Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute mentale

Mortalità per suicidio: i dati italiani

Monica Vichi - Ufficio di Statistica, Cnesps-Iss

 

6 settembre 2012 - In Italia, nel biennio 2008-2009 (ultimo di disponibilità del dato), si sono verificati 7,4 decessi per suicidio ogni 100 mila residenti con 15 anni e più d’età (corrispondente a un tasso standardizzato di 7,2). Nel 77% dei casi il suicida è un uomo. Il tasso grezzo di mortalità è stato pari a 12,0 per gli uomini e a 3,3 per le donne (corrispondente a un tasso standardizzato pari, rispettivamente, a 12,1 e 3,1), con un rapporto maschi/femmine pari a 3,7.

 

Per entrambi i generi, la mortalità per suicidio cresce all’aumentare dell’età. Per gli uomini vi è un aumento esponenziale a partire dai 65 anni di età e il tasso raggiunge il suo massimo nelle classi di età più anziane (32,7 tra gli over ottantaquattrenni). Per le donne, invece, la mortalità per suicidio raggiunge il suo massimo nella classe di età 65-69 anni (4,6 per 100 mila), dopo di che tende a ridursi nelle classi di età più anziane (3,7 tra le donne di 85 anni e più).

 

L’indicatore presenta una marcata variabilità geografica, con tassi in generale più elevati nelle Regioni del Nord Italia, ma con alcune eccezioni. Con riferimento al biennio 2008-2009, per gli uomini, tra le Regioni con i livelli più elevati del tasso standardizzato di suicidio troviamo la Provincia autonoma di Bolzano (20,0), la Valle D’Aosta (19,0), il Piemonte (16,5), L’Emilia-Romagna (15,2), ma anche la Sardegna (20,4) e il Molise (15,1). I livelli più bassi di mortalità per suicidio tra gli uomini si riscontano invece in Campania (8,1), Liguria (8,1), Lazio (8,8) e Puglia (9,2). Per le donne, i livelli di mortalità per suicidio più elevati si riscontrano nelle Provincie autonome di Bolzano (5,5) e Trento (4,2), in Piemonte (4,1), in Emilia-Romagna (4,4) e in Sardegna (4,5). Le Regioni con i tassi più bassi di suicidialità per gli uomini sono anche quelle con i livelli più bassi per le donne: Liguria (4,8), Campania (5,0), Puglia (5,5) e Lazio (5,3).

 

Il trend storico a livello nazionale mostra una riduzione del tasso a partire dalla metà degli anni ‘80, che si accentua soprattutto per gli uomini a partire dal 1997. Tuttavia, dopo il minimo storico raggiunto nel 2006 (quando sono stati registrati 3607 suicidi), negli ultimi anni di osservazione si evidenzia una nuova tendenza all’aumento (3799 suicidi nel 2008 e 3870 nel 2009) con il tasso standardizzato che passa da 7,0 nel 2006 e nel 2007 a 7,2 nel 2008 e 2009. Sebbene la variazione del tasso sia stata piuttosto lieve e non significativa, occorre però sottolineare che è stata totalmente determinata da un aumento dei suicidi tra gli uomini, per i quali il tasso standardizzato è passato da 11,7 per 100000 abitanti nel 2006 e nel 2007 a 11,9 nel 2008 e 12,2 nel 2009; in termini di decessi, il biennio 2008-2009 ha fatto registrare 5928 suicidi, 354 in più rispetto al biennio precedente (quando se ne erano registrati in totale 5574). Uno sguardo alla mortalità età-specifica fa emergere che l’aumento dei suicidi tra gli uomini è stato determinato dalla classe di età 25-69 anni che, nel biennio 2008-2009, ha fatto registrare 4017 suicidi contro i 3645 del 2006-2007.

 

Qualche considerazione

Anche se dai dati qui presentati non è possibile stabilire alcuna relazione causale tra la crisi economica che sta attraversando il Paese e la mortalità per suicidio, l’incremento del tasso che si è registrato negli ultimi anni va attentamente monitorato e analizzato al fine di identificare potenziali gruppi a rischio sui quali concentrare gli interventi di prevenzione. Non bisogna dimenticare che il suicidio è un fenomeno che comporta alti costi sociali, non ultimo per l’impatto destabilizzante che questo drammatico evento esercita su tutti coloro con i quali il soggetto era in relazione; pertanto, come auspicato anche dall’Oms, andrebbero implementate anche azioni di sostegno dirette alla rete sociale del soggetto suicida allo scopo di prevenire tra i “survivors” l’insorgere di disturbi depressivi e ulteriori suicidi. Consulta in proposito il documento pubblicato dall’Oms nel 2012 “Public health action for the prevention of suicide”.

 

Proprio nell’ottica della prevenzione, va infine sottolineato che una comunicazione appropriata da parte dei media può rivelarsi uno strumento utile per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno e incoraggiare i soggetti a rischio a chiedere aiuto. Al contrario, il sensazionalismo, specie quando unito a un racconto dettagliato e alla descrizione del metodo utilizzato per togliersi la vita, può portare a comportamenti emulativi da parte di soggetti particolarmente vulnerabili. È pertanto di fondamentale importanza che gli organi di informazione adottino una comunicazione responsabile, secondo quanto indicato anche dalle linee guida (pdf 135 kb) messe a punto nel 2008 dall’Oms in collaborazione con l’International Association for Suicide Prevention (Iasp).

 

Nota dell’autore

I dati presentati in questo contributo provengono dalla fonte più completa ed esaustiva ad oggi disponibile sul fenomeno suicidario in Italia: l’indagine Istat sulle cause di morte. Esiste un’altra rilevazione sui suicidi e tentativi di suicidio che l’Istat conduce presso i Commissariati di Polizia e le Stazioni dei Carabinieri; questa seconda rilevazione, nella quale vengono raccolte importanti informazioni sulla condizione occupazionale del suicida e sulle motivazioni del gesto, è stata quella più spesso citata dalla stampa nell’ultimo anno. Bisogna però sottolineare che, come sottolineato dallo stesso Istituto nazionale di statistica in un comunicato dello scorso 8 agosto, questa fonte tende a sottostimare il fenomeno. È per questo, e per i requisiti di qualità richiesti dai Regolamenti europei all’indagine di fonte sanitaria, che l’Istat stesso ha scelto di non includere più in tutte le sue prossime pubblicazioni i dati provenienti da questa seconda indagine. Nondimeno l’integrazione di queste due fonti di dati resta a nostro parere altamente auspicabile poiché potrebbe fornire in futuro ulteriori possibilità di analisi e approfondimento sul fenomeno.

 

Risorse utili