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vaccinazioni obbligatorie
Vaccini e promozione della salute: verso scelte più responsabili e consapevoli

Donato Greco - Capodipartimento prevenzione e comunicazione del ministero della Salute, direttore del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm)

 

 

L’obbligo vaccinale è una misura nata circa cinquant’anni fa (più recentemente per l’epatite B), a fronte di malattie che avevano causato migliaia di morti infantili e tantissime sofferenze: credo che non sia onestamente discutibile il grande successo che l’obbligo vaccinale ha avuto, insieme ad altri fattori, nella totale riduzione di queste malattie nel nostro Paese.

 

Si tratta di una misura “obbligatoria” verso i genitori dei nati, quindi coercitiva, automatica, corredata di pesanti punizioni: una misura di prevenzione resa obbligatoria dall’emergenza epidemica del tempo per garantire un intervento omogeneo, costante e tempestivo in tutto il Paese che potesse costruire coorti di bimbi protetti contro quelle malattie, tagliando quindi il rischio di ammalarsi.

 

Obbligatorie e raccomandate

Oggi in Italia l’obbligo vaccinale riguarda 4 delle 13 vaccinazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale, mentre 9 sono quelle raccomandate dal ministero della Salute e quindi da Regioni e Asl:

  • obbligatorie: Poliomielite, difterite, tetano ed epatite B
  • raccomandate: pertosse, Hemophilus influenzae, morbillo, rosolia, parotite, meningococco C, pneumococco, influenza e – recentissimo - papillomavirus.

Si tratta di 13 vaccinazioni efficaci e sicure da offrire alle popolazioni target, secondo le indicazioni del Piano nazionale vaccini, al momento in fase finale di revisione.

 

Il diritto alla prevenzione vaccinale oggi viene garantito, con splendidi risultati, in tutto il mondo occidentale, senza alcun obbligo di legge, ma con programmi di offerta attiva da parte dei servizi sanitari che prendono in carico il bimbo nuovo arrivato: diversamente l’obbligo vaccinale persiste nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, con risultati certamente inferiori ai nostri, quando non disastrosi (vedi, per esempio, le recenti epidemie di difterite).

 

Oggi il concetto di “obbligatorietà” confligge con il concetto di “promozione” della salute che è alla base di qualsiasi efficace azione preventiva: la promozione, evidentemente, coniuga la responsabilità dell’individuo con quella della comunità che, con le sue istituzioni, garantisce l’esigibilità del diritto universale alla salute, e quindi il sacrosanto diritto al bambino di non ammalare di una malattia per la quale esiste un vaccino efficace e sicuro.

 

La differenza tra vaccinazioni raccomandate e obbligatorie, non prevedibile dagli allora legislatori dell’obbligo vaccinale, ha portato problemi crescenti man mano che la lista delle vaccinazioni non obbligatorie è andata crescendo. Ne cito solo alcune:

  • la percezione della popolazione e degli operatori sanitarie che le obbligatorie fossero quelle buone, mentre le raccomandate fossero di serie B
  • la scarsa attenzione degli operatori e delle aziende sanitarie verso le vaccinazioni: un rituale obbligato e automatico che non richiedeva alcun impegno di comunicazione medico-genitori, né azioni di modernizzazione del processo (anagrafi vaccinali, registri, follow up, registri degli effetti collaterali, verifiche di efficacia e qualità ecc). Si tratta di aspetti emersi con le vaccinazioni raccomandate
  • la depressione della ricerca e della comunicazione sui vaccini: una nicchia protetta di mercato fisso a basso rendimento, e quindi a scarso investimento
  • la deresponsabilizzazione della dirigenza sanitaria verso le vaccinazioni raccomandate: siamo arrivati, in anni recenti, a numerosi casi di direttori generali di Asl che, furiosamente impegnati nei pareggi di bilancio, hanno lesinato i pochi denari necessari alle vaccinazioni raccomandate, limitandosi a quelle obbligatorie. È questa una delle principali cause della tremenda epidemia di morbillo che solo 4 anni fa ha colpito il nostro Sud, con oltre 25 mila casi e una decina di morti
  • la deresponsabilizzazione del medico: perché devo assumermi una sia pur piccola responsabilità di contenzioso per eventuali effetti collaterali, prescrivendo un vaccino che non è obbligatorio?...
  • il sostegno ai movimenti antivaccinali che proprio sull’obbligo vaccinale fanno proseliti
  • la deresponsabilizzazione dell’individuo verso la prevenzione, vista non come un necessario impegno personale, ma delegata all’autorità, in stile populisticamente comodo ma non efficace.

Il caso del Veneto e le prospettive future

La Regione Veneto ha attualmente sospeso l’obbligo di vaccinazione sul suo territorio a fronte di un’offerta attiva di vaccinazioni, che è tra le migliori in Italia e le prime in Europa, erogata attraverso una rete di servizi pubblici e una costante intesa con i pediatri di libera scelta. Va inoltre sottolineato che qualsiasi trattamento di tipo sanitario è, di norma, volontario e che la Comunità europea ha emanato una raccomandazione sul tema, proprio in riferimento ai vaccini.

 

Si tratta di una novità che trova fondamento nel Piano nazionale vaccini 2005-2007 (pdf 652 kb), in cui è previsto un percorso per il superamento dell’obbligo vaccinale da attuarsi in sintonia con il ministero della Salute. Il Dicastero, infatti, ha ritenuto necessario partecipare all’azione di monitoraggio dell’applicazione della sospensione in Veneto, sia per verificarne costantemente i risultati sia per intervenire in caso di esigenze di salute pubblica.

 

La recente epidemia di meningite in Veneto è motivo di accresciuta fiducia verso i servizi sanitari di quella Regione: infatti, a fronte di un’epidemia (poco prevenibile, peraltro, anche con l’obbligo vaccinale per la malattia, essendo scoppiata in una comunità adulta di extracomunitari), i servizi vaccinali locali hanno reagito con immediatezza ed efficacia, arginando il contagio e vaccinando un’ampia fascia di popolazione: non è mancato addirittura il plauso dell’Oms.

 

In tutte le Regioni italiane l’offerta vaccinale è poi estesa, con modalità diverse, ai bimbi immigrati anche se irregolari. Le Regioni, e quindi le Aziende sanitarie, hanno la responsabilità di garantire il diritto alla prevenzione vaccinale e concordano con il Ministero le strategie omogenee nazionali, ma restano responsabili delle modalità organizzative dell’offerta vaccinale: questo sistema, in Italia, funziona piuttosto bene (come testimoniano gli indicatori di copertura vaccinale visibili sul sito del Ministero). Certo, questo non nega l’esistenza di differenze, sempre più piccole però, tra aree differenti del Paese. Ma nemmeno sostiene antiche rituali concezioni di un Sud disperato e disorganizzato, incapace di garantire il diritto alla prevenzione vaccinale.

 

Infine, ritengo utile chiarire che la proposta veneta prevede una maggiore assunzione di responsabilità del Servizio sanitario regionale verso i cittadini, condividendola con i genitori che sono chiamati a rendersi partecipi nell’esigere il diritto del proprio figlio a non ammalarsi di malattie prevenibili col vaccino: non più, quindi, passivi esecutori di un obbligo imposto. Se i risultati di quest’esperienza saranno positivi, com’è atteso, i dati potrebbero costituire un’importante base di partenza per un ampio dibattito politico, che potrebbe sfociare in Parlamento nella revisione o abrogazione delle leggi che oggi rendono obbligatorie alcune vaccinazioni.

 

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Ultimo aggiornamento martedi 20 settembre 2011
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