Marta Ciofi degli Atti, Caterina Rizzo, Cristina Rota, Stefania Salmaso – Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps, Iss)
Il recente articolo pubblicato da Tom Jefferson sul
British Medical Journal (Bmj)
ha portato all’attenzione della comunità scientifica e del pubblico i
dati di efficacia e sicurezza disponibili sulla vaccinazione
antinfluenzale, la cui offerta stagionale è appena iniziata in Italia
(1).
Si è aperto quindi un interessante dibattito (2),
cui riteniamo importante intervenire per fare il punto sulle evidenze
disponibili e sulle loro eventuali ricadute di sanità pubblica.
L’influenza rappresenta un importante problema di
sanità pubblica, perché ogni anno causa epidemie stagionali, che nei
mesi invernali colpiscono in Italia il 5-10% della popolazione (3).
Sebbene i dati di sorveglianza si basino sulla
rilevazione di manifestazioni cliniche compatibili con l’infezione da
virus influenzali (influenza-like illness, Ili), comuni ad altre
infezioni virali che si possono osservare durante la stagione
influenzale, vi sono dati di letteratura che mostrano come il 32-55% dei
casi di Ili siano attribuibili a virus influenzali (4, 5).
A causa della continua variabilità dei virus
dell’influenza, la composizione del vaccino varia di anno in anno, sulla
base di una previsione dei virus che circoleranno durante l’inverno
nell’emisfero nord e durante l’estate nell’emisfero sud. Ogni anno,
quindi, i singoli prodotti vengono valutati prima dell’autorizzazione
all’uso, per dimostrarne l’immunogenicità. Esistono infatti dei criteri
sierologici considerati indicativi di protezione che devono essere
soddisfatti per autorizzare la formulazione del vaccino stagionale (6).
In Italia, come negli altri Paesi europei, la
vaccinazione antinfluenzale è raccomandata per le persone di età pari o
superiore ai 65 anni, per le persone di tutte le età con patologie
croniche, e per determinate categorie professionali (7). Infatti,
l’obiettivo della strategia vaccinale non è prevenire l’influenza nella
popolazione generale, bensì di ridurre il rischio di complicanze e
decessi, più frequenti in determinate categorie, in particolare negli
anziani. I soggetti di età pari o superiore ai 65 anni risultano infatti
essere la categoria più a rischio di avere complicanze gravi o morire
per influenza. Da una recente analisi sull’eccesso di mortalità
attribuibile all’influenza in Italia, condotta dal 1970 al 2001, è
infatti emerso che ogni anno si verificano in media 8000 decessi in
eccesso per tutte le cause, di cui circa 1000 per polmonite e influenza.
L’84% di questi (pari rispettivamente a 6700 e 900 decessi in media per
anno) riguarda gli ultrasessantaquattrenni (dati Cnesps, Iss).
La recente revisione sistematica pubblicata da
Jefferson (8) considera i risultati di 64 studi epidemiologici
pubblicati in letteratura e riferiti alla vaccinazione degli anziani (>
65 anni). Si tratta di trial clinici randomizzati (Rct), studi di coorte
e caso-controllo che hanno valutato l’efficacia della vaccinazione
antinfluenzale nella prevenzione di diversi esiti, tra cui ricoveri e
mortalità, nonché gli effetti collaterali attribuibili alla
vaccinazione.
La meta-analisi dei Rct mostra che, in presenza di
un’elevata circolazione virale, l’efficacia del vaccino nel prevenire le
Ili è del 43% (range 21-58%) e aumenta al 58% (range 34-73%) se si
considera la prevenzione dell’influenza confermata in laboratorio.
I dati di efficacia nel prevenire gli esiti più
gravi derivano invece dagli studi di coorte, con un’efficacia del 26% (range:
12-38%) nel prevenire i ricoveri per influenza e polmonite e del 42% (range:
24-55%) nel ridurre la mortalità per tutte le cause, in caso di buona
corrispondenza tra composizione del vaccino e ceppi virali circolanti.
Se si considerano gli anziani istituzionalizzati,
le stime di efficacia aumentano al 45% (range 16-64%) per prevenire i
ricoveri per influenza e polmonite, al 42% (range 17-59%) per i decessi
dovuti a influenza e polmonite e al 60% (23-79%) per i decessi da tutte
le cause. L’efficacia della vaccinazione nel prevenire i ricoveri e i
decessi è confermata anche dalla meta-analisi degli studi di tipo
caso-controllo.
Per quanto riguarda la sicurezza del vaccino, sono
stati considerati gli studi che analizzavano non solo gli eventi comuni
a breve distanza dalla vaccinazione, ma anche eventi più rari, come la
sindrome di Guillan-Barré (Gbs). Per quest’ultima, la meta-analisi
evidenzia come dal
Per questo, gli autori concludono che il profilo di
sicurezza del vaccino è accettabile. Sgombrato quindi il campo da dubbi
sui possibili effetti collaterali della vaccinazione, restano aperte le
considerazioni sull’efficacia. Gli autori riportano infatti che, sebbene
la vaccinazione sia una possibile misura di controllo dell’influenza, la
sua efficacia sul campo è modesta.
Al contrario, un’efficacia stimata del 42% nel
ridurre la mortalità per tutte le cause negli anziani non sembra affatto
trascurabile. Se consideriamo infatti che ogni anno l’eccesso di
mortalità attribuibile all’influenza in questa fascia di età è di circa
6700 decessi, è chiaro che prevenirne 2700 rappresenta un grande
successo di sanità pubblica.
Inoltre, è possibile che questi dati di efficacia
di campo rappresentino una sottostima, visto che, secondo quanto
riportato dalla stessa revisione sistematica, è possibile che proprio le
persone più fragili, come chi è molto anziano o chi associa all’età
avanzata patologie multiple di base, non ricevano la vaccinazione.
Infine, le stime di efficacia sui ricoveri e i decessi soffrono di una
“diluizione dell’effetto”, visto che sono basate su esiti clinici, non
confermati in laboratorio. Tra questi casi sono quindi inclusi pazienti
con malattie diverse dall’influenza, che non possono essere prevenute
con la vaccinazione.
Al di là dell’importanza di produrre ulteriori
evidenze scientifiche e valutare in modo sempre più appropriato
l’efficacia di campo del vaccino antinfluenzale, emerge quindi
chiaramente la validità della corrente strategia di vaccinazione contro
l’influenza.
Bibliografia