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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

salute globale

Health at a Glance 2015, lo stato di salute nei Paesi Ocse

10 dicembre 2015 - L’annuale rapporto dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Organization for economic co-operation and development, Oecd) presenta il consueto confronto tra lo stato di salute di diverse nazioni (le 34 nazioni aderenti e, per alcune analisi, una decina di altre nazioni partner) e le prestazioni dei loro sistemi sanitari. All’edizione 2015 di Health at a Glance si aggiungono, però, due novità: un cruscotto di indicatori di esiti di salute e di performance sanitarie (che classifica le nazioni in tre fasce di prestazione) e un’analisi della spesa farmaceutica che tiene conto delle classi di farmaci e dell’andamento di consumi, costi e prezzi.

 

Ecco i principali risultati:

 

Aspettativa di vita

L’aspettativa di vita è nell’insieme in progressiva crescita, con una media di 3-4 mesi per ogni anno. La velocità di questo incremento è tuttavia diversa tra nazioni e tra gruppi socio-demografici. Dal 1970 al 2013 l’aspettativa di vita alla nascita è cresciuta in media di circa 10 anni e ha raggiunto gli 80,5 anni. Ma in un gruppo di 8 nazioni che comprende l’Italia supera già gli 82 anni. Nelle nazioni emergenti, come India, Indonesia, Brasile e Cina, si osserva un’accelerazione del guadagno dell’aspettativa di vita con un avvicinamento alla situazione media delle nazioni Ocse. Al momento tra le nazioni più penalizzate ci sono il Sud Africa (per l’epidemia dell’infezione di Hiv/Aids) e la Federazione Russa (per i comportamenti a rischio nella popolazione maschile). Si conferma il vantaggio per il genere femminile (attualmente di oltre 5 anni) e per i gruppi di popolazione di livello socio-culturale più elevato (intorno ai 6 anni, più marcato per gli uomini).

 

Gli anziani

La popolazione anziana ultra 65enne è passata da meno del 9% nel 1960 al 15% nel 2010 e si stima che raggiunga il 27% nel 2050, allorché rappresenterà almeno un quarto della popolazione in un terzo delle nazioni Ocse. L’invecchiamento medio della popolazione è particolarmente marcato in Europa dove gli ultra 80enni si collocano intorno al 5% nel 2010 e all’11% nel 2050. In Italia il numero degli anziani è già più elevato delle media Ocse e crescerà ulteriormente (65enni dal 20% del 2010 al 33% del 2050; 80enni dal 6% al 14%). La crescita demografica delle fasce di età estreme metterà sotto pressione i sistemi sanitari anche in virtù della riduzione relativa della popolazione in grado di produrre reddito. Il rapporto tra anziani con più di 65 anni di età e gli adulti in età lavorativa era pari 1:4 nel 2012, ma si avvicinerà a 1:2 nel 2050. L’attesa di anni di vita in buona salute dopo i 65 anni è secondo la media Ocse di 9 anni per entrambi i generi; in Italia è un po’ inferiore, di 8 anni per gli uomini e di 7 anni per le donne.

 

Gli operatori sanitari

Il personale sanitario (sia medici sia infermieri) ha raggiunto numeri massimi – sia assoluti, sia in relazione al bacino di utenza – a seguito di una crescita iniziata nel 2000. L’incremento degli organici è avvenuto utilizzando risorse interne formate grazie a programmi nazionali, ma anche lavoratori provenienti da altri Paesi, specialmente se per rispondere a esigenze temporanee. Attualmente si osserva un rapporto pari a circa 2:1 tra specialisti e medici di medicina generale e si configura per il futuro una possibile carenza di medici di medicina generale con ricadute negative sulla possibilità di accesso alle cure.

 

La qualità delle cure e copertura sanitaria

Il miglioramento generale della qualità delle cure ha ridotto la mortalità correlata a condizioni di rischio, come gli eventi acuti cardiaci e l’ictus che dal 2003 al 2013 sono calati rispettivamente di circa il 30% e il 20%. Tuttavia, su questo fronte, ci sono ancora ampi margini di miglioramento. L’Italia è in buona posizione, migliore della media Ocse quanto a mortalità per eventi ischemici cardiaci (tasso annuale Italia vs tasso annuale Ocse: 84 vs 117 per 100.000 abitanti) e in linea con la situazione generale quanto a mortalità per ictus (tasso annuale Italia vs tasso annuale Ocse: 67 vs 66 per 100.000 abitanti).

