Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

vaccinazioni obbligatorie

Calendari e obbligo vaccinale: questione di organizzazione

Luigi Sudano - responsabile Servizi attività vaccinali Ausl Valle d’Aosta

 

 

Una buona strategia per iniziare il percorso dell’abolizione dell’obbligo prevede di diffondere certezze, non disseminare dubbi solo perché lo richiede l’ambito sociale (valutazioni costo-beneficio, cost-effectivness ecc.). Dunque, l’epidemiologia va considerata come uno strumento, non come un giudice. L’epidemiologia indica la strada per prendere decisioni e non per evitarle: se prevenzione deve essere, perché aspettare che un microrganismo diventi talmente importante da “correre ai ripari”? L’attenzione a un vaccino deve essere proporzionale all’impatto che la malattia ha sul territorio, oppure ai benefici che una, sia pure lenta, campagna promozionale avrà sulla popolazione futura? La posizione della nostra popolazione nei confronti della prevenzione è cambiata, grazie anche all’opera di “proselitismo” e counselling sulla prevenzione da tempo realizzati dagli operatori.

 

Ora che molti Paesi europei hanno deliberato l’adozione dei cosiddetti nuovi vaccini, torna alla memoria il "battage" che da circa due anni ci ha coinvolto, e talvolta fatto scontrare, sulla questione dell'inserimento nei calendari vaccinali di questi vaccini, dapprima adducendo la questione della priorità, poi della co-somministrabilità. Mi pare, però, che ci siano Regioni che già da tempo hanno assunto posizioni intransigenti su questi vaccini e che abbiano posto, a un primo confronto, il veto alla loro introduzione nei Lea. Comprendo la posizione del ministero della Salute che, in un quadro federalista, ha serie difficoltà nell'esprimere una precisa volontà in merito, nonostante abbia predisposto un piano per sensibilizzare le Regioni all'introduzione di questi vaccini. Un documento per alcuni poco "scientifico", ma forse pensato così proprio per rispettare tutte le autonomie.


Sono curioso di vedere come va a finire per gli altri vaccini che, pur con la naturale riserva verso il nuovo, rappresentano un ottimo rimedio nei confronti di gravi problemi di salute. Il mio auspicio è che "gli integralisti" recedano dalle loro posizioni e che i nostri superiori comprendano quanto sia importante l'aspetto della sorveglianza (a questo proposito, auspico anche una riduzione dei prezzi sulla metodica della Pcr che ostacola la sua adozione nelle piccole realtà, costringendo le aziende ad appoggiarsi su altri laboratori o, peggio, a trascurarla). La Regione Valle d’Aosta ha deliberato il 30 dicembre 2005 e dal 1 ottobre 2006 inizierà a vaccinare – gratuitamente - con tre dosi di pneumo 7 in co-somministrazione con l'esa e 1 dose di meningo C a un anno, in co-somministrazione con l'Mpr.

 

Il vero problema, però, è il counselling vaccinale. Un’amministrazione pubblica, una Regione, uno Stato che non infondono iniezioni fiduciali agli operatori che lavorano con i cittadini, falliscono inevitabilmente l’obiettivo di salute. La posizione, adottata a seguito di una conclusione che sconsiglia l’adozione di decisioni vaccinali contro le meningiti, non deve indurre alla pericolosa convinzione che “il vaccino se lo fa chi lo vuole”. Se abbiamo paura di non farcela in termini organizzativi non può esser colpa dei vaccini, ma appunto della nostra organizzazione. E se di abolizione dell’obbligo si parlerà, dovremmo tenere in giusto conto la possibilità di offrire gratuitamente ogni vaccino, proprio per incentivare l’offerta: in fondo, è proprio questa la missione dei Servizi d’igiene. Non a caso la civiltà di un popolo si misura, oltre che “osservando i servizi igienici”, anche con l’accortezza con cui lo Stato si preoccupa della salute dei cittadini. E a me pare che offrire tutti i vaccini, anche in assenza di una precisa strategia, sia una buona cosa.

 

Un’ultima considerazione. Per quanto riguarda il vaccino anti papilloma virus (Hpv), cosa diremo alle nostre donne? “Se non vuoi un cervicocarcinoma dell’utero, comprati il vaccino”, e nel contempo ricorderemo loro che il vaccino è il migliore strumento per applicare la prevenzione? Se il vaccino contro il papillomavirus non sarà appannaggio della sanità pubblica, assisteremo alla nascita di lobby ginecologiche che se ne approfitteranno, invece di stabilire con queste una partnership. Allora sì che la sanità pubblica dirà addio ai dati epidemiologici.

 

Il risparmio che si ottiene con i vaccini è sempre positivo, rispetto alla spesa che si investe. Ancora ci preoccupiamo se spendere i soldi nella prevenzione, quando nessuno si preoccupa della spesa sostenuta dalle Ausl quando un paziente ricoverato deve attendere, da ricoverato, 5-6-7 giorni per essere ammesso a sostenere un esame strumentale. In questi casi l’epidemiologia non conta, e nessuno decide: la mattina corsia preferenziale per i ricoverati, il pomeriggio per gli esterni.


 

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