Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

rischio pandemia

Vaccinazione e pandemia

Vittorio Demicheli - Cochrane Collaboration Vaccines Field

 

Le decisioni che riguardano la salute della popolazione, vaccinazioni comprese, comportano gravi responsabilità e non possono certo essere basate su ipotesi, opinioni o pressioni interessate. I provvedimenti annunciati nel nostro Paese per preparare la lotta a un’eventuale pandemia influenzale meritavano, forse, maggior riflessione e qualche approfondimento. Ha prevalso invece un atteggiamento “riduzionista” per cui a un problema complesso (un’eventuale pandemia) è stata contrapposta una soluzione semplice (la prenotazione del vaccino e l’acquisto di antivirali) e, di fronte ad una sfida mondiale, si è preferito cercare una risposta casalinga.

 

Il vaccino antinfluenzale d’uso corrente contiene tre distinti antigeni combinati in un unico vaccino. In caso di pandemia imminente, una volta identificato il virus implicato, si dovrà produrre un vaccino monovalente (contenente solo l’antigene virale pandemico). La potenzialità produttiva massima sarà, quindi, pari al triplo di quella corrente (perché si sospenderebbe la produzione ordinaria e le tre linee produrrebbero lo stesso antigene pandemico). Le industrie (che ormai hanno il monopolio produttivo in questo settore) hanno fatto questa proposta, autodefinita come “etica”: in caso di pandemia il vaccino sarà distribuito tra i vari Paesi in modo proporzionale alle quantità consumate ogni anno. In altri termini: chi vuole avere il vaccino in quantità sufficienti per tutta la popolazione deve impegnarsi subito a consumare, ogni anno e per sempre, almeno un terzo di questa quantità. Questa è la proposta cui il nostro Paese ha aderito inserendo, già nella circolare relativa alla campagna vaccinale 2005, l’obiettivo di vaccinare almeno il 33% della popolazione.

 

Lasciamo perdere la discutibilità di un provvedimento che pretende di cambiare politica vaccinale in corso d’opera (chi conosce la vaccinazione antinfluenzale sa bene che, a questo punto dell’anno, la quantità di vaccino non è più modificabile) e speriamo anche che non sia stato troppo acuto l’effetto di disorientamento prodottosi nel pubblico.

 

Ragioniamo piuttosto di vaccinazione: il vaccino, in caso di pandemia, costituirebbe probabilmente il migliore tra i mezzi protettivi a nostra disposizione. Il piano di preparazione per fronteggiare un’eventuale pandemia ha bisogno di almeno due elementi basilari:

  • una quantità di vaccino sufficiente per tutta la popolazione

  • una organizzazione vaccinale in grado di somministrare rapidamente il vaccino

È quindi più che ragionevole porsi il problema di come garantirci la quantità necessaria a proteggere tutta la popolazione italiana. Il problema è la strada scelta per raggiungere l’obiettivo.

 

Le revisioni sistematiche prodotte dal Cochrane Collaboration Vaccines Field negli ultimi cinque anni dimostrano, in modo inequivocabile, che l’impatto della vaccinazione antinfluenzale universale con il vaccino inattivato è piuttosto modesto, sia sulla sindrome influenzale che sulle complicazioni dell’influenza:

  • nei bambini: 28% contro la sindrome influenzale, nessuna evidenza rispetto a complicazioni, ricoveri e mortalità
  • negli adulti: 25% contro la sindrome influenzale, nessuna evidenza rispetto a complicazioni, ricoveri e mortalità
  • negli anziani: nessun effetto contro la sindrome influenzale, 27% contro i ricoveri per polmonite, 47% nei confronti della mortalità generale

Come mai un vaccino teoricamente efficace (l’efficacia contro i casi di influenza con conferma virale è attorno al 70%) non ottenga un buon risultato preventivo può essere dovuto a molte cause: può essere colpa del vaccino (non abbastanza efficiente), dei pazienti (non abbastanza rispondenti), della campagna vaccinale (non abbastanza mirata), di altri fattori.

 

Dobbiamo, onestamente, ammettere che non ne sappiamo abbastanza per trarre conclusioni certe e che abbiamo bisogno che la ricerca prosegua in tutte le direzioni: verso lo sviluppo di vaccini migliori così come verso il potenziamento dell’organizzazione vaccinale. Decidere, sic stantibus rebus, di vaccinare un terzo della popolazione italiana con il vaccino antinfluenzale attuale è una scelta discutibile: il guadagno di salute sarà, certamente, modesto mentre il ritorno economico dell’investimento rischia di non corrispondere all’interesse nazionale. Una quota importante dell’investimento servirà a potenziare gli impianti delle aziende produttrici e, probabilmente, a questo non esiste alternativa perché non credo che l’entità delle risorse in gioco sia sufficiente per far nascere nuove imprese con una presenza pubblica più incisiva. Una quota significativa servirà, però, a finanziare la ricerca di nuovi vaccini e questo, invece, credo sia profondamente sbagliato.

 

La disponibilità e la qualità del futuro vaccino pandemico assume un significato strategico per qualsiasi nazione e può diventare determinante per il futuro stesso del pianeta. Affidare alle aziende produttrici di vaccino il compito di stabilire l’agenda della ricerca strategica in questo campo mi pare azzardato. Soprattutto perché abbiamo bisogno che la ricerca sia orientata verso obiettivi davvero etici e non guidata dalla logica del profitto. In questo campo esistono profonde diseguaglianze (le risorse sono tutte concentrate nella parte ricca del mondo, mentre il rischio è quasi tutto concentrato nella restante parte povera) e non si può certo sperare che siano le regole del mercato a mitigarne le conseguenze. E poi, negli ultimi anni in Europa, le aziende hanno continuato a proporre vaccini utili principalmente al loro profitto: che garanzie abbiamo che non facciano altrettanto anche con il vaccino antinfluenzale e con quello pandemico?

Qualche mese fa, proprio su EpiCentro, discutemmo del nuovo piano nazionale vaccini. Parlai, allora, di un’occasione perduta per stabilire strategie e affermare priorità di salute. Oggi, credo, cominciamo a constatare le prime conseguenze di quella rinuncia.


 

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