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fitosorveglianza

Interazioni erbe-farmaci

Achille P. Caputi, Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Farmacologia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Messina

 

 

Qualsiasi rimedio erboristico contenente sostanze farmacologicamente attive è di fatto un farmaco, con tutto ciò che tale definizione implica, inclusi gli effetti avversi; lo dimostra il fatto che più della metà dei farmaci attualmente in commercio, dall’aspirina ai più recenti farmaci antitumorali come il tamoxifene, sono di derivazione vegetale.

 

Tale ovvietà sembra spesso sfuggire alla maggior parte dei consumatori e, talvolta, anche agli operatori sanitari. Il problema della sicurezza dei prodotti erboristici è ulteriormente aggravato dal fatto che essi, tranne poche eccezioni, non vengono sottoposti ad indagini scientifiche per valutarne efficacia e tollerabilità con lo stesso rigore richiesto per i farmaci convenzionali, né sono soggetti ai processi di approvazione alla commercializzazione e di controlli di qualità previsti per i farmaci in commercio. La conseguenza è che difficilmente le controindicazioni o le avvertenze circa l’uso corretto di queste piante vengono menzionate nei testi descrittivi presenti nelle confezioni.

 

I rischi riguardano non solo la possibilità di sviluppare reazioni avverse da erbe medicinali, ma anche i possibili effetti indesiderati dovuti alla concomitante assunzione di un farmaco di sintesi ed un rimedio erboristico. Infatti, solo una piccola minoranza dei soggetti che ricorrono alla fitoterapia la considerano “alternativa” alla farmacoterapia: frequentemente i rimedi erboristici si associano ai farmaci per potenziarne l’attività, ridurne gli effetti collaterali o migliorare la qualità della vita. In tali circostanze, vi è il rischio di interazioni tra i due composti, le quali spesso non hanno dirette implicazioni cliniche, ma che in alcuni casi possono avere effetti drammatici.

 

Ormai da qualche anno è nota ad esempio la capacità dell’iperico di indurre l’attività del citocromo P-450 3A4, un enzima importantissimo nella metabolizzazione di numerosi farmaci; sono stati segnalati casi di rigetto da trapianto dovuti all’associazione iperico-ciclosporina o di gravidanze indesiderate provocate dalla combinazione dell’erba con un contraccettivo orale. L’iperico può anche interagire con alcuni antidepressivi, determinando un effetto additivo che può provocare la comparsa di eventi avversi associati ad un sovradosaggio del farmaco; in letteratura sono descritti diversi casi clinici di questo tipo in cui l’iperico, utilizzato assieme a paroxetina, nefazodone e sertralina, ha provocato nausea, vomito, sudorazione profusa, mioclono, iperreflessia, incoordinazione, ed altri sintomi riconducibili alla “sindrome serotoninergica”, una patologia potenzialmente fatale.

 

Un altro esempio di interazione tra erbe e farmaci è quello del ginkgo biloba, che avendo la capacità di interferire con la funzionalità piastrinica, può causare un effetto additivo con gli anticoagulanti come la warfarina e con i farmaci antiaggreganti piastrinici quali l’aspirina; tali associazioni possono provocare emorragie anche gravi, e vanno pertanto sempre evitate.

Anche la liquirizia può determinare importanti interazioni, con effetti che potrebbero essere particolarmente gravi in soggetti che assumono digossina, a causa della capacità della pianta di ridurre i livelli di potassio nel sangue ed in tal modo potenziare la tossicità della digossina, che si manifesta con nausea, alterazioni visive e gravi aritmie cardiache.

 

Più subdoli e certamente meno studiati sono ad esempio i rischi di interazioni tra gli anestetici (ed altri farmaci utilizzati negli interventi chirurgici) e le erbe assunte nel periodo preoperatorio. In particolare, il ginseng, il ginkgo biloba e l’aglio potrebbero aumentare il rischio di emorragie durante l’intervento, mentre la valeriana o altri rimedi erboristici ad azione sedativa potrebbero potenziare l’effetto sedativo degli anestetici.

 

A fronte degli esempi sopra riportati di interazioni erbe-farmaci ormai ben documentate, nella maggior parte dei casi le conseguenze cliniche di queste associazioni sono quasi del tutto sconosciute, ed è d’altra parte praticamente impossibile, anche per un medico esperto, riconoscere tutte le combinazioni pericolose. D’altra parte, poiché la maggior parte delle interazioni oggi note tra erbe e farmaci sono frutto di singole e sporadiche segnalazioni da parte di operatori sanitari, è difficile stabilire con certezza una associazione causale.

Pertanto, per accrescere le conoscenze su questi prodotti, è necessario il contributo sia degli operatori sanitari sia dei cittadini, i quali devono tempestivamente dichiarare al proprio medico o farmacista qualsiasi evento avverso manifestatosi in corso di trattamento con un rimedio erboristico. Solo così infatti sarà possibile identificare precocemente ed inequivocabilmente una associazione causale tra assunzione del prodotto erboristico ed insorgenza della reazione avversa, salvaguardando la salute dei consumatori.