Filippo Curtale – Agenzia di sanità pubblica, Regione Lazio
Essendo abituato a discutere sui dati, avrei preferito basare questa discussione anche sui risultati di un’indagine sulla popolazione. Sarebbe molto utile, infatti, condurre uno studio che raccolga le intenzioni dei cittadini in assenza di obblighi vaccinali e la loro propensione a vaccinare comunque i propri figli (anche contro malattie non più presenti in Italia), su un campione rappresentativo delle differenze regionali e di fasce della popolazione con diversi livelli di reddito e di istruzione. Nel frattempo, comunque, il dibattito tra gli addetti ai lavori rimane uno strumento molto importante, anche se forse poco concreto e inadeguato a prevedere le conseguenze (nel bene e nel male) che un’abolizione dell’obbligo adottata prematuramente può comportare.
Condivido molti degli interventi precedenti, in particolare la necessità di individuare e verificare da subito l’esistenza degli indispensabili presupposti, culturali e organizzativi, all’abolizione dell’obbligo (Luisella Grandori, Regione Emilia Romagna).
L’obbligo vaccinale, per la popolazione generale, fu adottato per la prima volta nel 1806, nel principato di Piombino e Lucca, in seguito ai positivi risultati ottenuti dalla vaccinazione di massa degli eserciti contro il vaiolo, alla fine del secolo precedente (B.M. Assael, Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione. Laterza ed., 1995). È quindi comprensibile che dopo due secoli si cominci a parlare di superamento dell’obbligo, anche se tutti concordano sul ruolo che l’obbligo vaccinale ha avuto nell’eradicazione del vaiolo.
Tuttavia questa esigenza non è universale e, mentre alcuni Paesi poveri a bassa alfabetizzazione continuano ad adottare convintamene l’imposizione dell’obbligo, quelli industrializzati ad alto reddito e alti livelli di istruzione ritengono che il passaggio dall’imposizione alla scelta consapevole rappresenti un importante segnale di progresso. I pro e i contro non sono quindi di carattere scientifico e si basano su considerazioni economiche e culturali. Ma, mentre le evidenze scientifiche sono inconfutabili e valide in ogni contesto, le disponibilità economiche, il livello culturale della popolazione, come anche l’efficienza del sistema sanitario pubblico, varia da Paese a Paese. È quindi importante analizzare le condizioni presenti in Italia per capire se e quando il nostro Paese sarà in grado di abolire l’obbligo vaccinale, mantenendo gli stessi obiettivi di salute a cui siamo arrivati grazie a decenni di vaccinazione obbligatoria (Stefania Salmaso, Cnesps - Iss).
In realtà, in Italia è già stato avviato un percorso di progressiva abolizione dell’obbligo con la precisazione da parte del ministero della Pubblica Istruzione che la mancata produzione del certificato vaccinale non può pregiudicare la frequenza scolastica. La proposta dell’abolizione per legge dell’obbligo delle certificazioni sulle avvenute vaccinazioni per l’ammissione a scuola è ormai alla firma del ministro della sanità. Nel documento conclusivo del gruppo di lavoro sulla semplificazione delle procedure, l’abolizione è ritenuta possibile visto che il controllo sulla regolarità della situazione vaccinale dei nuovi iscritti alla classi prime può essere effettuato dalle Asl, in collaborazione con la scuola: “Queste ultime, infatti, grazie al fatto di disporre dell’anagrafe vaccinale, si trovano nella condizione di vigilare sullo stato vaccinale individuale, utilizzando gli elenchi inviati dalle direzioni scolastiche all’inizio dell’anno”.
Queste motivazioni sono un po’ troppo ottimistiche e ben lontane dalla realtà. Il problema delle anagrafi vaccinali nel nostro Paese, che a parte alcune eccezioni sono ancora da realizzare nella maggior parte delle Regioni, è già stato menzionato in questo dibattito. Sarà anche opportuno tener presente che la realizzazione delle anagrafi non dipenderà solo dalle capacità e dall’impegno delle Regioni che ancora non le hanno realizzate, ma anche dagli umori del garante per la protezione dei dati personali che, in assenza di una legge nazionale, non sembra essere pienamente convinto dell’utilità di questo strumento. Questo specifico problema, insieme a limiti organizzativi di altro tipo e alla necessità di garantire servizi vaccinali di qualità (Alberto Tozzi, Ospedale Bambin Gesù), ci fa ritenere che i presupposti organizzativi non siano ancora abbastanza consolidati e diffusi in tutta Italia.
