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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

approfondimenti

Ipertensione: i dati dell’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare/Health Examination Survey

Luigi Palmieri, Chiara Donfrancesco, Serena Vannucchi, Cinzia Lo Noce, Francesco Dima, Simona Giampaoli - reparto di Epidemiologia delle malattie cerebro e cardiovascolari, Cnesps-Iss

Diego Vanuzzo (Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri – Fondazione per il tuo Cuore, Firenze)

 

4 aprile 2013 – Dal 1998, l’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare/Health examination survey (Oec/Hes) esamina campioni rappresentativi della popolazione generale in tutte le Regioni per valutare la distribuzione dei fattori di rischio e delle condizioni a rischio nella popolazione adulta italiana. Alla prima indagine (1998-2002, 9712 uomini e donne di età 35-74 anni esaminati) ne ha fatto seguito un’altra, dal 2008 al 2012 che ha coinvolto 9107 uomini e donne di età 35-79 anni. Lo studio, eseguito secondo metodologie standardizzate, fornisce un quadro attuale della pressione arteriosa e consente di valutare i cambiamenti dell’ultimo decennio.

 

I dati dell’ultima indagine, schematizzati nella figura 1, mostrano che nella fascia di età 35-79 anni la pressione sistolica (Pas) media è 134 mmHg negli uomini e 129 mmHg nelle donne; i valori, sempre più alti negli uomini rispetto alle donne, sono più elevati al Nord e al Sud rispetto al Centro. La pressione diastolica (Pad) mostra un andamento analogo. Complessivamente più del 50% degli uomini e più del 40% delle donne sono ipertesi; si discostano da questi valori solo le donne dell’Italia centrale (38%). Anche per quanto riguarda il trattamento antipertensivo il quadro appare migliore per le donne: gli uomini sono più trattati perché maggiore è la prevalenza dell’ipertensione, ma le donne ipertese non trattate sono di meno (33%) rispetto agli uomini ipertesi non trattati (43%). Questo andamento è simile nelle macroaree; da notare che la proporzione di uomini ipertesi trattati è maggiore al Sud (ipertesi trattati 64%, ipertesi non trattati 36%, rispetto al 56% e al 50% degli uomini ipertesi che sono trattati al Centro e al Nord)

 

Figura 1. Oec/Hes 2008: valori medi della pressione arteriosa sistolica e diastolica e prevalenza dell'ipertensione arteriosa (35-79 anni)

 

 

Com’è cambiato il quadro dell’ipertensione negli ultimi dieci anni

Confrontando i dati delle due indagini Oec/Hes per la fascia di età comune 35-74 anni (vedi figure 2) si può osservare che nell’ultimo decennio la proporzione di persone incluse nella categoria normale e pre-ipertensione (Pas ≤140 mmHg e Pad ≤90 mmHg e senza trattamento antiipertensivo) aumenta nelle donne (53% nel 1998 e 59 % nel 2008) mentre non si registrano variazioni significative negli uomini (45% in entrambe le rilevazioni). Una variazione rilevante si osserva per il trattamento: in entrambi i sessi raddoppiano le prevalenze dei soggetti trattati in modo adeguato (dal 4% all’11% negli uomini e dal 6% all’11% nelle donne) e diminuisce la proporzione di persone ipertese non trattate. Questi risultati sembrano dimostrare un miglior controllo della pressione arteriosa nella popolazione anche attraverso il trattamento. Molto rimane ancora da fare, come si evince dalle percentuali di uomini e donne ipertesi ma non adeguatamente trattati che non si modificano sostanzialmente negli ultimi 10 anni.

 

Figura 2. Confronto tra i dati delle due indagini Oec/Hes 1998-2002 e 2008-2012: persone ipertese e trattate

 

 

Ipertensione e scolarità

I dati dell’indagine Oec/Hes 1998-2002 e quelli dell’Oec/Hes 2008-2012 sono stati confrontati per livello di scolarità utilizzato come proxy del livello socio-economico. I livelli di scolarità sono stati raggruppati in due classi (“elementare/media inferiore” e “media superiore/laurea”). Da quest’analisi è emerso che i valori della pressione arteriosa e il trattamento dell’ipertensione sono migliorati negli ultimi 10 anni sia in coloro che hanno scolarità più elevata sia in quelli con più bassa scolarità, in entrambi i sessi ma in modo più marcato nelle donne, che mostravano una condizione migliore già nella prima indagine del 1998-2002. Le variazioni osservate sono risultate complessivamente simili nei due livelli di scolarità e non hanno quindi contribuito a ridurre il divario tra i due livelli socio-economici, rimasto elevato e sostanzialmente inalterato, confermando la condizione di maggior disagio, di cui risente il livello socio-economico più basso, in termini di salute e di rischio cardiovascolare.

 

Le figure 3 e 4 mostrano i valori pressori e le prevalenze della ipertensione arteriosa e delle condizioni di trattamento antiipertensivo rilevati nelle due indagini; per il confronto tra i due livelli di scolarità sono riportate le differenze standardizzate per età con la popolazione europea standard.

