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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Vaccini e vaccinazioni

Adesione all’offerta: quanto contano capacità di ascolto e buona comunicazione?

A cura della redazione di EpiCentro

 

24 aprile 2013 - L’Indagine su determinanti del rifiuto dell’offerta vaccinale nella Regione Veneto, realizzata nel 2012 dallo staff di ricerca del Servizio Promozione della Salute [Leonardo Speri, Lara Simeoni, Paola Campara, Mara Brunelli] del Dipartimento di Prevenzione della Ulss 20 di Verona, diretto da Massimo Valsecchi, e presentata su EpiCentro, a quasi un anno dalla sua pubblicazione è ancora una ricchissima fonte di dati e continua a offrire molti spunti di riflessione sul rifiuto dell’offerta vaccinale e su quali strumenti culturali possono essere d’aiuto per gli operatori. Scarica il report conclusivo (pdf 1,1 Mb).

 

EpiCentro ne ha ragionato con il gruppo degli autori in occasione dell’edizione 2013 della settimana europea e mondiale delle vaccinazioni.

 

Una situazione fluida

Si era partiti da un usuale modello interpretativo degli atteggiamenti dei genitori rispetto alla scelta di vaccinare e si era disegnata l’indagine sulla base delle coperture vaccinali così distribuite: vaccinatori (95%), vaccinatori parziali (3%) e non vaccinatori (2%). Un volta selezionate 6 Aziende sanitarie del Veneto sono stati coinvolti gli operatori dei servizi vaccinali e i pediatri di famiglia e grazie a interviste e incontri strutturati si è messo a punto e somministrato un questionario in forma cartacea o elettronica a un campione rappresentativo di genitori. Lo strumento via web è stato compilato da numerosi genitori oltre i confini regionali, di più coorti anagrafiche, introducendo per quest’ultimo insieme di dati un inevitabile bias di selezione, rispetto al quale gli autori dello studio hanno adottato, in ogni caso, le opportune cautele. La prima notizia, comunque, è che in molti, quasi 4300, hanno risposto ai questionari. L’interesse dunque c’è e la possibilità di ascolto o di dialogo non manca.

Con l’impostazione corrente, l’area grigia, dell’incertezza rispetto all’opportunità di vaccinare i propri figli, sembrava limitata a quei circa 3 genitori su 100. I risultati dell’indagine dipingono invece uno scenario molto variegato, con posizioni meno nette, frutto della combinazione di informazioni, percezioni e convinzioni.

 

I dati indicano che solo l’85% dei vaccinatori prosegue senza apparentemente essere scalfito dal dubbio: i restanti genitori pur avendo iniziato le vaccinazioni si mantengono molto incerti e una parte è pronta all’abbandono. Per quanto piccoli percentualmente, quest’ultimi sono una quota numerosa, in grado di creare allarme sulle coperture vaccinali. I più mobili sono i vaccinatori parziali, dove un 28% si dichiara orientato al calendario completo e il 42% ci sta pensando. Ma anche i non vaccinatori si presentano meno granitici dell’atteso: un terzo è indeciso, un altro terzo possibilista su “qualche” vaccinazione.

 

Ritratto di famiglia

Sorprende il profilo del genitore contrario al vaccino: madre italiana, scolarizzata, qualche anno in più rispetto alla media, ruolo più rilevante in famiglia, più frequentemente delle altre madri anche  lavoratrice in ambito sanitario. Va inoltre segnalato che tra i genitori favorevoli troviamo gli stranieri, che hanno anche manifestato la propria buona disposizione d’animo, impegnandosi nelle risposte di un questionario proposto solo in italiano.

 

Gli autori concordano nel concludere che l’incrocio tra caratteristiche del genitore e adesione/rifiuto alle vaccinazioni riflette la percezione di malattia legata al contesto socioculturale di origine: da una parte l’idea che la salute sia garantita senza essere praticamente sfiorati dal dubbio di poter perdere oggi il proprio figlio per condizioni in passato fatali; dall’altra un timore e una memoria ancora vivi della malattia infantile grave o epidemica e la pronta adesione al rimedio, oltre tutto gratuito. Commentano gli autori della ricerca: «Tra genitori è condivisa la paura della reazione a breve termine, mentre è molto variabile l’atteggiamento degli effetti negativi nel lungo periodo, dove si gioca davvero il rapporto rischio/beneficio tra il pensiero delle possibili conseguenze negative del vaccino e la pericolosità della mancata prevenzione. A volte si riscontra tra gli stessi operatori una sensazione troppo attutita del rischio di malattia».