 

La diagnosi precoce e le terapie più appropriate hanno aumentato la sopravvivenza di alcune forme di neoplasia, come il cancro della mammella e il cancro del colon-retto. Ma questi progressi non sono al momento raggiunti da tutte le nazioni. Il tasso di mortalità per cancro registrato in Italia è simile alla media Ocse (tasso annuale Italia vs tasso annuale Ocse: 84 vs 117 per 100.000 abitanti).

 

Per quanto riguarda gli screening oncologici, lo screening per il cancro della cervice uterina è implementato in circa la metà delle nazioni Ocse, con notevoli differenze nella cadenza e nella selezione dei gruppi target. I tassi di adesione sono ampiamente variabili (dal 20,7% del Messico all’84,5% degli Stati Uniti); la media Ocse è del 61,6% nel 2013. L’Italia è la nazione con la mortalità più bassa (<2 per 100.000 donne). Lo screening mammografico è adottato dalla maggior parte delle nazioni Ocse, anche in questo caso con variabili cadenze e popolazione oggetto dell’intervento. I tassi di adesione oscillano dal 20% (Messico) all’80% (Paesi scandinavi), e sono in crescita nelle nazioni dove l’adesione era bassa, in riduzione in quelle dove l’adesione era elevata. Quest’ultimo andamento risente probabilmente dei processi di revisione delle linee guida orientati a contenere sovra diagnosi e sovratrattamento. Quanto alla sopravvivenza, l’obiettivo dell’80% a 5 anni è stato ampiamente raggiunto. I metodi usati per lo screening del cancro del colon-retto variano su base nazionale anche in funzione del momento di introduzione dell’intervento di prevenzione. Quando è adottata la ricerca del sangue occulto nelle feci la cadenza è solitamente biennale; si riduce fino a 10 anni con metodiche invasive in scopia. Queste differenze rendo poco praticabile qualsiasi confronto tra realtà nazionali. Ad ogni modo la sopravvivenza per cancro del colon-retto è significativamente migliorata (dal 55,8% negli anni 1998-2003 al 62,2% negli anni 2008-2013).

 

La qualità delle cure primarie è disomogenea. Gli italiani si rivolgono in media al medico di medicina generale 7 volte all’anno, in linea con gli altri pazienti delle nazioni Ocse. I medici effettuano circa 1600 visite all’anno, molte meno della media Ocse (quasi 2300).

 

In alcune nazioni si osserva una confortante riduzione dei ricoveri ospedalieri inappropriati per le cronicità. Peraltro emerge il problema crescente dei costi dei ricoveri per pazienti anziani e con comorbidità. Un’indicazione della qualità delle cure proviene anche dalle prescrizioni farmaceutiche, tipicamente quelle di antibiotici dove si osserva un’ampia variabilità (fino a 4 volte) che suggerisce in alcuni contesti la necessità di iniziativa di sorveglianza, regolamentazione e formazione per ridimensionare l’uso.

 

In tutte le nazioni, tranne Grecia, Stati Uniti e Polonia, il sistema sanitario nazionale garantisce una forma dicopertura sanitaria. A seguito della depressione economica globale e, ancora di più in presenza di situazioni locali di crisi (per esempio in Grecia), è diminuita l’adesione a coperture assicurative private. In alcune nazioni Ocse sono state prese contromisure per garantire alle persone non assicurate l’accesso a servizi di base come le prescrizioni farmaceutiche e le prestazioni in emergenza. Ne è esempio l’entrata in vigore negli Stati Uniti dell’Affordable Care Act grazie al quale la quota della popolazione non tutelata da copertura sanitaria si è ridotta di quasi 3 punti percentuali dal 2013 (14,4%) al 2014 (11,5%) e verosimilmente vedrà ulteriori progressi nel 2015. La spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini (out‑of‑pocket) resta una barriera significativa per l’accesso alle cure e pesa per circa il 20% (con una rilevante variabilità dal 10% della Francia e Regno Unito al 30% di Messico, Corea, Cile e Grecia). Tra i punti dolenti ci sono la copertura di alcune voci di spesa, tipicamente quelle legate alle cure odontoiatriche particolarmente sentita in Italia, e il fatto che, sempre in alcuni contesti che hanno sofferto maggiormente della congiuntura economica sfavorevole, sono notevolmente cresciuti bisogni sanitari non soddisfatti.

