Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

screening e comunicazione

La comunicazione negli screening oncologici

Marco Petrella – coordinatore del Gruppo di lavoro inter-screening sulla comunicazione

 

Dopo anni di partecipazione al dibattito sulla e alle attività di comunicazione negli screening, nella posizione privilegiata di coordinatore di gruppi di lavoro e di organizzatore di seminari, e avendo usufruito del contributo di decine di operatori (italiani e non), il meglio che posso fare ora è provare a delineare un quadro sintetico della situazione.

 

La comunicazione negli screening ha tre grandi priorità:

  • ottenere la massima adesione a una pratica efficace, per massimizzare l'impatto sulla salute e ottimizzare l'impiego delle risorse
  • non promettere ciò che lo screening non può dare, perché l'adesione sia consapevole dei limiti, delle incertezze e degli effetti indesiderati
  • accogliere e ascoltare gli utenti, per comprendere meglio le loro esigenze e rispondere ai loro dubbi e alle loro paure.

Quale sviluppo hanno subito queste tematiche negli ultimi anni? Quali criticità dobbiamo oggi affrontare?

 

Ottenere la massima adesione

Innanzitutto va ricordato che le campagne di informazione relative agli screening oncologici hanno affrontato la questione del parlare di cancro a milioni di persone, provando a non scatenare fobie né speranze miracolistiche. Quel che è certo è che l'invito attivo, sistematico e controllato della popolazione bersaglio assicura adesioni molto maggiori di qualsiasi accesso spontaneo e riduce le differenze di accessibilità per fattori socioeconomici.

 

Da parte sua, l'adesione ha dimostrato di crescere col tempo se il programma funziona bene, spesso con grande variabilità anche per microaree geografiche, forse legata a un complesso meccanismo di affidabilità e visibilità delle strutture sanitarie presso cui si svolge lo screening. Inoltre presenta dei tetti, diversi per area e per screening, oltre i quali gli sforzi comunicativi non sembrano in grado di portarla. Il problema più importante, comunque, è un altro: ogni forma standard di campagna informativa e di strumenti di invito non può che includere una fetta di popolazione (si spera la più ampia possibile) ed escludere altre porzioni, verso le quali il messaggio risulta meno comprensibile o meno appetibile.

 

Quanto si può differenziare e adattare la strategia comunicativa? Cosa altro dobbiamo capire sui motivi della non adesione? Quanta quota di insuccesso va accettata, rispettando esigenze, credenze e valori incompatibili con la filosofia dello screening?

 

Non promettere ciò che non si può dare

La sfida del comunicare i limiti, le incertezze e gli svantaggi si è rivelata molto complessa e, al tempo stesso, stimolante. Innanzitutto non sembra essere in conflitto con il perseguimento della adesione, almeno non quanto si potrebbe pensare. È comunque una necessità, data la crescita delle competenze critiche dei cittadini. Il problema è come e quando affrontare temi tanto complessi, come sensibilità e specificità, sovradiagnosi e cancri intervallo, controlli di qualità e sperimentazione di nuove tecnologie. Alcune informazioni devono essere chiare sin dalla lettera di invito, altre possono essere disponibili a richiesta, altre ancora devono diventare parte di un bagaglio culturale diffuso, attraverso iniziative collaterali alle attività di screening.

 

Mentre per la promozione dell'adesione è fin troppo semplice definire obiettivi e indicatori, in questo caso si pone il problema di come misurare l'efficacia delle scelte comunicative e di come applicare correttamente criteri di qualità della comunicazione, elaborati in contesti disciplinari diversi dalla medicina. Oggi il confine lungo cui viaggia questa sfida è quello incerto che vede da un lato la crescita delle capacità critiche e decisionali dell'utenza, dall'altro l'assunzione di responsabilità degli operatori che, nel bilancio tra costi e benefici, hanno comunque scelto di offrire all'intera popolazione un determinato screening.

Accogliere e ascoltare

Un altro problema è affrontare quelli che alcuni studiosi chiamano “i mille momenti della verità”, generati dalle infinite combinazioni che possono determinarsi nella relazione tra operatore e utente in una specifica fase della prestazione.

 

Quasi tutti i programmi di screening hanno previsto corsi sulla comunicazione, poi si è passati a corsi di comunicazione, meno teorici e in grado di coinvolgere maggiormente gli operatori, promuovendo così un percorso di crescita personale su cui basare una maggiore disponibilità e capacità relazionale. Dal canto loro, gli operatori hanno chiesto spazi e tempi più ampi per vivere la relazione con l'utente, soprattutto durante i primi contatti con il servizio e nelle fasi critiche della diagnosi positiva o dell'avvio del percorso diagnostico-terapeutico. Stress organizzativo e ritmi troppo serrati sono incompatibili a priori con una buona relazione. Sono poi state aperte anche altre strade:

  • indagini qualitative e quantitative sul gradimento e sulla qualità percepita, tramite questionari e focus group
  • laboratori dove far crescere insieme cittadini e operatori in un percorso di familiarizzazione dei linguaggi e di coinvolgimento paritario nella programmazione e nella valutazione delle attività di comunicazione
  • percorsi strutturati di approfondimento delle dinamiche di gruppo tra operatori.

Forse quella dell'ascolto è la priorità su cui è più oneroso e complesso sviluppare un'azione organica e continua, ma è anche un campo ricco di iniziative e contributi diversi.

 

In questi anni l'offerta di screening si è fatta più articolata e dinamica, inserita in un contesto sempre più ricco e a volte confuso di altre offerte di diagnosi precoce. Di conseguenza, anche la sfida comunicativa si è fatta più alta. Tanti operatori sanitari hanno quindi acquisito esperienze e competenze in campo comunicativo e relazionale, ma soprattutto hanno maturato consapevolezza dell'importanza e della complessità del tema.

 

Oltre la biomedicina

Ovviamente forte è stato il coinvolgimento di professionisti estranei al campo biomedico, come psicologi e sociologi, spesso organicamente già inseriti nei servizi sanitari, ma anche professionisti della comunicazione come giornalisti e pubblicitari. Il dibattito e le iniziative hanno spaziato dalla riflessione sui valori che ispirano la comunicazione negli screening, alla ricerca delle prove di efficacia relative alle diverse scelte comunicative.

 

Questa attenzione alla comunicazione si è inserita a pieno titolo in un contesto più ampio di elaborazione teorica e di iniziative che riguardano molti settori della sanità, soprattutto quelli che si occupano di prevenzione e quindi di rapporto con le collettività (pensiamo alla grande attualità del tema della comunicazione del rischio), ma anche quei settori della assistenza dove più drammatico è il rapporto con il paziente (pensiamo allo sviluppo della psico-oncologia). Ciò ha permesso la crescita di linguaggi, criteri e strumenti comuni e ampiamente validati.

 

Restano ancora, però, la necessità e la voglia di interrogarsi e di stimolare il confronto, per capire in quali altri settori della sanità (e in particolare in quali altre iniziative di prevenzione secondaria) andrebbe approfondito il tema della comunicazione dei propri obiettivi, dei propri risultati e dei propri errori. Capire soprattutto se è soltanto un lusso quest'attenzione alla comunicazione, dal momento che bisogna difendere le risorse e gli spazi degli screening sulla linea dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e quali altre sfide comunicative attendono gli screening.


 

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