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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

screening e comunicazione

La comunicazione negli screening, un lusso irrinunciabile

Gianni Saguatti – Ausl Bologna

 

Vorrei partire dal quesito che Marco Petrella si pone al termine delle riflessioni esposte nel suo intervento “La comunicazione negli screening oncologici”: porre attenzione al tema della comunicazione negli screening è forse un lusso, qualcosa che non potremmo permetterci, ormai quasi costretti come siamo alla trincea dei Livelli essenziali di assistenza?

 

Mi piace riconoscere un concetto che esce da questo ambito ristretto degli screening per estendersi ad altri aspetti dell'azione sanitaria (e non solo). La risposta al quesito posto, in sé e per sé, mi sembra unica: certo che si tratta di un lusso. Un lusso però irrinunciabile, obbligatorio: come è obbligatorio considerare in modo responsabile la sostenibilità di una azione, le sue risorse, il suo ambito di possibilità, così è obbligatorio anche rilanciare, non farsi chiudere nell'angolo dalla contingenza (vera o artificiosa che sia). Allargare lo sguardo, se non abbiamola possibilità di allungare la vista. Se la comunicazione ha regole etiche che ne sono fondamento e struttura, si avvantaggia pur sempre della possibilità di utilizzare la fantasia come strumento primario, con le infinite possibilità che questa dischiude.

 

Porsi come obiettivo la massima adesione possibile significa inevitabilmente riconoscere ancora una volta che quella che definiamo popolazione è, nel senso finalmente pieno della biometria, un insieme di individui. E che l'aggregazione di questi individui (l'indirizzo alla cui porta bussiamo) ha oggi modalità e origini che non sono più quelle di appena dieci anni fa. È indispensabile, come giustamente sostiene Petrella, riconsiderare costantemente quanto andiamo dicendo, distinguendo forse tra diverse necessità di comprensione (e dunque tra contenuti che di volta in volta variano) e tra diversi tempi di comunicazione.

 

La proposta di screening alle popolazioni “nuove” recupera necessità fondamentali, ad altri non più necessarie: fare intendere, sensibilizzare, vincere il timore. Concetti che appartengono alla fase pionieristica degli screening, comunque al tempo in cui entrava nel panorama sanitario la proposta nuova, inaspettata per i più, di una nuova pratica di diagnosi precoce. Un tempo che risulterebbe come tale largamente superato, non fosse appunto per le già riferite caratteristiche di rinnovamento delle nostre popolazioni.

 

È un lusso, evidentemente, investire risorse nella comunicazione alle donne immigrate, trattandosi di percentuali di popolazione ancora minime, di individui richiamati ad altre priorità. Ma come non considerarne l'utilità per gruppi inevitabilmente destinati a crescere numericamente, e con i quali ogni possibilità di interazione diviene irrinunciabile per uno sviluppo sociale omogeneo e complessivo? Del resto, piaceva a tutti la definizione di screening come laboratorio di buone pratiche…

 

Certo, adottare strategie comunicative differenziate implica un investimento di risorse e un costo di fatica che fa apparire insufficienti i risultati ottenibili nel breve periodo. È dunque necessario recuperare risorse diverse e condividere lo sforzo, aprirsi a un sociale nel quale pullulano le iniziative per gli immigrati, scegliendo come nostro compagno di strada chi per competenza specifica, serietà di metodo e conoscenza degli strumenti può effettivamente affiancare l'istituzione sanitaria.

 

Nella piccola esperienza bolognese collocata all'interno del progetto europeo New Roots for Healthy Grow, rivolta appunto alle donne immigrate e a migliorare la loro partecipazione allo screening mammografico, fondamentale è stata la collaborazione con l'Associazione delle mediatrici culturali, inserite nello staff e presenti a presidiare ogni passaggio del progetto. Figure di preziosissimo riferimento sia per gli operatori che per le utenti, utili agli uni per raggiungere gruppi diversamente difficili, per stabilire modalità efficaci per quanto informali di contatto, e alle altre per stimolare attenzione e per innescare l'indispensabile rapporto fiduciario.

 

Non va promesso ciò che lo screening non può dare, ricorda Petrella: comunicare i limiti, dunque. È per gli addetti ai lavori l'acquisizione scolastica più recente, ma per quanto tale già non basta, già se ne avverte la parzialità. Siamo, è vero, alla ricerca di modi utili per comunicare termini e concetti sanitari ostici ai più. E allora ecco la sovradiagnosi, i cancri d'intervallo, la sensibilità e la specificità… Ma sono solo questi i limiti di uno screening? O non esistono forse altre informazioni che potrebbero risultare anche più interessanti all'utenza e che difficilmente ci preoccupiamo di trasmettere? Quanti specificano, e la banalità valga per esemplarità, che alla sede di test non è presente un medico (specificando almeno al primo invito, al primo impatto con l'ambiente screening, i motivi di una modalità che se non illustrata può risultarne penalizzata)? E quando mai abbiamo esplicitamente ammesso che l'intervallo di screening è fortemente determinato dalla sua sostenibilità economica? Perché spesso rinunciamo a comunicare su temi che, come questi, nella loro linearità sono tra i più frequentemente proposti? Perché li concediamo ai professionisti della detrazione degli screening?

 

Ascoltare e accogliere sono azioni connaturate alla biologia stessa dello screening. La casa dello screening accoglie costantemente: gli sportelli di check in e check out sono sempre impegnati. Accogliamo ex novo chi giunge alla soglia dell'età di ingresso allo screening, e accogliamo ex novo chi ex novo arriva anche in Italia. Nessuno di questi è tenuto a conoscere quanto abbiamo comunicato a chi li ha preceduti. Reiteriamo l'illustrazione, ribadiamo l'informazione. Ma, soprattutto, riusciamo a trovare finalmente il modo di porci in una reale posizione di ascolto? Come dare reciprocità, compatibilità, al flusso comunicativo? Ci risulta ovviamente più agevole concentrare l'attenzione su contenuti e strumenti della comunicazione che portiamo, molto più difficile captare quanto invece ci ritorna. Il rischio dell'autoreferenzialità è evidente.

 

Probabilmente la modalità più efficace da adottare in questo senso poggia sugli operatori: non si tratta forse di allestire campagne, di utilizzare competenze tecniche particolarmente sofisticate, quanto di allenare coloro che con l'utenza hanno contatto diretto a un'azione di ascolto e di scambio che, unica, può dare una connotazione bidirezionale al nostro sforzo comunicativo.

La Regione Emilia Romagna organizza da tempo corsi di comunicazione negli screening per i propri operatori (tecnici di radiologia, medici, ostetriche, personale infermieristico) e già diverse centinaia vi hanno partecipato: se un elemento può essere enucleato, è forse proprio l'educazione alla capacità di ascolto, l'affinamento della sensibilità alle istanze dell'utenza, comunque siano espresse. Può essere che occuparsi di comunicazione negli screening oncologici sia un lusso. Più probabilmente, è un investimento.


 

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