la costituzione di percorsi assistenziali basati su prove di evidenza scientifica e la messa in rete dei servizi coinvolti, in particolare il ruolo che il consultorio deve avere come cardine principale della fase pre- e post-Ivg.

 

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