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Le meningiti e il nuovo Piano nazionale vaccini

Vittorio Demicheli, Servizio Sovrazonale di Epidemiologia, Asl 20 Alessandria

 

Le decisioni di politica vaccinale, nei Paesi ricchi, richiedono attenta valutazione perché il costo dei vaccini è sempre più elevato (per la ricerca e lo sviluppo dei prodotti e per l’organizzazione vaccinale) mentre le ricadute sono limitate (perché i vaccini combattono malattie sempre meno importanti dal punto di vista epidemiologico). Molti nuovi vaccini sono stati sviluppati per risolvere problemi importanti in un luogo (come le meningiti negli Usa) e vengono poi “spinti” su mercati dove il problema non esiste (o è molto limitato) ma esiste la ricchezza sufficiente per vendere il vaccino (le meningiti in Europa). In questa situazione molti Paesi sviluppati hanno messo a punto metodi anche molto elaborati per stabilire le priorità vaccinali, decidere in modo esplicito quali nuovi vaccini raccomandare per l’uso di popolazione e concentrare così le risorse finanziarie e organizzative sugli interventi di maggiore impatto.

 

Il nuovo Piano nazionale vaccini avrebbe potuto essere l’occasione per adottare, anche in Italia, un approccio decisionale esplicito e condiviso e porre fine all’“assalto alla diligenza” che si verifica ogni volta che un nuovo vaccino compare sul mercato europeo. L’assenza di chiare indicazioni sulle priorità ha prodotto, nel nostro Paese, una situazione paradossale in cui vaccini attivamente offerti (morbillo-parotite-rosolia) stentano a raggiungere le coperture necessarie, mentre crescono le spinte verso obiettivi ancora più difficili (come la vaccinazione universale contro la varicella) o le richieste di vaccini poco utili nel nostro contesto nazionale (come quelli contro le meningiti).

 

La vicenda delle vaccinazioni contro le meningiti, purtroppo, sta a dimostrare come questa occasione sia andata perduta. In pratica: di fronte allo stesso numero di casi (e di morti), alcune Regioni hanno già deciso di vaccinare tutti i bambini e altre di non fare nulla. Alla base di queste scelte vi sono criteri di valutazione molto diversi tra loro, ma tutti validi se si accetta l’inesistenza di un criterio decisionale condiviso. Sarà però difficile spiegare alla popolazione il perché delle differenze e sarà ancor più difficile resistere alle pressioni commerciali. Io credo che ci sia urgente bisogno di riprendere le fila di questa discussione sulle priorità e di estenderla a tutto l’ambito della prevenzione. In campo vaccinale non può essere adottato il principio che ogni nuovo vaccino, siccome è efficace (cioè è capace di evitare qualche caso, qualche morto, qualche complicazione), vada immediatamente introdotto all’uso di popolazione.

Un simile approccio porterebbe rapidamente al collasso dei servizi e al disorientamento della popolazione, senza contare i danni che si possono provocare introducendo un vaccino che richiede alti livelli di copertura che poi non si riescono a raggiungere. Le risorse sono limitate: non parlo dei soldi, parlo delle risorse organizzative, della capacità di comunicazione, della buona volontà, dell’entusiasmo.

 

L’esigenza di concentrare gli sforzi su pochi interventi prioritari deriva proprio dalla constatazione che, ormai, il principale ostacolo alla prevenzione vaccinale non è rappresentato dalla disponibilità di vaccini efficaci, ma dalla insufficiente adesione della popolazione alle campagne. I dati della campagna di eliminazione del morbillo fanno già vedere che non è così facile vaccinare tutti. Anche la vaccinazione antinfluenzale, che viene sostenuta da un sistema promozionale potentissimo (alcune Regioni spendono solo per gli incentivi oltre 20 volte il costo del vaccino: i mezzi di informazione cominciano a spingere già a fine agosto) mostra come, dopo un balzo iniziale, le coperture languono. La verità è che la nostra capacità di raggiungere coperture vaccinali elevate è ancora insufficiente e non omogenea e che per potenziarla non esistono scorciatoie: bisogna far crescere la qualità complessiva della rete dei servizi vaccinali, e per farla crescere occorre concentrare gli sforzi.

 

Ma la scarsità delle risorse non è l’unica ragione per indurci a stabilire priorità. Proviamo a riflettere su un qualsiasi criterio di orientamento decisionale: la mortalità, per esempio. Sembrerebbe, dai ragionamenti che hanno fondato la decisione di vaccinare contro le meningiti in alcune Regioni e anche da alcuni interventi in questo dibattito, che la possibilità di evitare anche un numero limitato di morti in età giovanile costituisca un elemento convincente in grado giustificare qualsiasi intervento vaccinale, (quasi) indipendentemente dai suoi costi. L’idea è: siccome siamo abbastanza ricchi, possiamo permetterci di spendere anche molto per evitare la morte di un bambino. Giusto, però proviamo a estendere questo ragionamento a tutto l’ambito delle morti pediatriche, non solo a quelle prevenibili da vaccino. Nel nostro Paese la mortalità giovanile per incidente stradale è circa trenta volte quella della meningite. Non tutte queste morti sono evitabili ma esistono interventi di provata efficacia (seggiolini, caschi, cinture ecc) che possono evitarne una quota certamente superiore a quella prevenibile con i vaccini antimeningite. Un altro esempio: i morti per annegamento. Nella fascia di età 0-14 sono pochi, ma sono comunque superiori ai morti per meningite. Anche queste morti possono essere evitate con interventi di dimostrata efficacia e con costi probabilmente inferiori a quelli del vaccino antimeningite. Non mi risulta che alcuni gruppi professionali, così attenti a evitare le meningiti, siano altrettanto preoccupati di come viaggiano in auto o in bicicletta i loro piccoli pazienti.

 

Allo stesso modo non mi pare che nelle Regioni, dove si offre gratis il vaccino contro la meningite, ci siano offerte gratuite di corsi di nuoto o potenti campagne per la sicurezza in acqua. Analoghe contraddizioni probabilmente emergerebbero se provassimo a fare i conti utilizzando altri criteri di orientamento, come il carico sociale o la disabilità provocata dalle malattie prevenibili. In altre parole: non è vero che stiamo già evitando tutte le morti evitabili e mancano solo quelle da meningite. Non è nemmeno vero che possiamo permetterci di implementare tutti gli interventi efficaci per evitare tutte le morti evitabili. Se non prendiamo delle decisioni esplicite e meditate finiamo solo per commettere delle ingiustizie. Io non ho preferenze per un criterio decisionale o per l’altro, e non è assolutamente mia intenzione polemizzare con chi ha già preso decisioni vaccinali autonome. Voglio solo sottolineare che il nodo delle priorità - tra i vaccini e tra gli interventi di prevenzione - è sempre lì, irrisolto. Se non lo sciogliamo dovremo fare i conti, soprattutto e prima di tutto, con le nostre coscienze.

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Ultimo aggiornamento martedi 1 aprile 2014
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