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Ultimi aggiornamenti

17/11/2016 - Pressione alta: un nuovo studio su The Lancet

Negli ultimi 40 anni il numero di persone che convive con la pressione alta è pressoché raddoppiato, raggiungendo 1,13 miliardi e, se da un lato diminuiscono gli ipertesi nei Paesi industrializzati, dall’altro aumentano in quelli a medio e basso reddito, in particolare nell’Africa Sub Sahariana e in Asia. La diminuzione della pressione arteriosa sembra dipendere da una migliore alimentazione e dal ricorso precoce alle terapie mentre l’incremento appare associato a una alimentazione poco salutare, ricca di calorie, grassi saturi e povera di frutta e verdura. È quanto emerge da uno studio, il più ampio del genere, pubblicato su The Lancet dal gruppo di ricercatori componenti la Non Communicable Disease Risk Factor Collaboration, che ha analizzato i dati di quasi 20 milioni di persone, dai 18 anni in su, esaminate in 1479 indagini di popolazione. Anche l’Istituto Superiore di Sanità ha partecipato con gli studi condotti in Italia  dagli anni ’80 ad oggi. La distribuzione geografica indica che oltre la metà degli ipertesi vive in Asia e che globalmente gli uomini sono ipertesi più delle donne (597 milioni vs 529). In Italia, il confronto tra le due indagini dell’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare/Health Examination Survey (1998-02 e 2008-12) mostra che, nel decennio considerato, nella fascia di età 35-74 anni il valore medio della pressione arteriosa sistolica è sceso in entrambi i sessi (135 vs 132 mmHg negli uomini e 132 vs 127 mmHg nelle donne), quello della diastolica è sceso solo nelle donne (82 vs 79 mmHg) e lo stato del controllo dell’ipertensione è migliorato in entrambi i sessi. Per maggiori informazioni scarica l’articolo “Worldwide trends in blood pressure from 1975 to 2015: a pooled analysis of 1479 population-based measurement studies with 19·1 million participants” (pdf 4,6 Mb) e leggi il Primo Piano dell’Iss.

 

29/9/2016 - World Heart Day

Sin dal 2000, il World Heart Day (29 settembre) è un momento di riflessione attorno alle malattie cardiovascolari e alla loro prevenzione. In particolare, lo slogan scelto per quest’anno, “Power your life”, vuole ricordare a tutti l’importanza di preservare la salute del proprio cuore, centro della salute di tutto l’organismo. Inoltre, il 22 settembre, è stata lanciata Global Hearts, un’iniziativa mirata a contrastare le malattie cardiovascolari come parte di un nuovo impegno verso la prevenzione e il controllo delle malattie cardiovascolari, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Leggi l’approfondimento a cura del reparto di Epidemiologia delle malattie cerebro e cardiovascolari (Cnesp-Iss).

 

15/9/2016 - World Hearth Day 2016

Si svolge il prossimo 29 settembre la Giornata mondiale del cuore. Un appuntamento annuale organizzato dalla World Heart Federation allo scopo di aumentare la consapevolezza dell’importanza della prevenzione per le malattie cardiovascolari. Ogni anno la giornata è incentrata su un aspetto specifico del problema e il focus per l’edizione 2016 è “Power your life”. Sul sito della World Heart Federation sono disponibili i materiali della campagna.

 

(9 giugno 2016) Sodio e malattie cardiovascolari: attenzione a ciò che si legge

Come raccomanda l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sulla base di forti e consolidate evidenze scientifiche, nell’alimentazione è consigliato un consumo di sale inferiore a 5 grammi di sale al giorno (più o meno quelli contenuti in un cucchiaino da tè), che corrispondono a circa 2 grammi di sodio. Il sale da cucina (o cloruro di sodio, NaCl), infatti, favorisce l’aumento della pressione arteriosa, principale causa di infarto e ictus, la calcolosi renale, l’osteoporosi, alcuni tumori, in particolare quello allo stomaco. Queste premesse, base fondamentale per la prevenzione delle malattie cerebro e cardiovascolari, sono state messe in dubbio dal discusso articolo “Associations of urinary sodium excretion with cardiovascular events in individuals with and without hypertension: a pooled analysis of data from four studies”, pubblicato su The Lancet il 20 maggio scorso. Il testo riporta i risultati di uno studio, condotto da un gruppo di ricercatori canadesi della McMaster University, sull’associazione tra l’apporto alimentare di sodio di alcuni campioni di popolazione e l’incidenza di eventi e morti cardiovascolari. Andando contro le attuali raccomandazioni internazionali, gli autori dell’articolo affermano non solo che la dieta iposodica potrebbe non essere salutare ma anche che l’assunzione elevata di sale sarebbe nociva solamente alle persone affette da ipertensione. Alla luce di questo studio, soprattutto quando a diffonderlo è una prestigiosa rivista internazionale come The Lancet, diventa fondamentale ribadire con forza la validità delle linee guida Oms, accolte anche in Italia da innumerevoli istituzioni (ministero della Salute, Istituto superiore di sanità, Società italiana per la nutrizione umana - Sinu, Gruppo di lavoro intersocietario per la riduzione del consumo di sale in Italia - Gircsi, ecc), sottolineando la scarsa qualità dell’indagine. Leggi l’approfondimento a cura dei ricercatori del reparto di Epidemiologia delle malattie cerebro e cardiovascolari, Cnesps-Iss.

 

(3 marzo 2016) World Salt Awareness Week 2016

Si svolge dal 29 febbraio al 6 marzo la settimana mondiale per la riduzione di sale promossa dalla Wash (World Action on Salt & Health), associazione internazionale con partner in 95 Paesi dei diversi continenti. L’iniziativa, in linea con gli obiettivi del programma nazionale Guadagnare Salute e con il Piano nazionale della prevenzione 2014-2018, mira a sensibilizzare i consumatori sulla presenza di sale nascosto in molti alimenti e a coinvolgere l’intera comunità (decisori, industria, settore della ristorazione, professionisti della salute) nell’impegno verso la riduzione del consumo di sale. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda l’uso di non più di 5 grammi di sale al giorno (g/die) per la popolazione adulta, che corrisponde a non oltre 2000 mg di sodio. Questo valore, secondo i dati dell’Iss, coincide con circa la metà dell’attuale consumo medio individuale di sale in Italia: negli uomini 10,6 g/die, nelle donne 8,2 g/die (la distribuzione non varia nelle diverse fasce di età, diminuendo leggermente solo tra i più anziani; inoltre, il consumo di sale risulta maggiore nelle Regioni del Sud rispetto al Nord e al Centro Italia). Inoltre, è importante ricordare che le fonti di sodio nell'alimentazione si distinguono in discrezionali (il sodio contenuto nel sale aggiunto ai cibi in cucina o a tavola, circa il 36% del consumo abituale ) e non discrezionali (il sodio contenuto naturalmente negli alimenti - circa il 10% - o aggiunto nelle trasformazioni artigianali, semi-industriali o industriali 54% del consumo abituale). Il sale aggiunto nelle trasformazioni artigianali o industriali comprende non solo gli alimenti “salati”, cioè formaggi, insaccati e salumi, ma anche altri prodotti, cioè biscotti, cereali e dolci. Meno dell’11% dell’industria utilizza sale iodato (dati Iss del 2011). Dunque un’iniziativa che riporti l’attenzione sulla necessità di ridurre il cosiddetto “sale nascosto” risulta molto importante a livello di sanità pubblica. Per approfondire leggi la presentazione dell’iniziativa sul sito del ministero della Salute.

 


Ultimo aggiornamento giovedi 17 novembre 2016

 

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