 

Figura 3. Confronto tra i dati delle due indagini Oec/Hes 1998 e 2008: valori medi e prevalenza di ipertensione arteriosa secondo i livelli di scolarità nelle donne 35-74 anni

 

 

Come si può notare, nelle donne la pressione arteriosa sistolica diminuisce in entrambi i livelli di scolarità, ma di più in quella più elevata (-4,8 mmHg rispetto a -3,9 mmHg) che partiva da una situazione già nettamente migliore nel 1998, con un valore medio di 125 mmHg rispetto ai 137 mmHg del livello più basso. La prevalenza delle donne ipertese diminuisce in misura leggermente superiore nel livello a più bassa scolarità (-5,5%) rispetto al livello più istruito (-4,9%) a fronte però di una condizione di partenza fortemente peggiore (54,8% rispetto a 30%). Un aspetto positivo riguarda l’aumento sensibile della proporzione di donne ipertese trattate che si osserva nel livello più basso (+17,4% a partire da 55,2%).

 

Figura 4. Confronto tra i dati delle due indagini Oec/Hes 1998 e 2008: valori medi e prevalenza di ipertensione arteriosa secondo i livelli di scolarità negli uomini 35-74 anni

 

 

Anche negli uomini la pressione arteriosa diminuisce di più in coloro che hanno scolarità più elevata che partivano da valori sensibilmente migliori (sistolica: -3,2 mmHg da 133,4 mmHg nella classe più elevata rispetto a -2,2 mmHg da 139 mmHg nel livello più basso). Diversamente dalle donne, non si registrano variazioni significative riguardo la prevalenza dell’ipertensione in entrambi i livelli di scolarità. L’ipertensione rimane dunque sulle percentuali del ’98: molto più elevata nel livello sociale più basso (60%) rispetto a quello di scolarità superiore (48%). Anche negli uomini gli ipertesi che sono in trattamento aumentano di più nel livello a bassa scolarità ma in misura minore rispetto alle donne.

 

Complessivamente si può osservare che, a distanza di 10 anni, la pressione arteriosa è fra i fattori di rischio cardiovascolare che, assieme alla prevalenza del fumo, mostra un andamento in leggero miglioramento, sia nel valore medio della popolazione sia nel trattamento degli ipertesi. Tuttavia in coloro che hanno scolarità più bassa, che supponiamo appartenere al livello socio-economico più basso, non si sono osservati miglioramenti sufficienti a contrastare gli effetti dello svantaggio socio-economico.

 

Mortalità per cardiopatia coronarica

La riduzione della mortalità per cardiopatia coronarica nella fascia di età 25-84 anni, tra il 1980 e il 2000, ha portato a 42.930 morti in meno. Mediante l’applicazione del modello Impact è stato stimato che il 40% di questa riduzione è attribuibile ai trattamenti farmacologici, e che ben il 55% è dovuto al miglioramento dei fattori di rischio (questa percentuale deriva dal 58% legato al miglioramento di alcuni fattori di rischio cui è stato sottratto un 3% di contributo negativo associato al peggioramento dei fattori obesità e diabete). Si noti che l’abbassamento della pressione arteriosa ottenuto tramite il miglioramento dello stile di vita è responsabile del 25% della riduzione della mortalità osservata.

 

 

 

Ciò dimostra l’importanza dell’abbassamento della pressione osservato negli ultimi dieci anni, dovuto alle azioni di prevenzione intraprese a livello individuale e di comunità.

 

Conclusioni

Nei 10 anni trascorsi tra le due osservazioni, il livello di scolarità, per quanto possa non cogliere alcune condizioni sociali che influenzano il rischio cardiovascolare (come l’occupazione), fornisce tuttavia un’indicazione di quello che sta accadendo nella popolazione con livello culturale meno elevato. Questo significa che gran parte degli sforzi che sono stati fatti in questi anni per implementare la prevenzione non sono arrivati in maniera adeguata laddove maggiore era la necessità. Strategie di prevenzione comunitaria devono avere l’obiettivo di ridurre i fattori di rischio nelle famiglie a basso livello socio-economico per il beneficio che ne può derivare a breve e a lungo termine, sia nei confronti delle malattie cardiovascolari che delle altre patologie cronico-degenerative, e che può influenzare la salute delle nuove generazioni.

 

Un punto di notevole interesse è l’aumento della prevalenza delle persone con pressione arteriosa inferiore a 140/90 mmHg, in modo significativo in entrambi i livelli di istruzione; ciò risulta essere una chiara indicazione che negli ultimi 10 anni la pressione media è diminuita nella popolazione italiana di circa 3 mmHg grazie alle azioni di prevenzione intraprese. Questo, in termini di un futuro sviluppo di malattia cardio-cerebrovascolare, significa una riduzione del 23% degli ictus attesi e del 17% delle malattie cardiovascolari; in termini assoluti questa variazione può tradursi in 40.000 ictus e circa 60.000 infarti del miocardio in meno nella popolazione italiana.

 

L’analisi del modello Impact applicato ai dati italiani dimostra l’importanza della riduzione dei fattori di rischio nella comunità e l’esempio della pressione arteriosa dimostra che ciò è fattibile nel nostro Paese. Ci piace ricordare a questo proposito che dal 2005 sono stati attivati il Piano nazionale e i Piani regionali di prevenzione cardiovascolare, con uno specifico piano di formazione per operatori sanitari sull’uso e applicazione della carta del rischio cardiovascolare che ha condotto a risultati significativi documentati dall’Osservatorio del rischio cardiovascolare.