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Inquinamento atmosferico e rischio di tumore: una riflessione a più voci

19 dicembre 2013 – Secondo i dati riportati dal reparto di epidemiologia dei tumori del Cnesps-Iss, in Italia le stime italiane di incidenza per il tumore del polmone risultano in forte riduzione per gli uomini e in costante aumento per le donne. Per il 2013, si stimano, 92 nuovi casi di tumore del polmone ogni 100.000 uomini e 35 nuovi casi ogni 100.000 donne. Il numero totale di nuove diagnosi nell’anno è stimato pari a 38.460, di cui 27.440 fra gli uomini e 11.020 fra le donne. Nel 2013 il numero totale di persone che ha avuto nel corso della vita una diagnosi di tumore del polmone è stimato pari a 96.280 casi, di cui 68.100 tra gli uomini e 28.180 tra le donne.

 

Il fumo di tabacco è sicuramente tra le principali cause del tumore del polmone, tuttavia altri fattori di rischio, di tipo occupazionale e ambientale, possono contribuire, con frazioni variabili, all’insorgenza di questa patologia. Una di queste è sicuramente l’inquinamento atmosferico che, nel 2013, è stato dichiarato dall’International Agency for Research on Cancer (Iarc) un cancerogeno (di gruppo 1) per l’uomo.

 

Come racconta Francesco Forastiere (Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale, Regione Lazio), il 2013 è stato un anno molto importante per lo studio della relazione tra qualità dell’aria e salute. Non solo è stato nominato ufficialmente “anno dell’aria” dall’Unione europea ma è stato anche un momento in cui sono state presentate diverse importanti pubblicazioni scientifiche.

 

Dopo 4 anni di intensa attività, sono stati resi pubblici i dati elaborati dallo studio Escape (European Study of Cohorts for Air Pollution Effects), progetto europeo nato per valutare gli effetti a lungo termine dell’inquinamento dell’aria sui cittadini del vecchio continente. Risultati che hanno confermato il legame tra inquinamento atmosferico e cancro del polmone e la relazione tra mortalità a lungo termine e inquinamento dell’aria.

 

Ma tutto questo fervore di dati e conferme di evidenze scientifiche, commenta Giovanni Marsili (direttore Reparto Igiene dell’aria, Istituto superiore di sanità), impone una riflessione generale su tutto il “modello” di gestione della qualità dell’aria dal punto di vista della salute della popolazione. La decisione Iarc conferma autorevolmente le ipotesi per il particolato atmosferico avanzate da oltre un decennio da larga parte della comunità scientifica ma, estendendo la classificazione all’inquinamento outdoor, mette in discussione il concetto stesso di inquinamento atmosferico. Molti studi hanno infatti dimostrato per l’esposizione a Pm10, e Pm2,5 l’assenza di soglie che garantiscano dall’insorgenza di esiti sanitari avversi. Conseguentemente, considerato che in nessun posto al mondo la concentrazione di Pm è uguale a zero, l’inquinamento atmosferico outdoor diviene il più importante cancerogeno esistente non per potenza ma per entità del numero degli esposti (che può essere quantificato in oltre sette miliardi di individui).

 

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