Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

salute globale

Global Burden of Disease Study 2015

Revisione a cura di Silvia Francisci – Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, Cnesps-Iss

 

27 ottobre 2016 – Dopo la pubblicazione da parte di The Lancet, il 21 settembre 2016, dell’articolo “Measuring the health-related Sustainable Development Goals in 188 countries: a baseline analysis from the Global Burden of Disease Study 2015” [vedi anche l’approfondimento dedicato su EpiCentro] che apriva la disseminazione dei risultati del terzo Global Burden of Diseases Study (GBD Study), la prestigiosa rivista ha presentato i dati del GBD 2015 con altri 6 articoli, ciascuno dei quali mette a fuoco temi specifici. Gli indicatori descritti, che coprono un arco temporale di 25 anni (1990-2015), sono: la mortalità per causa, l’aspettativa di vita, la mortalità materna, la mortalità infantile sotto i 5 anni di età, l’incidenza di specifiche patologie, gli anni di vita con disabilità, la prevalenza dei fattori di rischio.

 

Venticinque anni di transizione epidemiologica

Grazie alla prospettiva di lungo periodo adottata dallo studio, alla molteplicità degli indicatori considerati e al numero elevato di rilevazioni effettuate (oltre 2 miliardi) è possibile cogliere nel periodo 1990-2015 una “transizione epidemiologica” globale, caratterizzata da una riduzione della mortalità per malattie infettive e malnutrizione, che interessa particolarmente la popolazione infantile e quella femminile in età materna. L’allungamento dell’aspettativa di vita media e l’invecchiamento della popolazione, che conseguono alla transizione, portano con sé un aumento del peso (burden) relativo delle malattie croniche non trasmissibili e della disabilità (misurato in termini di Daly-anni di vita persi a causa della disabilità) con una dinamica più rapida del progresso registrato nella prevenzione primaria, nel trattamento e nella diagnosi precoce.

 

In particolare, dal GBD 2015 emerge che:

  • il declino della mortalità infantile è stato più ampio di quanto previsto (probabilità di morire prima dei 28 giorni di vita: da 1 a 40,6 ogni 1000 nati vivi; obiettivo 2030: <12 decessi per 1000 nati vivi già raggiunto dal 57,5% dei Paesi)
  • il peso della mortalità materna è ancora drammatico in 24 nazioni (con oltre 400 decessi ogni 1000 persone), tuttavia anche per questo indicatore si evidenzia una flessione
  • la rilevanza delle malattie trasmissibili è significativamente ridotta, soprattutto per effetto di un miglior controllo della malaria e dell’infezione da Hiv/Aids
  • Il quadro igienico e sanitario, misurato in termini di qualità degli ambienti di vita, qualità dell’aria in ambienti chiusi e denutrizione infantile è complessivamente migliorato con conseguente riduzione dell’incidenza della diarrea è stabile.

L’indice socio demografico (SDI) e l’health-related SDG index

Lo sviluppo economico si accompagna generalmente a un miglioramento complessivo dello stato di salute delle popolazioni. Cambia tuttavia il quadro di riferimento dei fattori di rischio, con la diffusione, per esempio, dell’obesità, ed emergono alcune malattie del benessere, che richiedono politiche sanitarie mirate. Questo fenomeno, che spiega parte della variabilità osservata tra i diversi Paesi, è efficacemente sintetizzato nella frase “lo sviluppo guida ma non determina la salute” (development drives, but does not determine health) e viene misurato con l’ausilio di due indicatori: l’indice socio-demografico (Socio-demographic Index - SDI) e l’indice che riassume gli obiettivi di sviluppo sostenibile collegati alla salute SDG (health-related SDG index)*. La novità del GBD 2015 è proprio aver messo in relazione l’indice health-related SDG con il SDI offrendo così una sintesi dello sviluppo socio-economico nazionale a partire da una molteplicità di informazioni (dal reddito pro capite, alla scolarità, al tasso di fecondità totale). In alcuni casi i miglioramenti sono più rapidi e più consistenti di quanto atteso sulla base dell’ SDI; in altri casi, per esempio negli Stati Uniti e in Russia, i livelli di salute inferiori a quelli prevedibili tenuto conto delle risorse investite.

 

Considerando i due indici il profilo di ogni Paese risulta meglio delineato e dettagliato; si individuano criticità specifiche e aree di miglioramento che altrimenti non sarebbero state colte, con la possibilità di disegnare interventi mirati e adeguati alle esigenze della singola nazione.

 

Inoltre, la rilettura della salute mondiale secondo in questa prospettiva riserva qualche sorpresa: ad esempio, la performance dell’Italia, al 20simo posto in classifica nel 2015, è più deludente di quella emersa dal GBD 2010 individuata a partire da criteri di valutazione diversi e più strettamente correlati alla situazione economica.

L’impatto sui DALY dei singoli fattori di rischio

Come accennato sopra la transizione epidemiologica ha modificato anche il quadro di riferimento dei fattori di rischio/determinanti di salute che influenzano il carico di malattia delle popolazioni nel mondo e il processo di cambiamento è ancora in corso. È importante che i decisori ne abbiamo consapevolezza, soprattutto se si tratta di fattori di rischio modificabili attraverso delle modifiche di strategie e politiche sanitarie.

 

Ad esempio nel caso di Paesi a basso SDI, se da un lato il miglioramento delle condizioni igieniche e della qualità dell’acqua ha contenuto le malattie infettive, dall’altro l’esposizione a uno stile di vita tipico delle nazioni sviluppate ha peggiorato le condizioni di salute. A questo proposito, i fenomeni più preoccupanti dal punto di vista della sanità pubblica che mostrano una tendenza all’accelerazione nell’arco temporale 1990-2015 e hanno un impatto rilevante in termini di DALY, riguardano: l’aumento dell’indice di massa corporea, la mancanza del controllo glicemico, il peggioramento della qualità dell’aria e l’utilizzo massiccio di farmaci. L’esposizione al fumo di tabacco, per quanto in declino, resta uno dei fattori di rischio con il maggiore impatto sulla salute in tutto il mondo. Una lezione importante per i decisori di politica sanitaria viene dalla riduzione dalla polmonite in età pediatrica ottenuta solo con un’azione mirata congiuntamente a più fattori di rischio: precarietà delle condizioni igieniche, ridotta qualità dell’aria in ambienti chiusi e dell’acqua, malnutrizione e basso peso corporeo.

 

Al contrario, nel caso delle malattie non trasmissibili, dove gli interventi di sanità pubblica volti a contenere i fattori di rischio sono prevalentemente mirati a modificare i comportamenti o l’ambiente e sono quindi di difficile implementazione, non sono stati finora prodotti risultati apprezzabili. L’unica importante eccezione è rappresentata dalle politiche di contrasto al fumo.

 

Nota

*Il cosiddetto health-related SDG index è un indice sintetico – definito dagli autori del GDB 2015 – che riassume in un punteggio da 0 a 100 la situazione nei diversi Paesi in riferimento a 33 specifici indicatori di salute indicati dagli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG) individuati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

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