Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Sorveglianza dei fattori di rischio: lezione della quinta conferenza internazionale

Come colmare il gap fra la sorveglianza e i decisori

Stefania Salmaso - direttore Cnesps

 

 

La conferenza di Roma è stata l’occasione in cui l’Italia è entrata in pianta stabile in un ristretto gruppo di Paesi: quelli che si sono resi conto dell’importanza della sorveglianza della prevenzione, che cioè hanno preso atto di una scelta inevitabile per la sostenibilità del sistema sanitario: aprire un punto di osservazione e monitoraggio istituzionale sugli stili di vita e sulla penetrazione dei messaggi di prevenzione. E il nostro è stato un ingresso molto dignitoso, con dati alla mano e di ampio respiro. La nostra proposta non è una sorveglianza calata dall’alto, ma uno strumento delle Asl per le Asl: può essere fatta ovunque a livello locale, come dimostra l’esperienza del sistema Passi. A conferma di questo principio, i Paesi di cui sopra non sono necessariamente quelli con l’economia più sviluppata: durante la conferenza sono emerse anche realtà locali molto interessanti, per esempio in Kenya o in Sudamerica. Poi naturalmente ci sono Paesi economicamente avanzati, dalla struttura federale, come gli Stati Uniti e l’Australia, in cui singoli Stati possono prendere iniziative autonome ma l’iniziativa di una sorveglianza per la prevenzione è già consolidata da tempo.

 

La sorveglianza è il primo gradino

L’Italia, che comunque è ancora alle prime esperienze, ha molto da imparare dai Paesi che si sono lasciati dietro da tempo i problemi tecnici e organizzativi. La conferenza di Roma è stata proprio la sede in cui il confronto tra realtà a diversi livelli di sviluppo ci ha insegnato qualcosa. Fra queste un’osservazione importante è l’identificazione della necessità di strumenti che permettano l’utilizzo dei dati di sorveglianza per i decisori politici: avere i dati a disposizione è necessario ma non sufficiente per promuovere scelte e azioni corrette. Più precisamente, gli australiani e gli americani hanno dimostrato molto chiaramente che la produzione e la raccolta dei dati, che costituiscono l’essenza della sorveglianza, sono sì una condizione necessaria e indispensabile, ma non sono sufficienti a influenzare in modo sensibile le scelte politiche in materia di sanità e le azioni preventive. È un concetto semplice ma importantissimo: la sorveglianza è solo il primo gradino. Il problema quindi si sposta: una volta che la sorveglianza è consolidata, si tratta di mettere a punto strumenti intermedi per colmare il gap che ancora sussiste prima di arrivare ad adottare politiche sanitarie coerenti con le indicazioni raccolte.

 

Comunicazione orientata al target

Uno di questi strumenti, già sfruttato all’estero, è quello dei “lobbisti della salute”: una definizione in cui il termine “lobbista” è usato in senso positivo, e che indica le figure che si fanno carico di veicolare nel modo più opportuno le informazioni ai soggetti che devono prendere le decisioni.

In Italia finora si è investito poco in questo senso, ma la loro presenza (o assenza) dà anche una misura dell’importanza che viene attribuita all’uso delle evidenze e alla comunicazione. Un’altra caratteristica da sviluppare è infatti la facilità dell’uso dei dati a vari livelli: al livello dei ricercatori scientifici e degli operatori sanitari, poi a quello dei decisori e infine del pubblico. Ogni livello deve essere trattato secondo la sua specificità, e il pubblico generico ha naturalmente bisogno di una versione molto più “user-friendly”. In questo senso l’esempio più avanzato viene dallo Stato australiano del Nuovo Galles del Sud, che ha previsto una sistema decisamente efficiente: ogni rapporto viene distribuito in 12 forme diverse, in modo automatizzato, a seconda del target.

 

L’informatica per rendere più facili le scelte

Un altro aspetto comunicativo importante è quello che riguarda il modo di stabilire le priorità. Per capire come fare le scelte è necessario prevedere la possibilità di utilizzare i dati in modo da indicare chiaramente le priorità, per esempio per quanto riguarda le malattie importanti o i fattori di rischio. Per poter dare queste priorità sono necessari altri strumenti, e a questo proposito proprio alla conferenza di Roma è stata illustrata l’esperienza dello Stato americano del Missouri. L’idea del Missouri è stata quella di sviluppare un algoritmo computerizzato che fa riferimento alle informazioni disponibili e che permette di allocare i “pesi” di importanza relativa alle osservazioni raccolte dalla sorveglianza: in questo modo chiunque interroga il database può effettuare un computo del peso dei diversi fattori di rischio. Questo è un ottimo esempio di come i dati della sorveglianza possono essere inseriti in un sistema informatizzato che li rende facilmente interrogabili e utilizzabili per le scelte.

 

Una prospettiva per il futuro

L’attività di sorveglianza finora realizzata ha senso solo in un’ampia prospettiva futura: sono necessari tempi dell’ordine dei decenni per osservare modifiche, e servono tempi lunghi per gli operatori sanitari per imparare a usare i dati e anche per consentire ai decisori di prendere dimestichezza con la disponibilità di dati continui.

La sfida per il futuro è quindi quella di consolidare la sorveglianza. E per l’Italia, un Paese dove il contesto è sempre mutevole, è una sfida particolarmente delicata.

 


 

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