Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Politiche sanitarie

Il difficile amore tra comunicazione e ricerca

Antonella Lattanzi, Luana Penna, Giuseppe Traversa – Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps-Iss)

 

12 giugno 2014 - Ricerca e comunicazione possono andare d’accordo? Se ne è discusso alla riunione annuale dell’Associazione Alessandro Liberati (Network italiano Cochrane) che si è tenuta a Milano il 23 maggio scorso, presso l’Istituto Mario Negri. Tema di grande attualità, sul quale la Cochrane Collaboration si sta interrogando da tempo, è infatti l’insufficiente capacità di comunicare con efficacia i risultati della ricerca. C’è di fatto un’esigenza concreta e diffusa di saperne di più su come usare i social media, su come sfruttare la popolarità e la fruibilità del format di Wikipedia, su come lasciare che siano le immagini e le infografiche a parlare, su come interagire con un giornalista coscienzioso per metterlo nelle condizioni di raccontare al meglio la ricerca.

 

Il sociologo Davide Bennato (Università di Catania) – specializzato in digital literacy, e-learning - ha presentato, per esempio, una riflessione su come comunicare la ricerca tramite i social media. Il social network è un territorio instabile in cui si muovono diversi attori, tra cui ricercatori, giornalisti e attivisti. Dunque, quando si comunicano i risultati degli studi bisogna tenere conto del contesto, dei ruoli sociali e del sistema di credenze e valori del pubblico di riferimento

 

Comunicare equivale a raccontare una storia: per i ricercatori si tratta di organizzare i dati (raccolti e certificati secondo una procedura che sia legittimata rispetto alla comunità di appartenenza); per i giornalisti si tratta di trovare qualcosa che valga la pena di essere raccontato (disseminando informazioni su un tema specifico con valore divulgativo); per gli attivisti, invece, i risultati di una ricerca possono essere uno strumento per sostenere determinate posizioni in un sistema valoriale specifico, advocacy, ma all’interno di un terreno oggettivo condiviso.

 

I social media non sono strumenti di comunicazione né canali, ma spazi di sensibilizzazione tramite esperienze, spazi sociali aperti abitati da community. In questo variegato contesto il ricercatore deve sapere adattare, e in alcuni casi anche negoziare, il proprio ruolo a seconda dell’interlocutore. I social media sono potenti mezzi per la comunicazione della ricerca a patto di usare strategie di storytelling che siano congruenti con l’uso sociale dei media digitali.

 

La complessità dell’ecosistema della comunicazione propone sfide nuove ai ricercatori. La ricchezza dei media e degli strumenti da una parte sembra facilitare il compito di divulgare ma, dall’altra, impone una conoscenza non superficiale dei diversi mezzi e delle opportunità che ciascuno teoricamente offre.

 

La comunicazione scientifica è un processo e non un episodio, è uno spazio nel quale ciascuno – ricercatori, giornalisti, grafici, editori – deve essere consapevole dei propri punti di forza e disponibile a riconoscere i limiti e discutere i modi per superarli. Solo così si può rispondere ogni giorno al significato civile del proprio agire. In fondo, per comunicare serve conoscenza (bisogna sapere di cosa si parla), tempestività (occorre essere rapidamente disponibili per gli altri), sintesi (è necessario saper distinguere tra cose essenziali e di secondario rilievo) e chiarezza (si deve saper ragionare costruendo immagini che aiutino gli altri a farsi un’idea autonoma).

 

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