 

L’obbligo vaccinale non è tutto

Colpisce il fatto che la sospensione dell’obbligo vaccinale in Regione Veneto, nel gennaio 2008, non abbia modificato più di tanto le adesioni: nell’arco di 3 anni il calo è stato di poco più di un punto percentuale (dal 95,6% al 94,4%), tendenza che tuttavia permane, come peraltro in gran parte del Paese.

 

Certo il contesto è probabilmente particolarmente felice. C’è da chiedersi se la replica di questa esperienza a livello nazionale o in altre Regioni sortirebbe il medesimo risultato. Sottolinea Mara Brunelli: «La fidelizzazione dell’utenza è alta e c’è costante attenzione a garantire un’offerta attiva ed efficiente. Ma ci sono segnali su come sia davvero molto facile perdere il contatto con i genitori e quindi perdere l’occasione di una scelta informata e consapevole: dal calo più marcato delle adesioni in aree dove l’attivismo della controinformazione sui vaccini incide di più, alla tendenza a non rispettare il calendario, per esempio con un ritardo, che è l’anticamera della mancata adesione».

 

Del resto è chiaro che non basta l’obbligo vaccinale per mantenere il contatto con i genitori e la copertura vaccinale, come ricorda Leonardo Speri: «In Alto Adige è prevista una sanzione per il rifiuto, ma questo non sembra modificare la scelta già indirizzata di una famiglia».

 

La lotta è impari, soprattutto in rete

Il pediatra di famiglia è la fonte informativa per il 72% dei genitori, indipendentemente dalle scelte vaccinali. Ma il vissuto delle informazioni sugli effetti collaterali non è uniforme: ben l’86% dei vaccinatori dichiara di esserne stato informato dal pediatra, ma tra i non vaccinatori questa percentuale crolla a un terzo. Difficile dire se per effetto dell’atteggiamento di partenza del genitore o dell’approccio scelto dal medico.

 

Le fonti alternative non ufficiali, come internet, passaparola e associazioni contrarie alle vaccinazioni hanno una posizione dominante tra i non vaccinatori. Afferma Lara Simeoni: «Sul web ricorrono pochi nomi di alcuni sanitari, in genere ottimi comunicatori con notevoli capacità di argomentare le proprie teorie, il più delle volte costruendole a partire da dati parziali e non verificabili o semplificando situazioni complesse e facendo leva sulle paure. La rete poi le diffonde in una sorta di passa-parola tecnologico, con modalità virale e scarso controllo dell’affidabilità dell’informazione».

 

Dall’indagine emergono alcune caratteristiche peculiari del genitore che ha risposto via web, indipendentemente dalla sua scelta vaccinale: cultura più elevata, una certa curiosità, una intraprendenza nell’esplorazione della rete per trovare risposte. La navigazione approda inevitabilmente in porti dove fanno opinione gruppi con convinzioni già formate. A volte forniscono già pacchetti di risposte in grado di confutare le informazioni ricevute dagli operatori e diffondono l’esperienza di bambini danneggiati dai vaccini, ingigantendola per entità o gravità, operazione cui il web si presta.

