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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

malattie cardiovascolari

World Heart Day: non ricordiamoci della prevenzione solo in questa giornata

Luigi Palmieri, Chiara Donfrancesco, Serena Vannucchi e Simona Giampaoli - reparto di Epidemiologia delle malattie cerebro e cardiovascolari, Cnesps-Iss

 

27 settembre 2012 – Come ogni anno, a fine settembre si celebra la Giornata mondiale del cuore, evento organizzato dalla World Heart Federation, in collaborazione con l’Oms e pensato per accrescere la consapevolezza sul grande impatto che le malattie cardiovascolari hanno sulla vita dei singoli e sull’intera comunità. Focus del World Heart Day 2012, che si celebra il prossimo 29 settembre, è la prevenzione verso donne e bambini. L’idea, infatti, è di dare continuità allo slogan dell’edizione 2011 (“One world, one home, one heart”, un mondo, una casa, un cuore), indirizzato alle famiglie attraverso la valorizzazione del ruolo svolto dalla propria abitazione nella vita quotidiana.

 

Ma perché è importante parlare di malattie cardiovascolari?

Perché costituiscono uno dei problemi più importanti di salute pubblica a livello globale e nel nostro Paese. Le malattie del sistema circolatorio rappresentano il 42% della mortalità totale e sono una delle cause più importanti di morbosità e di invalidità. Queste patologie sono dovute in gran parte all’arteriosclerosi, e riguardano il cuore (infarto del miocardio e altre malattie ischemiche del cuore: 31% dei decessi dovuti alle malattie del sistema circolatorio).

 

Quali sono le principali differenze di genere?

Negli uomini le malattie coronariche sono trascurabili fino all’età di 40 anni, emergono fra i 40 e i 50 anni e poi crescono in modo esponenziale con l’età; nelle donne si manifestano a partire dai 50-60 anni e crescono rapidamente. Lo svantaggio degli uomini rispetto alle donne è più accentuato nei giovani e tende a ridursi con l’avanzare dell’età: la più bassa frequenza di cardiopatia ischemica nelle donne rispetto agli uomini è particolarmente evidente nell’età riproduttiva. La diversità di frequenza della malattia tra i due sessi si accompagna anche alla diversità delle manifestazioni cliniche: nelle donne sono infatti più frequenti la morte improvvisa, l’infarto silente e l’angina pectoris.

 

Quali sono stati i progressi degli ultimi anni?

Negli ultimi anni è notevolmente aumentata la sopravvivenza dopo un evento acuto coronarico grazie all’introduzione di terapie più efficaci sia in fase acuta che in fase cronica. Questo è vero soprattutto nei pazienti che seguono con attenzione le terapie prescritte e si impegnano per migliorare significativamente e con costanza lo stile di vita. Ciononostante, molto può ancora essere fatto perché una quota elevata di persone (circa il 30%), in caso di un evento cardiovascolare non riesce a raggiungere l’ospedale e muore improvvisamente. Per ridurre ulteriormente questa quota è necessario intervenire attraverso la prevenzione primaria, cioè abbassando il livello dei fattori di rischio prima dell’evento; in questo modo si verificherebbero meno eventi e, soprattutto, eventi meno gravi.

 

Ma perché vogliamo prevenire le malattie cardiovascolari?

Gli studi epidemiologici hanno permesso di identificare i fattori di rischio cardiovascolare e hanno dimostrato la reversibilità del rischio: modificando cioè i livelli dei fattori di rischio nei singoli individui e nella comunità si ottiene una riduzione degli eventi cardiovascolari. È importante, dunque, che la prevenzione sia rivolta ai singoli individui e all’intera comunità. Il rischio cardiovascolare è continuo, non esiste un livello soglia al di sotto del quale scompare. Tutti hanno un proprio rischio cardiovascolare che dipende dalla combinazione di diversi fattori:  l’età (che aumenta per tutti), il genere, l’abitudine al fumo, la pressione arteriosa, il diabete, la colesterolemia totale e HDL.

 

Perché le malattie cardiovascolari preoccupano la sanità pubblica?

Perché costituiscono uno dei predittori più importanti per lo sviluppo di patologie legate all’invecchiamento, in particolare disturbi cognitivi e disabilità. In un Paese in cui l’aspettativa di vita aumenta giorno dopo giorno, siamo tutti responsabili di invecchiare bene! Al tempo dei romani l’aspettativa di vita era circa 30 anni, all’inizio del ’900 era 50 anni, negli anni 2000 l’aspettativa di vita è salita a 79 anni per gli uomini e a 84 anni per le donne: nel giro di un solo secolo la nostra aspettativa di vita è aumentata di circa 30 anni e il numero di persone che raggiungono l’età avanzata è aumentato di molto. Indipendentemente dalla nostra volontà aumentiamo un anno di aspettativa di vita ogni tre anni di calendario. Questo ha determinato un invecchiamento della popolazione che, dal punto di vista della salute pubblica, ha reso prioritario il bisogno di occuparsi di migliorare la qualità di vita della popolazione anziana. E allora quale migliore approccio se non quello di iniziare tutti, qualsiasi sia l’età, a migliorare il proprio stato di salute attraverso uno stile di vita salutare e, quando necessario, seguendo con attenzione le terapie che vengono suggerite dal proprio medico curante.

