Raffaele Arigliani - pediatra di famiglia e docente di Counselling in pediatria, II Università di Medicina, Napoli
Parlare di counselling vaccinale, così come d'altronde di counselling in qualsiasi ambito della medicina, dall’asma all’ipertensione, ha poco senso se non si focalizza il significato complessivo del modello di interazione tra medico e paziente cui puntiamo, nella consapevolezza di come sia indispensabile l’evoluzione da una cultura medica tradizionalmente disease-centered a una person-centered.
Il tradizionale modello biomedico (disease centered) identifica la malattia rispetto a precisi parametri biologici, classificabili con segni e sintomi e analizzabili secondo i rigorosi canoni della Evidence based medicine (Ebm). Gli enormi progressi delle conoscenze in medicina degli ultimi trent’anni hanno decretato il successo indiscutibile del modello biomedico che, scomponendo la malattia in elementi biologici sempre più piccoli, riesce ad accrescere la capacità di predditività e di cura. La verificabilità dell’efficacia degli interventi, grazie al riscontro strumentale e anatomo-patologico, la possibilità di sperimentare con trial randomizzati controllati e con altre strategie metodologiche rigorose le ipotesi formulate, la possibilità di confronto e diffusione oramai planetaria di ciascuna conoscenza, sono i punti di forza di questo modello[i].
Le informazioni che chiediamo (anamnesi) o che diamo (se impostiamo l’iter diagnostico-terapeutico o se trattiamo un argomento di educazione sanitaria come le vaccinazioni) sono centrate sulla patologia, dirette dal medico secondo i suoi schemi di riferimento per cercare di cogliere ciò che serve per la diagnosi o per far capire i rischi e i benefici “scientificamente probabili” connessi a una certa azione (dal vaccinare all’uso dell’antibiotico ecc).
Quando si registra con video-riprese una normale giornata ambulatoriale di un medico o di un pediatra, si osserva che generalmente poco tempo e spazio viene utilizzato per esplorare la dimensione “soggettiva”, dei genitori e del bambino, per “quella” malattia (da curare o da prevenire). Le informazioni che il genitore (e ancor più il piccolo!) tenta di dare riguardo i propri sentimenti, paure, emozioni, vengono raramente valorizzate e utilizzate, in un dialogo in cui il medico, nello sforzo di voler esprimere le motivazioni scientifiche dei consigli che impartisce, diviene quello che il pediatra Michele Gangemi[ii] ironicamente definisce “lo spiegone”.
Il problema è che se il genitore è “emozionalmente allagato”, perché per esempio a quella patologia o a quella vaccinazione collega paure o timori che spesso non ha neppure il coraggio di esprimere, il nostro intervento sul piano “cognitivo” lascerà poca traccia: sarà come acqua su una superficie impermeabile. Avremo parlato a vuoto[iii].
Le accuse di disumanizzazione della sanità e le frequenti denunce di “malasanità”[iv], l’approdo a medicine alternative che utilizzano farmaci di scarsa efficacia (e in cui spesso si nega, senza prove scientifiche, l’efficacia della vaccinazioni) ma in cui il rapporto medico-paziente è molto curato e diviene fonte di efficacia terapeutica[v], hanno le radici proprio nel più o meno consapevole desiderio del paziente che la sua malattia non sia guardata dall’esperto come entità astratta (disease) ma venga letta come “la malattia per me” (illness)[vi]. Concepire la malattia non più come disease ma come illness, realizzando una medicina person centered senza con ciò negare le conquiste e il metodo dell’Ebm, fa la differenza tra il modello biomedico e il modello bio-psico-sociale[vii].
Il medico oggi avverte la necessità di recuperare la centralità del proprio intervento non sulla patologia ma sul paziente, ma solo raramente ha ricevuto una formazione sistematica su quelle abilità di counselling che aiuterebbero, al di là della maggiore o minore predisposizione individuale, a sviluppare una relazione più efficace con il paziente.
Ciò è quanto emerge in una nostra indagine tramite questionario condotta nel 2002 a Roma, dove oltre il 60% del disagio professionale percepito dai pediatri di famiglia era determinato da problemi di relazione con l’utenza[viii]. Anche gli oltre 1500 medici di medicina generale che hanno finora frequentato i nostri corsi di formazione al counselling nelle diverse città d’Italia[ix] e gli specializzandi di pediatria che incontro nella mia attività di docente di Counselling in pediatria a Napoli mi confermano quotidianamente la convinzione che questa esigenza sia inderogabile e urgente per la pediatria e la medicina in Italia.
[i] Liberati G. Medicina delle prove di efficacia e informazione agli utenti. Il Pensiero Scientifico Editore 1997
[ii] Gangemi M. Congresso SIP Lazio, Ostia 2005
[iii] Arigliani R. et al, Il counselling in medicina generale: la ricerca di un rapporto empatico, RMP, maggio 2005: 19-28
[iv] Forster H.P., et al, (2002), Reducing legal risk by practicing Patient-Centered Medicine, Arch Intern Med, vol. 162, pp. 1217-1219.
[v] Aijing Shang, et Al Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homoeopathy and allopathy The Lancet 2005; 366:726-732
[vi] Moia-Vegni, "La visita medica centrata sul paziente", Raffaello Cortina Editore, 2004
[vii] Bensing J. Brindging the gap. The separate words of evidence-based medicine and patient-centred medicine. Patient Educ Counsel 2000;39:17-25.
[viii] Arigliani R, et al La formazione del Pediatra di famiglia alla relazione , L’Arco di Giano 2004,39, 173-181