Luigi Macchi, Anna Pavan, Maria Gramegna, Direzione generale sanità, Regione Lombardia
La disponibilità di dati epidemiologici completi e di qualità costituisce il
presupposto per l’individuazione di strategie vaccinali adeguate: in questo
senso la Regione Lombardia, consapevole della estrema urgenza di dare
risposte qualificate alle comprensibili preoccupazioni circa le meningiti
batteriche, ha costituito un apposito gruppo di lavoro e avviato un’indagine
sui dati dell’ultimo quinquennio. In particolare, incrociando i dati del
sistema di sorveglianza speciale, forniti dall’Iss, con quelli di notifica,
ha richiesto alle Asl ulteriori dati su tutti i casi riscontrati: i
risultati saranno oggetto di un prossimo report, ma, nella sostanza, viene
confermato il contenuto livello di incidenza già segnalato da altri
colleghi.
A questo proposito pare unanime la convinzione che non sia giustificabile
l’adozione di una strategia di massa, anche, aggiungiamo, sulla base di
altre considerazioni: non sono ancora del tutto chiari i possibili effetti
collaterali dei preparati vaccinali, la loro compatibilità con le altre
somministrazioni, l’impatto sui gruppi o ceppi non suscettibili di
vaccinazione (i dati disponibili sono ancora preliminari e riguardano
comunque realtà epidemiologiche molto diverse dalla nostra).
Tuttavia ci pare che la questione posta – implementare o meno la
vaccinazione di massa – sia, allo stato attuale e nel nostro Paese,
assolutamente teorica e priva della necessaria aderenza alla realtà che ogni
strategia deve saper contemplare.
Vi è infatti da chiedersi: l’avvio di una offerta attiva e gratuita dei due
vaccini potrà essere realizzata, in tempi brevi, relativamente alle fasce di
età a rischio, ossia i minorenni per il meningococco e i bambini di età
inferiore ai 5 anni per pneumococco? È realistico prevedere che si possa
raggiungere il fatidico 90% di adesione a un vaccino che non è obbligatorio,
va somministrato separatamente dagli altri e, sotto l’anno di vita, in tre
dosi, rispetto a cui molti pediatri sono “tiepidi”? Crediamo che
l’esperienza - durante la supposta epidemia del magentino l’adesione al
vaccino fu del 45%- debba indurci a considerare uno scenario ben diverso,
nel quale, a un’offerta pure gratuita, corrisponda un’adesione contenuta,
disomogenea nel tempo e nello spazio: è evidente infatti che la richiesta
sarà elevata nelle ASL e nei periodi ove si verificano i casi e bassa nelle
situazioni opposte.
La domanda da farsi non è “Ci sono le condizioni epidemiologiche che
impongono di introdurre il/i vaccino/i?”, ma “Che conseguenze può avere,
sulla collettività, la vaccinazione al di sotto del valore-soglia?”.
In primo luogo deve essere chiarito che, con i livelli di incidenza attuali,
ben poco cambierà in termini di casi evitati: e questo deve essere spiegato
e ribadito, onde non confermare l’illusoria convinzione - che è la
motivazione principale addotta per l’introduzione dei nuovi preparati – che
le meningiti saranno così debellate.
Ancora, i dati sul “rimpiazzamento” di ceppi di pneumococco non suscettibili
di vaccinazione sono parziali e quelli sul comportamento del meningococco di
gruppo B riguardano situazioni con coperture elevate, dunque difficile
delineare possibili conseguenze del profilo epidemiologico delle malattie,
anche con possibili mutuamenti difficilmente gestibili.
Inoltre, quando si parla di una frequenza assoluta così contenuta, sono
sufficienti uno o due anni per verificare una tendenza e su di essa fondare
una strategia vaccinale?
Né sono convincenti strategie indirizzate al contenimento che, potremmo dire
surrettiziamente, estendono le categorie a rischio ai frequentanti le
comunità infantili (nella Regione Lombardia il 30% frequenta l’asilo nido e
il 90% la scuola materna): anche in questo caso la letteratura presenta
studi contrastanti rispetto al maggior rischio di essere portatori degli
agenti patogeni coinvolti, né del tutto chiarito è il rapporto tra stato di
portatore e rischio di malattia.
Un aspetto forse non sufficientemente discusso, ma che a nostro parere
chiede un confronto è quello degli interventi di controllo all’insorgenza di
cluster di meningiti di gruppo C, tenuto conto che, al configurarsi di
particolari condizioni epidemiologiche, la vaccinazione antimeningococco di
gruppo C può inserirsi come strumento di aiuto per la chemioprofilassi ai
contatti stretti, che rimane comunque l’intervento prioritario da attivare
con tempestività.
Nell’ambito della stesura delle linee guida per gli operatori delle Asl
lombarde si è ravvisata la necessità di dettagliare meglio le “particolari
condizioni epidemiologiche”, considerate le caratteristiche della nostra
Regione, con presenza di agglomerati urbani ad alta e media densità
abitativa che ostacolano l’individuazione di confini entro i quali
considerare “ragionevole” il collegamento epidemiologico tra più casi.
Abbiamo ipotizzato questa indicazione, sulla quale vorremmo stimolare un
confronto: “Il presentarsi di due o più casi di meningite/sepsi sostenuta da
Neisseria meningitidis sierogruppo C, in un breve arco temporale
(indicativamente da uno a due mesi), nell’ambito di una collettività o di un
gruppo di popolazione epidemiologicamente identificabile o che insiste su di
un’area topograficamente limitata, può essere fortemente indicativa
dell’insorgenza di un cluster”.
L’opinione pubblica e i politici chiedono risposte immediate e risolutive:
l’esperienza del vaccino antimorbilloso ci insegna che responsabilità di chi
elabora strategie è invece evitare interventi che, pur rassicuranti nel
breve periodo, implicano ricadute nulle o addirittura negative in tempi
successivi, utilizzando con costanza e coerenza i dati di EBM/EBP, che
invece, inspiegabilmente, non sempre vengono richiamati a supporto di scelte
e strategie.