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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute materno-infantile

Taglio cesareo: Laziosanità rinnova le sue linee guida

Il Lazio è una delle Regioni con valori particolarmente elevati di taglio cesareo. Con una percentuale del 25-30 per cento, il parto cesareo in Italia, come in numerosi altri Paesi europei ed extra europei, è in costante aumento. L’Asp Lazio rileva che nel 2006 questa pratica è stata adottata per 44 bambini ogni 100 nati vivi, con una percentuale maggiore rispetto a quella registrata nell’anno precedente (42,7%). Questo valore appare significativamente elevato se confrontato con la percentuale ottimale individuata dell’Oms (15%) e con l’obiettivo di riduzione fissato a quota 20% dal Piano sanitario nazionale nel triennio 2003-2005 e valido anche per il periodo 2006-2008.

 

Le linee guida realizzate da Laziosanità fanno il punto della situazione analizzando in maniera pratica e concreta i vari aspetti del parto cesareo (tra cui il monitoraggio, il consenso informato, il parto pretermine e la gravidanza plurima) e mirano a fornire agli operatori sanitari un’informazione dettagliata, precisa e puntuale sui metodi, le tecniche chirurgiche e le procedure da adottare con le pazienti, al fine di raggiungere l’obiettivo di comprimere la percentuale di tagli cesarei al 30%.

 

Il documento rappresenta un aggiornamento delle linee guida pubblicate nel 1999 e recepite dalla Giunta Regionale con DGR n. 2806 del 25/05/1999, ed è il risultato di un processo sistematico di valutazione e aggiornamento della letteratura scientifica e delle linee guida elaborate dalle principali società scientifiche. Nel rapporto è presente anche una sezione dedicata alle gestanti, una sorta di vademecum per le donne in gravidanza, con tutte le informazioni utili sui rischi e i benefici del parto chirurgico.

 

Un fenomeno in continua crescita

Nell’interpretazione del fenomeno dell’aumento dei parti con taglio cesareo, oltre a fattori clinici, devono essere considerati anche fattori non clinici, legati al sistema assistenziale, alla conoscenza e alle attitudini dei singoli operatori, nonché al contesto sociale, culturale e sanitario che circonda la donna durante la sua esperienza riproduttiva. Nell’arco di 20 anni, tra il 1985 e il 2005, il Lazio ha visto crescere il ricorso al parto con taglio cesareo dell’85,7% passando dal 23% registrato nel 1985 a oltre il 40% del 2005. Valori molto elevati si rilevano anche in Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Molise e Calabria, mentre Lombardia, Veneto e Toscana presentano una frequenza di tagli cesarei inferiore al 30%. Il Friuli Venezia Giulia è in assoluto la Regione che presenta i valori più contenuti, con solo il 22% di parti praticati con taglio cesareo.

 

Molteplici evidenze della letteratura scientifica dimostrano come siano ingiustificate le dimensioni del fenomeno, anche quando messe in rapporto al miglioramento degli esiti materni e neonatali parallelamente osservati. L’elevato numero di parti cesarei eseguiti in alcune Regioni non trova corrispondenza nella presunta maggiore frequenza di condizioni cliniche che richiedono appunto il ricorso al parto chirurgico (come il ritardo di crescita intrauterino o le patologie della placenta). Infatti, anche escludendo dalla valutazione del fenomeno i tagli cesarei ripetuti, che nel 2005 rappresentavano nel Lazio il 27,2% del totale dei cesarei, il tasso osservato di primi cesarei (35,3%) risulta comunque più elevato di quello di altri Paesi e delle altre Regioni italiane.

 

Una scelta molto personale

L’analisi delle schede di nascita di tutti i parti effettuati nel Lazio nel 2005 ha evidenziato che, a parità di condizioni cliniche della donna e del feto, la probabilità di ricorso al parto chirurgico è più alta del 35% nelle strutture private convenzionate e del 64% in quelle completamente private, rispetto a quella osservata nei reparti di maternità pubblici. Nel dettaglio: negli ospedali pubblici i valori osservati sono compresi fra 28% e 64%, in quelli universitari, fra 44% e 54%, nelle maternità private accreditate fra 35% e 64%, e nelle maternità interamente private, fra 72% e 86%.

 

Il ruolo del luogo di nascita spiega parte della variabilità osservata fra i singoli istituti. Le implicazioni del fatto che una donna, a parità di condizioni cliniche, possa ricevere cure differenti a seconda del luogo presso il quale viene assistita, pone importanti interrogativi sull’appropriatezza e l’efficacia di alcune pratiche. Alla base della scelta di ricorrere al parto chirurgico sembrano esserci ragioni di natura organizzativa ed economica, ma anche motivi strettamente personali, legati alla sempre maggiore richiesta da parte delle donne di vivere l’esperienza del parto senza dolore né paura. Non è raro, pertanto che il parto chirurgico sia spesso considerato un’alternativa alla pratica ancora poco frequente dell’anestesia epidurale.

 

In questo contesto, è di estrema attualità e rilevanza per la Sanità pubblica, per i singoli operatori e per le pazienti, la realizzazione di interventi finalizzati alla diffusione di pratiche diagnostiche e terapeutiche di documentata efficacia. Le linee guida rappresentano uno sforzo in questa direzione e, pur non avendo l’ambizione di sostituire i protocolli diagnostico-terapeutici, possono costituire un utile strumento per il miglioramento delle pratiche cliniche.