Un’altra importante considerazione riguarda la disponibilità dei dirigenti scolastici a fornire gli elenchi degli iscritti. Mi riferisco, per esempio, all’esperienza della nostra Regione nella realizzazione del Piano nazionale per l’eliminazione del morbillo e della rosolia congenita. Alcuni dirigenti scolastici, infatti, si sono rifiutati di fornire gli elenchi degli iscritti ai referenti vaccinali delle Asl e hanno chiesto anche il parere del garante per la protezione dei dati personali, che ha dato ragione alle scuole con la seguente motivazione: “Non sembra sussistere una norma di legge o di regolamento che preveda la comunicazione di dati personali da parte degli istituti scolastici alle Asl per le finalità sopra descritte”. Una risposta che fotografa la cultura prevalente in Italia, in cui ognuno si occupa del suo orticello e il bene comune è tutelato solo se è prescritto per legge, altrimenti non se ne tiene conto. È bene non sottovalutare questa specificità italiana e, in attesa di costruire e rafforzare i necessari presupposti culturali, sarà meglio assicurarsi che certi obblighi, come fornire gli elenchi degli iscritti con residenza e recapito telefonico alle Asl, vengano previsti per legge e non lasciati alla discrezionalità di chi potrebbe non considerare una priorità il bene comune. Si tratta, a mio parere, dell’unica strada percorribile se realmente intendiamo trasferire l’obbligo vaccinale dall’individuo alle istituzioni.
L’ultimo punto che vorrei analizzare è quello dell’informazione e sensibilizzazione. Mi sembra che esista una tendenza a limitare questa discussione agli operatori sanitari che devono essere consapevoli e adeguatamente attrezzati nelle proprie capacità di relazione del pubblico(vedi anche “I presupposti culturali del counselling vaccinale”). Pur condividendo tutto quello che è stato detto e il ruolo importante degli operatori sanitari, bisogna ammettere che disporre di operatori sanitari abili e consapevoli non è di alcun aiuto se poi la gente non va ai presidi vaccinali, se non esiste cioè una forte domanda di vaccinazione.
Purtroppo nella nostra società la domanda è spesso slegata, non solo dai bisogni, ma anche dalla comprensione e dalla conoscenza. Se bastasse conoscere quale sono i comportamenti virtuosi per adottarli, non esisterebbe più l’Aids visto che praticamente tutti conoscono il modo di evitarlo. Come pure avremmo risolto molti problemi se il preservativo avesse la stessa diffusione dei telefonini. In una società come l’attuale che vive in tempi ristretti la comunicazione interpersonale ha sempre meno potere mentre si afferma sempre di più l’efficacia delle esperienze di social marketing che forse non migliorano il livello culturale della popolazione, ma sicuramente sono in grado di promuovere il bisogno di salute. Quando si parla di social marketing non si intendono i soliti poster da attaccare negli ambulatori e nei supermercati, ma la trasmissione di spot televisivi in prima serata, la partecipazione ai talk show di maggiore ascolto di esperti che illustrino i benefici delle vaccinazioni, anche confrontandosi apertamente con organizzazioni di obiettori, fino all’introduzione di messaggi positivi sulle vaccinazioni nelle trame delle serie tv più seguite. L’impiego diffuso di tecniche di social marketing è anch’esso un presupposto indispensabile a un’eventuale abolizione dell’obbligo, ma tutto ciò costa soldi e non solo. Richiede anche una chiara volontà politica che, sempre facendo riferimento all’esperienza del morbillo, non sembra ancora esistere al momento (uno spot di trenta secondi in due anni di campagna e nessun dibattito o informazione, neanche nelle reti pubbliche, sulla campagna europea di eliminazione).
Esistono nel nostro Paese le risorse finanziare e la volontà politica per realizzare una campagna di social marketing in grado di creare la domanda di vaccinazione, da parte della popolazione, necessaria a mantenere i livelli di copertura attuali anche dopo l’abolizione dell’obbligo? Se esistono utilizziamoli subito, in modo che al momento dell’abolizione dell’obbligo sia già presente una forte domanda di vaccinazione. Se a tutt’oggi non esistono, manteniamo l’obbligo vaccinale che, anche se può essere considerato da qualcuno come un retaggio del passato, rimane una pratica di sanità pubblica la cui efficacia è supportata da inconfutabili evidenze.