 

La spesa farmaceutica

Il marcato incremento della spesa farmaceutica riconducibile ai nuovi farmaci richiede secondo l’Ocse una tempestiva revisione delle politiche di spesa. La spesa delle nazioni aderenti all’Ocse si colloca nel 2013 intorno a 800 miliardi di dollari. La spesa per i farmaci utilizzati in ospedale e dispensati in farmacia corrisponde in media al 20% della spesa sanitaria nazionale. Questa cifra è frutto di due opposte tendenze: la progressiva riduzione della spesa in farmacia e la crescita della spesa negli ospedali. La combinazione di consumi farmaceutici in continua crescita e di politiche di contenimento dei prezzi, si è tradotta in una spesa farmaceutica sempre in aumento ma con una rapidità meno marcata negli ultimi anni. Un problema emergente è rappresentato dall’alto costo dei nuovi farmaci con indicazioni mirate a piccoli sottogruppi di pazienti (targeted therapy) e/o utilizzati in condizioni complesse.

 

L’Italia rappresenta uno dei 5 mercati farmaceutici di maggiore interesse in Europa, insieme a Germania, Francia, Regno Unito e Spagna. Quanto a farmaci acquistati in farmacia l’Italia (572 dollari all’anno) si colloca poco al di sopra della media annuale Ocse (515 dollari). È tra le nazioni che hanno attuato politiche di contenimento dei prezzi, di revisione dei costi (cost-sharing e contrattazione) e che ha regolamentato la prescrizione di farmaci a brevetto scaduto.

 

Gli stili di vita

Circa gli stili di vita, la quota di fumatori adulti è del 20% circa in 19 della 34 nazioni Ocse (tra le quali non è compresa l’Italia che supera di pochi punti percentuali questa soglia), ma il dato di un progressivo declino dell’abitudine al fumo è costante. Dall’osservazione dei trend storici emerge che un po’ dovunque questo declino è in relazione con i provvedimenti normativi o le campagne mediatiche di contrasto al fumo. Si conferma la maggiore prevalenza e intensità dell’abitudine al fumo e di conseguenza maggiore una rilevante quota di morbidità e morbilità ad essa correlate tra le classi svantaggiate.

 

Stando ai dati di vendita delle bevande, il consumo medio di alcol tra i cittadini adulti delle nazioni Ocse si colloca intorno a 8,9 litri all’anno (circa 6 litri in Italia) ed è più elevato e in continua crescita nell’Europa dell’Est. Il dato medio è poco rappresentativo della realtà, perché la maggior quota del consumo di alcol si concentra in un 20% della popolazione generale. Le modalità più pericolose (consumo rischioso e binge drinking) sono più frequenti tra i giovani, tra le donne e nelle fasce di popolazione con svantaggio socio-economico.

 

Per quanto riguarda l’alimentazione, consuma frutta tutti i giorni il 55% degli uomini e il 65% delle donne (dal 30% della popolazione adulta finlandese al 94% di quella australiana). Sono i più inclini a questa scelta salutare gli ultra 65enni mentre sono più restii a seguire questa indicazione i giovani di 15-24 anni. Un andamento simile si osserva per il consumo di verdura. La disponibilità di frutta e verdura fresca influenza notevolmente i consumi. Tra le nazioni europee aderenti all’Ocse l’Italia è quella con la maggiore adesione a questa abitudine alimentare (circa il 75% degli uomini e l’80% delle donne).

 

La prevalenza di sovrappeso e obesità supera il 50% in 22 su 34 nazioni Ocse. La prevalenza di obesità, in particolare, è in drammatica crescita in tutte le categorie della popolazione, indipendentemente da genere, età, livello sociale, economico e culturale. Nel 2013 risulta obeso il 19% della popolazione adulta dell’Ocse, solo il 10,3% della popolazione adulta italiana. Molte nazioni hanno in atto programmi di contrasto all’obesità dei quali al momento non è ancora possibile valutare gli esiti. Particolarmente preoccupante è la condizione di sovrappeso/obesità in età pediatrica (tassi del 22% tra le femmine e del 24% tra i maschi). L’Italia figura tra le nazioni dove un bambino su tre è in sovrappeso.

 

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