 

Cosa possiamo fare praticamente per dare il nostro contributo?

Non volendo affrontare in questa occasione il tema dell’alto rischio (problema che riguarda un numero più basso di persone e che va affrontato da un punto di vista clinico poiché le cure devono essere prescritte singolarmente e seguite dal medico di medicina generale) è importante focalizzare l’attenzione sulle persone a rischio basso. Questa categoria, definita più preferibilmente a rischio favorevole, rappresenta circa il 5% della popolazione. Aumentare la prevalenza delle persone a rischio favorevole e mantenere il rischio basso nel corso della vita sono tra gli obiettivi più ambiziosi della prevenzione. Leggi in proposito l’approfondimento “Benefici del profilo di rischio favorevole” a cura del reparto di Epidemiologia delle malattie cerebro e cardiovascolari, Cnesps-Iss.

 

Studi epidemiologici hanno evidenziato che le persone che si trovano a un rischio cardiovascolare basso (colesterolemia<200 mg/dl, pressione arteriosa<120/80 mmHg, Bmi<25, senza diabete, senza bisogno di trattamenti farmacologici e non fumatori) e che mantengono nel corso della vita questo livello attraverso adeguati stili di vita, sono quelle che vivono più a lungo, hanno una qualità di vita migliore e costano meno in termini di assistenza in età avanzata. Mantenere il rischio favorevole nel corso della vita ritarda non solo lo sviluppo dell’arteriosclerosi ma riduce anche il rischio di tumori, di diabete, di bronco pneumopatie cronico ostruttive, cioè di gran parte delle patologie cronico degenerative. Mantenere il rischio a livelli favorevoli nel corso della vita è più facile che non abbassare il rischio quando questo è già alto. Sulla base di questi incoraggianti risultati è stata lanciata recentemente la Carta europea della salute del cuore da parte della Società europea di cardiologia (Esc), in collaborazione con European Heart Network, l’Oms e la Commissione europea. La Carta definisce le caratteristiche che sono associate alla salute cardiovascolare (evitare il fumo di sigarette, aumentare l’attività fisica, scegliere una sana alimentazione, evitare il sovrappeso, mantenere la pressione arteriosa e la colesterolemia sotto i valori raccomandati) e incoraggia lo sviluppo di politiche a livello europeo, nazionale e regionale che promuovano la prevenzione cardiovascolare.

 

Come si misura il rischio cardiovascolare?

Esistono degli strumenti costruiti con i risultati degli studi longitudinali coordinati dall’Istituto superiore di sanità nell’ambito del progetto Cuore: la carta del rischio e il punteggio individuale. Questi strumenti permettono, sulla base di 6-8 fattori di rischio di valutare la probabilità di ammalare nei successivi 10 anni di una malattia cardio-cerebrovascolare.

 

La carta del rischio è valida se si conoscono i valori di colesterolemia, pressione arteriosa sistolica, abitudine al fumo, presenza di diabete a cui vanno aggiunti età e sesso. È utilizzabile su donne e uomini di età compresa fra 40 e 69 anni che non hanno avuto precedenti eventi cardiovascolari, non è utilizzabile nelle donne in gravidanza, non può essere applicata per valori estremi dei fattori di rischio quali pressione arteriosa sistolica superiore a 200 mmHg o inferiore a 90 mmHg e colesterolemia totale superiore a 320 mg/dl o inferiore a 130 mg/dl. Inoltre, gli esami ematochimici di glicemia e colesterolemia sono attendibili solo se eseguiti da non più di tre mesi. Identificata la carta corrispondente al genere e allo stato di diabete è necessario posizionarsi sulla colonnina dei fumatori o non fumatori. Identificato quindi il decennio di età è necessario posizionarsi nella casella in cui ricadono i valore di colesterolemia e pressione arteriosa. Il rischio cardiovascolare è espresso in sei categorie di rischio Mcv (da I a VI): la categoria di rischio Mcv indica quante persone su 100 con quelle stesse caratteristiche sono attese ammalarsi nei 10 anni successivi.

 

L’altro strumento è il punteggio individuale ed è valutabile con un software scaricabile gratuitamente per i medici di medicina generale e per gli specialisti dal sito web del progetto Cuore.

 

Risorse utili

 

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