 

Miti e leggende vincono sul mondo reale

Forse è per questo che i lavori scientifici contro le vaccinazioni hanno grande eco. Gli autori ricordano uno dei più clamorosi: «L’articolo pubblicato nel 1998 da Lancet sul legame fra vaccinazione trivalente contro morbillo, parotite e rosolia e autismo è stato oltre che un grave errore, una autentica frode scientifica. Ma non sono stati sufficienti la smentita ufficiale della rivista, la radiazione dell’autore (il medico Andrew Wakefield), e l’inchiesta sul British Medical Journal per smontare quelle affermazioni». E certamente non avrà miglior risonanza il recente articolo sul The Journal of Pediatrics che esclude una relazione tra autismo ed esposizione ai vaccini. Il punto di forza di questa ricerca è quello di aver escluso su grandi numeri (oltre 250 bambini con autismo e 750 di controllo) che anche in una fase iniziale dell’acquisizione dell’immunocompetenza e dello sviluppo neurologico come i primi 2 anni di vita, il livello di concentrazione di antigeni somministrati in tempi ravvicinati (come di fatto si verifica somministrando vaccini polivalenti secondo il calendario) possa essere chiamato in causa come fattore favorente o determinante l’autismo. Leggi in proposito anche l’approfondimento “Vaccini e autismo: nessuna associazione” a cura di Antonietta Filia (reparto Epidemiologia delle malattie infettive, Cnesps -Iss).

 

Anche il grande, e confuso, processo ad altri imputati per l’autismo, gli eccipienti dei vaccini, o casi come il thimerosal sembrano non avere mai fine, sebbene per esempio questa sostanza sia ormai assente da tutte le formulazioni presenti in Italia.

 

In rete le notizie infondate corrono veloci. Mentre è ben più difficile che il navigatore giunga a pagine complete ed oggettive sull’argomento, come quelle dei Cdc (Centers for Disease Coontrol and Prevention) o dell’Institute of Medicine of the National Academies).

 

L’arma, potente, del dialogo

La strategia che emerge dall’indagine veneta, anche oggi, è quella di adottare l’arma potente del dialogo. Quindi niente spirito da paladini della “scelta giusta”, ma l’attenzione a creare una relazione di fiducia tra famiglia e operatori sanitari per favorire la scelta vaccinale. Leggi anche l’approfondimento “La complessità della scelta vaccinale” a cura di (Barbara De Mei, Unità di formazione e comunicazione, Cnesps-Iss).

 

L’adesione al vaccino, sostengono gli autori, non più automatica, non può essere imposta e deve essere frutto di una scelta consapevole. L’adesione come il rifiuto.

 

In un contesto così multiforme è evidente che ci siano margini di manovra, ma è laborioso identificare, ma soprattutto attuare, le strategie giuste. Possono essere di riferimento i fattori in grado di spiegare gran parte della variabilità sia tra chi vaccina, sia tra gli oppositori: la percezione del rischio della vaccinazione, del valore protettivo della vaccinazione e dell’organizzazione sanitaria. Da questi fattori possono emergere alcune indicazioni operative: la necessità di un’informazione ricca, indipendente e omogenea e la necessità di utilizzare tutti i canali per diffonderla (presidiando in particolare il web, attualmente un punto debole). L’importanza di puntare sul rapporto rischi/benefici delle vaccinazioni adeguatamente accompagnato dall’oggettivazione della pericolosità delle malattie, mantenere (talvolta restituire) la credibilità del sistema vaccinale grazie alla autorevolezza, alla preparazione e alla capacità di ascolto degli operatori.

 

«Non si può continuare a pensare che la vaccinazione e la percezione del rischio di malattia siano un fatto isolato o individuale, sono un fatto di comunità, diventano un problema di comunità quando la copertura scende sotto la soglia», sottolinea la ricerca veneta. La Regione Veneto ha un grande patrimonio informativo nel sistema di sorveglianza vaccinale in Canale Verde. Poche ma eloquenti cifre per descrivere le dimensioni di questo patrimonio: «I dati di Canale Verde si riferiscono a oltre 21 milioni e mezzo di dosi vaccinali somministrate dal 1993 al 2010. Un numero così grande di interventi si confronta con numeri piccolissimi di reazioni avverse: 327 eventi correlabili classificati come “gravi” (circa 1,5 casi ogni 100.000 dosi), dei quali 312 risolti e solo 15 con sequele, nessun decesso attribuibile al vaccino dei 4 verificatosi nel periodo di osservazione e valutati con i principi di cautela necessari», sottolineano gli autori. Ce n’è di che fare una ricca informazione.

 

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